|
Dagli Appennini
alle Montagne Rocciose II
Giovanni Tallino
L’America, in confronto all’Europa, è scarsamente popolata. Quando
uno pensa a stati come la California o lo stato di New York, uno
certamente non pensa ai milioni di ettari ancora selvaggi o quasi selvaggi
che ancora rimangono in questi stati. Il Montana, il Wyoming, l’Idaho e,
naturalmente l’Alaska, sono enormi, e appena scalfiti, per cosí dire,
dalle attività e dalle abitazioni umane. E, al nord degli Stati Uniti, il
Canada è altrettanto immenso. Queste lande selvagge non sono neanche
raggiunte da strade o sentieri. La maggior parte dell’Alaska e del
Canada non è accessibile senza ricorrere ad un aereoplano anfibio capace
di atterrare su un laghetto o un fiume nel mezzo di paludi o foreste.
Milioni di animali di tutti i tipi vivono in queste aree sconfinate.
Nuvole di oche e anatre ancora percorrono i sentieri del cielo nelle loro
migrazioni annuali.
È quindi l’America l’Eden della caccia, il Paese del Bengodi dei
cacciatori? In parte sí, ma anche qui ci sono tanti problemi. In Alaska,
dove abito, le opportunità venatorie sono direttamente proporzionate alla
taglia del portafoglio. L’affitto dell’aereo o della barca per recarsi
a caccia nelle zone più popolate di selvaggina è
costoso. L’attrezzatura (tende, sacchi a pelo, abbigliamento
specializzato, armi, accessori, ecc.) è altrettanto costosa. La legge
impone ai non residenti l’assunzione di una guida professionale per
certe cacce, e le guide costano molto. Del resto, anche per i tipi di
caccia grossa per i quali lo stato non richiede l’uso di una guida, il
cacciatore che viene da una delle città dell’Alaska o da uno degli
altri stati non ha scelta: in uno stato cosí vasto senza una guida
esperta la selvaggina non si trova facilmente. Molto spesso per
raggiungere le aree migliori si devono usare veicoli specializzati:
“four-wheelers” o anche piccoli mezzi anfibi con ruote o cingoli
capaci di
attraversare fiumi e paludi e di trasportare le centinaia di chili di
carne d’alce o di caribou.
Negli altri stati, sebbene l’ambiente sia meno selvaggio e inaccessibile
di quello
dell’Alaska, è tuttavia necessario investire molto tempo e denaro se si
vogliono raggiungere le zone di montagna più frequentate da cervi, pecore
selvatiche, orsi o altri tipi di “big game.” Qui il cavallo è il
mezzo preferito. Porta sul suo dorso possente i cacciatori e la loro
attrezzatura, e porta giù gli animali uccisi. Ma i cavalli, gli
accompagnatori e le guide costano tanto. E come se non bastasse, molto
spesso le guide prendono in affitto dallo stato o da privati che
posseggono grandi appezzamenti di territorio montano le aree in cui essi
conducono i loro clienti. Perciò quelle aree diventano “off limits”
(chiuse) a tutti i cacciatori, eccetto quelli che sborsano migliaia di
dollari per assoldare le guide e cacciare in quelle zone.
Fortunatamente, il cervo si è adattato a vivere anche nelle zone
agricole, specialmente dove i campi coltivati sono circondati da zone di
macchia o di foresta dove essi possono nascondersi. Queste zone, a secondo
del tipo di ambiente naturale, ospitano anche altri tipi di selvaggina:
antilocapre, lepri, conigli, fagiani, starne, anatre e oche, tortore. Qui
l’accesso è reso molto più facile da strade asfaltate o di terra
battuta e ghiaia. Negli stati meno popolosi è ancora relativamente facile
ottenere il permesso degli agricoltori di andare a caccia sui loro fondi.
In America si può cacciare liberamente soltanto in quelle zone di
proprietà dello stato o del governo federale adibite a zone di caccia,
che del resto sono abbastanza numerose e vaste. I terreni privati sono
automaticamente proibiti a tutti, meno che al proprietario ed ai
cacciatori espressamente autorizzati a cacciare dal proprietario stesso.
Naturalmente, i parenti, i vicini e gli amici dei proprietari sono quelli
che si godono le cacce più facili a selvatici meno “smaliziati” al
principio della stagione venatoria. Quelli che invece devono umilmente
chiedere permesso di cacciare a degli agricoltori con i quali non hanno
rapporti di parentela o amicizia probabilmente dovranno contentarsi degli
avanzi lasciati dai più fortunati. Quelli poi la cui apparenza fisica non
dà fiducia (capelloni, “Hippies,” screanzati, sciattoni dalla barba
ispida e vestiti sporchi) quasi immancabilmente riceveranno un cortese ma
fermo rifiuto. I cacciatori furbi cercano di fare amicizia con gli
agricoltori. Invece di aspettare l’apertura per chiedere permesso, essi
cominciano a presentarsi ai proprietari di terreni a primavera o
d’estate, e offrono (gratis, naturalmente) il loro aiuto nei campi o
intorno alla fattoria. Ci sono tante cose che un cacciatore può fare per
ingraziarsi il latifondista: ci sono recinti da aggiustare, cespugli da
tagliare, stalle da verniciare. Inviti a pranzo e a cena fanno miracoli, e
l’offerta di selvaggina uccisa alla fine di ogni cacciata mantiene i
vincoli d’amicizia fra cacciatore e agricoltore.
Negli stati più popolati l’accesso a terreni privati diviene più
problematico, e i terreni pubblici meno proficui alla caccia perché molto
più “battuti.” Naturalmente, uno che ha le gambe buone e tanta
passione può ancora fare dei buoni carnieri alla faccia della
“competizione” se si addentra nei boschi e foreste per diverse miglia
invece di battere le aree più comode (e più affollate) vicino alle
strade d’accesso. Molti agricoltori in questi stati affittano i loro
terreni a gruppi di cacciatori i quali pertanto ottengono l’uso
esclusivo del fondo. Il costo dell’affitto varia a secondo dei tipi e
quantità di selvaggina cacciabile in tali fondi. Altri agricoltori invece
“vendono” l’accesso ai loro terreni “a giornata,” un pò come le
aziende agroturistiche venatorie in Italia. Sfortunatamente, molti
agricoltori in questi stati non ammettono cacciatori, o perchè sono
contro la caccia, o perchè hanno avuto delle esperienze negative con
cacciatori di pochi scrupoli che hanno danneggiato coltivazioni o si sono
comportati in maniera pericolosa o scortese.
In California l’istituzione venatoria più comune è l’ “hunting
club.” Un gruppo di cacciatori abbienti affitta o addirittura acquista
un fondo, a volte anche molto esteso.
Le coltivazioni sono condotte non soltanto per ottenere un raccolto, ma
soprattutto per attrarre la selvaggina. Nel delta del fiume San Joaquin,
questi clubs generalmente ottengono l’uso di un’intera isola. Mais e
altri grani prediletti dalle anatre vengono coltivati. Alla fine
dell’estate, dopo il raccolto, gli argini vengono aperti ed i campi
vengono allagati, diventando un vero e proprio paradiso per anatre ed oche
che “spigolano” i quintali di grani vari che rimangono sommersi sotto
venti o trenta centimetri d’acqua. È uno spettacolo pari a ciò che le
Paludi Pontine o il Tavoliere delle Puglie dovevano essere prima delle
bonifiche: decine di migliaia di oche ed anatre di tutti i tipi che
volteggiano come nuvole nere e si posano sui campi allagati.
Due volte alla settimana i soci del club si appostano in comodi capanni di
muratura muniti di stufe e poltrone e appena comincia a far luce scatenano
raffiche d’automatico fra le enormi schiere di becchipiatti, e nessuno
se ne va a casa senza aver riempito il carniere con il massimo dei capi
consentiti dalla legge. Il prezzo di questo ben d’Iddio? L’equivalente
di almeno cento milioni di lire per diventare soci, e quote annuali di
cinque o sei milioni all’anno per contribuire alle spese (stampi,
guardiani, cani da riporto, coltivazioni, etc.).
Opportunità quindi tante, ma solo per quei cacciatori che investono
tempo, denaro e fatica. Almeno, però, sono investimenti che pagano bene,
e (con un pò di fortuna, naturalmente) ricchi carnieri sono alla portata
di molti, specialmente di quei cacciatori che abitano in zone agricole o
negli stati dove foreste, paludi e prateria sono ancora estese e intoccate.
Meno fortunati sono quei cacciatori che vivono nelle grandi metropoli e
che non possono permettersi di piantare moglie, figli e lavoro per andare
a caccia di cervi o di oche negli stati del West o nelle riserve di caccia
più vicine a dove essi risiedono.
Ecco perchè dopo appena un anno e mezzo in California io mi sono
trasferito prima in Montana, e poi in Alaska, dove vivo tuttora. Non
potendomi permettere di vivere in un posto e di cacciare in un altro, ho
saggiamente deciso di vivere dove si caccia bene. Non ho mai assunto una
guida, noleggiato un aereo o una barca, o acquistato una quota in un
“hunting club” o una riserva. Ed è forse per questo che ho goduto la
caccia cosí tanto. Io credo che uno degli elementi essenziali della
caccia sia il rapporto diretto fra il cacciatore ed il selvatico--senza
intermediari, senza l’intromissione di elementi estranei di carattere
pecuniario o contrattuale. Soltanto il cervo ed io, in una foresta senza
confini catastali. Soltanto le anatre ed io, in una palude senza
proprietari o recinti. Soltanto la natura ed io, in quel rapporto
primordiale che cancella dalla mente e dal cuore le centinaia di oltraggi
che la vita nel contesto sociale moderno ci infligge quotidianamente.
Indietro |
|