Dagli Appennini alle Montagne Rocciose

Giovanni Tallino

Ogni volta che ritorno in Italia dalla mia “nuova” patria, gli Stati Uniti, incontro spesso i miei vecchi amici cacciatori e, ovviamente, parliamo di caccia. Sono venticinque anni che ho lasciato l’Italia, e la maggior parte di quei venticinque anni li ho passati nel Montana e in Alaska. Io parlo delle meraviglie di questi stati e dei miei carnieri, che vanno dal cervo e l’orso alle oche, anatre, lepri e fagiani. E i miei amici Italiani sono invidiosi.

Eppure il ricordo del lontano passato, della caccia “piccola” (solamente in senso materiale), dei giorni meravigliosi trascorsi con mio padre sotto un cielo terso e azzurro insidiando pispole e lodolette, fringuelli e merli, beccaccini e pavoncelle, passeri e storni (e molto di rado tirando a fagiani e lepri in riserva)--quel ricordo fa sbiadire , almeno nella mia mente, la caccia “grossa” (sempre in senso materiale) che i miei vecchi amici d’Italia m’invidiano tanto.

Non è la mole del selvatico ucciso che conta. Il più grande cervo ch’io abbia mai ucciso col mio possente .338 Magnum a ripetizione non vale più (e forse vale anche meno) del primo uccellino che io uccisi a fermo con la schioppettatina del mio 24 a un colpo quando avevo otto anni. Il selvatico è un simbolo, e i simboli non si pesano nè si
misurano. Una botta ben azzeccata a un beccaccino che saetta da un fossetto desta le stesse emozioni di un tiro perfetto ad un cervo distante trecento metri. E l’inno di gioia che il cuore canta quando un’enorme oca canadese tonfa fra gli stampi non è certo più intenso o più sonoro di quello ispirato dal primo tordo ottobrino ucciso fra gli ulivi secolari.

E la bellezza autunnale dei boschi denudati di foglie e delle piane brumose d’Italia, dove la metti? Come te la dimentichi? E il sorriso orgoglioso di tuo padre dopo un tiro difficile che ha colto nel segno, quello non conta? Vi giuro, se potessi costruire una macchina per i viaggi nel tempo, io darei volentieri via gli orsi, i cervi, le lepri e i germani d’oggi per tornare ai passeri e cardellini di ieri... quando mio padre, morto ormai da tanti anni, m’insegnava a imbracciare e a tirare, e quando il mazzetto d’allodole o di tordi “pesava” (non in senso materiale) tanto più di un cervo di cento chili!



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