Anatre
di
Giovanni Tallino



Uno deve essere matto per essere un cacciatore di anatre, pensai mentre un rivoletto d’acqua gelida sospinto da una folata di vento trovava un punto debole nella mia armatura di giaccone impermeabile e di maglioni e mi dava un ennesimo brivido mentre mi scorreva giù lungo la schiena. Un ventaccio dannato rincorreva nuvole scure nel cielo e faceva danzare le due dozzine di stampi che avevo sistemato a dovere nell’acqua di un laghetto ai margini di una palude costiera. A ponente, dietro una striscia di terra, le onde del Pacifico si rompevano contro la battigia con un fragore incessante. La pioggia mi pungeva la faccia e le mani come mille aghi, e persino Chaco, il mio Labrador retriever che ama la caccia più di me e non ha paura di tuffarsi nell’acqua gelida dei fiumi di Kodiak, ogni tanto mi guardava con un’espressione infelice, tremando più di freddo che di eccitazione. Erano già passate due ore dall’alba, e neanche uno svasso era passato vicino al mio capanno. Non si sentiva uno sparo, sebbene diversi cacciatori fossero appostati in altri capanni sparpagliati ai margini della palude. Ogni tanto sberciavo quattro o cinque “quacks” con il mio richiamo a bocca, pur di far qualcosa, e Chaco mi guardava di traverso come per dirmi, “Ma che avrai da berciare, idiota!”
Avevo quasi perso ogni speranza e stavo già pensando a recuperare gli stampi e al sospirato tepore del riscaldamento dell’automobile, parcheggiata sulla strada a un chilometraccio fangoso dal capanno, quando i miei occhi colsero un a macchiolina scura verso mare, una macchiolina che diveniva velocemente più grande e più distinta. Germani! Contro il cielo scuro il bianco sotto le loro ali risaltava nitidamente. Erano cinque, cinque anatroni adulti in cerca di un angolo tranquillo per riposarsi indisturbati dal vento e dai cacciatori. Avevo scelto bene il sito per il mio capanno. L’avevo costruito a ridosso di una collinetta coperta da cespugli e piccoli abeti striminziti, ed avevo il vento alle spalle. Lo specchio d’acqua davanti al capanno era un pò più calmo del resto del laghetto che era agitato da cavalloni in miniatura, e quando il vento tira forte, le anatre preferiscono la sponda più riparata. 
I cinque germani volevano chiaramente posarsi. Mi accucciai il più in basso possibile dietro le fronde del capanno, e afferrai il richiamo che mi pendeva da un laccio intorno al collo. Queste non erano anatre d’apertura, ingenue e pronte a posarsi in mezzo agli stampi più rozzi e sistemati in maniera sbagliata. Questi erano germani di Novembre, e avevano già sentito il tuono degli automatici e il sibilo dei pallini. Una nota sbagliata, uno stampo troppo lucido, un movimento appena intravisto, e avrebbero fiutato l’inganno. Emisi qualche “quack” sommesso, interrotto dalla “risatina” che uno fa dicendo “tick-a-tick-a-tuck-a-tuck nel richiamo e che nella favella dei germani significa “venite qui, che c’è del buon cibo.”
Anche Chaco li aveva visti, e adesso tremava veramente, non vedendo l’ora di vederli capitombolare dal cielo e di sentire le loro piume grasse e vellutate nelle sue fauci. “Buono, Chaco! Non ti muovere!” gli feci, e lui che sapeva bene come comportarsi davanti alle anatre non muoveva nemmeno la coda, seguendoli soltanto con gli occhi dilatati mentre volteggiavano sul lago.
Avevano visto gli stampi, però ancora non si fidavano. E giravano alti e veloci, cercando di capire se ci fosse un inganno. Gli stampi erano ben sistemati. Guadando nell’acqua bassa del laghetto avevo messo un gruppo di germani a sinistra del capanno, due o tre a trenta metri dalla sponda, dove sarebbero stati ben visibili ed il resto più vicini alla riva. Erano tutti stampi di buona qualità, riproducenti posizioni naturali e verniciati con un tipo di vernice che non luccica quando è bagnata. A destra avevo piazzato un gruppo di codoni, due maschi e quattro femmine, un gruppetto di alzavole, qualche altro germano, e dei fischioni.Tutti gli stampi erano ben distanziati chè quando le anatre sono spaventate si raccolgono in gruppi serrati, mentre se sono tranquille si sparpagliano di più. Poi quasi sulla sponda, proprio davanti al capanno, avevo sistemato tre stampi di oche canadesi. Questi sono uccelli sospettosissimi, e la loro presenza rassicura le anatre. Lo specchio d’acqua davanti al capanno l’avevo lasciato libero, per dare alle anatre vere un posto per posarsi. Insomma, la “tesa” era stata fatta a regola d’arte, ma colle anatre non si sa mai. 
Eccoli! I cinque germani erano stati tentati dagli stampi e dal richiamo e si stavano abbassando. Ma ancora non erano pronti a posarsi. A cento metri dal capanno, quando le mie mani già avevano cominciato a stringere convulsamente l’impugnatura del Remington, si impennarono improvvisamente e due secondi dopo sorvolarono gli stampi fuori tiro, scomparendo alla mia vista dietro di me. Non osai girarmi per paura di essere scorto dal loro sguardo acutissimo, ma qualche secondo più tardi li vidi con la coda dell’occhio che ritornavano verso il centro del laghetto. Tirai un moccolo, chè se si buttavano in mezzo al lago nè gli stampi nè il richiamo li avrebbero più smossi. Ma era solo una finta. Fecero una scivolata d’ala in sincrono, e girarono ancora verso di me, questa volta a soli dieci metri dall’acqua.Volando con un battito d’ali più lento, prendendo il vento di petto, stavano venendo al “gioco.” Questo era il momento della verità. Il cuore mi pompava nella gola, e il freddo, il vento e la pioggia erano svaniti. L’intero universo s’era ristretto fino a diventare un cono di una cinquantina di metri con me all’apice ed i cinque germani alla base. E il cono si stava facendo più corto, mentre il tempo rallentava e tutto ciò che non era me, il fucile e le anatre perdeva qualsiasi significato. 
A quaranta metri dal “buco” fra gli stampi, curvarono le ali all’ingiù e le zampette arancione si abbassarono come carrelli d’aereo. La scena era al rallentatore, e mentre cominciavo a portare il fucile alla spalla ebbi tutto il tempo di godere la loro grazia, il verde scuro della testa dei due maschi, lo “specchio” blu che spiccava nel mezzo delle ali delle femmine, la morbidezza aereodinamica delle loro sagome affusolate, la bellezza intera dell’universo racchiusa e condensata nelle loro forme e livree. Ma erano anche prede, e l’istinto atavico non fu distratto da considerazioni estetiche. Saltai in piedi e spianai il fucile proprio mentre le loro zampe palmate cominciavano a solcare piccole scie argentee nell’acqua torbida del laghetto. Terrorizzati, i cinque germani si incolonnarono, cercando disperatamente di guadagnare quota. Il primo colpo spezzò l’ascesa di uno dei maschi. Dovetti fare uno sforzo a non seguirne la caduta e a cercare invece l’altro maschio. Lo trovai nel mirino che ancora saliva in verticale, ma aveva già acquistato una velocità ragguardevole, e per tenerlo di vista mentre avventavo la fucilata, gliela feci bassa, dietro la coda. Ma mi ripresi in tempo, e il terzo colpo partì mentre la canna lo sorpassava. Ed il secondo maschio s’accartocciò e piombò fra gli stampi. Anche se avessi avuto un altro paio di cartucce nel serbatoio le tre superstiti erano già fuori tiro, e per quanto strombettassi col richiamo a bocca non si voltarono nemmeno e si diressero verso il mare finchè sparirono nel cielo tempestoso.
Chaco riportò i due maschi impeccabilmente, senza scompigliare troppo il loro piumaggio superbo. Li accarezzai a lungo, pensosamente, quasi dispiaciuto di averne stroncato la vita. Ma ero anche orgoglioso di averli fermati, di aver rubato loro il volo, di averli fatti diventare miei con la mia perfidia, la mia abilità di animale da preda. Che groviglio di contraddizioni è il cacciatore!
Più tardi, a casa, dopo una doccia calda e una tazza di cioccolato bollente, non potei resistere, e dovetti ancora tirarli fuori dal frigorifero, dove li avevo composti amorosamente nel cassetto delle verdure. E li accarezzai ancora una volta, esplorandone la morbidezza vellutata del petto, annusando l’odore selvaggio di paludi romite, lisciando le piume scomposte dal piombo, ammirando i riccioli neri lucenti ai lati della coda. L’indomani li avrei spiumati (il compito più inviso, quasi sacrilego) e trasformati in cibo, secondo l’ordine naturale del creato. Ma prima di divenire parte del mio corpo mortale, queste due creature erano già diventate una parte inseparabile del mio spirito: uccise ma non morte, destinate a vivere a lungo nei miei ricordi e nei miei racconti, nella mia mente e nel mio cuore di cacciatore.


Giovanni Tallino

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