Fausto Coppi (1919 – 1960)
Ciclista
Fausto Coppi - Campione ciclista e ...Cacciatore
(UN UOMO SOLO AL COMANDO)
 
" Fu allora, sotto la pioggia che veniva giù mescolata alla grandine, che io vidi venire al mondo Coppi. Ne avevo visti di scalatori; avevo visto Bartali, i " muli " come Martano e Pesenti, avevo visto il " camoscio " Camusso e la prodigiosa isterica " pulce dei Pirenei ". Ma, adesso, vedevo qualcosa di nuovo: aquila, rondine, alcione, non saprei come dire, che sotto alla frusta della pioggia e al tamburello della grandine, le mani alte e leggere sul manubrio, le gambe che bilanciavano nelle curve, le ginocchia magre che giravano implacabile, come ignorando la fatica, volava, letteralmente volava su per le dure scale del monte, fra il silenzio della folla che non sapeva chi fosse e come chiamarlo ". Orio Vergani, 29 Maggio 1940 Orio Vergani, 29 Maggio 1940
Mario Ferretti, in una famosa radiocronaca dell’epoca, l’aveva definito "l'uomo solo al comando" .
Al termine della sua carriera aveva percorso tremila chilometri in solitudine per vincere 58 gare dopo aver staccato tutti.
Cominciò nel 1940, al primo anno di professionismo, arrivando con 3'45" di vantaggio nella tappa Firenze - Modena del Giro d'Italia: una vittoria che gli consentì di smentire le previsioni generali che volevano Bartali vincitore della corsa rosa. A Milano in rosa giunse infatti lui, Fausto Angelo Coppi.
Alcune delle altre cavalcate solitarie che fecero scorrere fiumi d'inchiostro furono: quella di 192 Km nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d'Italia del '49 (vantaggio 11'52"), quella di 170 Km del Giro del Veneto (vantaggio 8') e quella di 147 Km della Milano-Sanremo del '46 (vantaggio 14').
Entrò nella leggenda perché vinceva anche quando i suoi più ostinati sostenitori erano rassegnati alla sconfitta.
Orio Vergani, grande giornalista e "suiveur" di Fausto Coppi aveva evocato per lui l'immagine di "
un grande airone lanciato in volo con il batter delle lunghe ali a sfiorare valli e monti, spiagge e nevai. Fortissimo e fragile nello stesso tempo".
Più che della quantità dei suoi successi, non essendo velocista, si preoccupava della qualità.
E quando l'invitarono a contare le sue vittorie e si trovò con un totale di 150, disse: "Se la valutazione di una carriera viene fatta soltanto in base a certi numeri, è meglio cambiare discorso ".

Logico: come pensare, infatti, di poter mettere sulla bilancia una Sanremo vinta in volata e una vinta dopo aver tolto dalla ruota gli avversari, percorrendo 147 Km. senza l'aiuto di nessuno?
Nel '53 collezionò 20 corse (stagione record) tra cui, a Lugano, il Campionato del Mondo. Un titolo che gli esperti gli avevano conferito ad honorem nelle stagioni precedenti.
Molte delle sfide d'inseguimento (ne vinse 84 di cui 27 prima del limite) valorizzate da esiti tecnici meritevoli di un quadro, erano senza dubbio più importanti di certe vittorie su strada ottenute dai suoi avversari.
In questa specialità fu Campione del Mondo nel '47 e nel '49, dopo aver disputato il campionato stradisti.
Nel 1942 in un pomeriggio di nebbia, al Vigorelli di Milano, tra un allarme aereo e l'altro (l'Italia era in guerra con Francia e Inghilterra) conquistò il record mondiale dell'ora alla media di Km/ 45,798.
Nato a Castellania, sulle colline tortonesi, il 15 settembre 1919, ha vissuto praticamente tutta la vita a Novi - prima in viale Rimembranza, poi a Villa Carla sulla strada per Serravalle.
Vinse due campionati del mondo di inseguimento su pista e uno su strada, a Lugano nel 1953; quattro volte campione d'Italia, cinque vittorie al "Giro" e due al "Tour". Il primo corridore della storia a vincere nello stesso anno (1949) Giro e Tour
Trionfò cinque volte al Giro di Lombardia; tre alla Milano-Sanremo; una alla Parigi-Roubaix; una alla Freccia Vallone. Vinse due G.P. delle Nazioni, tre G.P. di Lugano e quattro Trofeo Baracchi (tutte gare a cronometro individuale, eccetto il "Baracchi" che si correva a coppie).
Fu proprio al Trofeo Baracchi, nel 1957 in coppia con Ercole Baldini, che Fausto conquistò il suo ultimo successo.
Nonostante i trionfi e l'esaltante carriera ebbe una vita piena di tormenti e drammi, quasi come un eroe della mitologia.
Dalla morte del padre, quando lui era ancora ragazzino, a quella del fratello Serse, alle numerose e drammatiche cadute in corse e in allenamento.
Fino al dramma finale, quello della malaria contratta in Africa che gli stroncò la vita a soli 41 anni. Una maledizione per un uomo che aveva esaltato le folle e la fantasia di cronisti e poeti.
Il 18 dicembre del 1959 tornò dall’Alto Volta dove aveva partecipato ad un "criterium" su strada e ad una battuta di caccia e aveva la morte addosso per quella non diagnosticata malaria che stava divorando un fisico spremuto, strizzato sino all’ultimo palpito di energia.
"Il 2 Gennaio 1960 "l’airone" chiuse le ali. Il dolore fu collettivo, anche di chi non apparteneva al popolo dei tifosi. Perché tutti, nel misero dopoguerra, avevano tratto consolazione, forza e orgoglio dal suo andare vittorioso". Guido Vergani, 1995

Enrico Gerosa