Zu' Saro

Lo potevi trovare li' tutti i giorni,al solito angolo della piazza come appeso a un pensiero che dal fumo di quella virgola di toscanello,perennemente acceso sulle labbra,sembrava prender forma ora in una scaltra beccaccia ora in un'orecchiuta lepre,ora in chissa' cos'altro, per poi dissolversi lentamente sopra il velluto della coppola grigia nella penombra dell'alba appena pronunciata.Me lo ricordo così zu' Saro,cacciatore da una vita o forse per la vita.A volte,nelle calde mattine d'estate quando con i miei cani vado tra i campi di grano appena mietuto sperando di volar qualche quaglia,mi capita di distendermi in mezzo a tutto quel giallo,alzo lo sguardo e mi si spalanca l'azzurro del cielo d'agosto che si allunga immenso fino a incontrarsi con il mare stingendosi ormai lontanissimo nella linea bianca dell'orizzonte,chiudo gli occhi e vedo il bel bel viso di zu' Saro sorridente e contento come nelle indimenticabili giornate dell'apertura.Altre volte invece mi appare triste e malinconico, come negli ultimi anni della sua vita da quando quel maledetto ictus gli intorpidi' le mani e la gioia di vivere.Adesso ci guarda tutti da quella cornice che abbiamo appesa a una parete del circolo proprio di fronte alla porta ;la foto la scattai io un anno prima che morisse:lui, ai piedi della montagna con la doppietta aperta sulle spalle,mentre alza al cielo d'ottobre due splendide coturnici.Ieri mentre mi trovavo li' a parlare di venti e correnti con Peppe e Toto',da sempre miei amici e compagni di caccia, mio figlio mi ha chiesto chi fosse "quel signore della foto che ogni volta lo guarda e gli sorride";non so se anche lui un giorno imbracciera' un fucile e incurante del freddo e dello scirocco,della stanchezza e della pioggia correra' dietro a un'emozione ma sono certo che quando crescera' e gli capitera' questo foglio tra le mani capira' da solo. Ma la cosa che piu' ricordo e non potro' mai dimenticare finchè vivro',e' un freddo pomeriggio di gennaio,quando mentre mi recavo a caccia trovai Zu' Saro ad aspettarmi accanto alla mia auto col fucile sulle spalle e un sorriso che non gli trovavo da chissa' quanto tempo:"andiamo!"mi disse"che u addazzo ci sta aspettando".Non so se in quel momento fui piu' sorpreso o felice,ma capiìi: non andava piu' a caccia da due anni a causa della malattia e dopo la chiusura di quella stagione venatoria la licenza gli sarebbe scaduta e avrebbe dovuto rinnovarla,ma sapeva che cio' purtroppo non gli sarebbe stato possibile a causa delle sue precarie condizioni di salute.Quel pomeriggio era l'ultima giornata di caccia della sua vita.Arrivati nel bosco ci separammo e andammo in cerca della "regina",ma beccai soltanto tanto freddo e due solenni padelle di quelle che ti sembrano impossibili da sbagliare e ancor piu' da raccontare.Al tramonto tornai in macchina stanco e deluso,tirai fuori dalla tasca del gilet la fiaschetta di whisky e mi appoggiai sul cofano della fedele 1100;udìi uno sparo,era stato l'unico della giornata a parte le mie padelle.Qualche minuto dopo vidi uscire dal bosco la figura esile e dritta di zu' Saro con una meravigliosa beccaccia che gli pendeva dalla rete del carniere;gli corsi incontro eccitato e ansimante per complimentarmi con lui che mi guardo'con due occhi sorridenti e malinconici e mi disse prendendo in mano la regina alzandola al cielo:"guarda che meraviglia figlio mio,e' stata tutta la mia vita".Vidi una lacrima solcare il viso rugoso di quell' amabile vecchietto...."ah sto vento...,disse asciugandosi gli occhi coi palmi callosi delle mani graffiandosi l'anima,...mi fa piangere come un bambino;"vento di Sicilia,zu' Saro"gli dissi io,"non si sa mai se porta caldo o freddo...non si sa mai".Mi guardo' sorridendo dandomi un pizzicotto sulla guancia,"viviti la tua vita ragazzo mio e non cambiarla mai,guarda com'e' bella!"L'ultimo falco della sera disegnava nel cielo le sue arcane traiettorie e nessuno le avrebbe mai capite.


Emanuele Saitta