Sono le 12.00 e devo ancora finire un lavoro da consegnare per venerdì
mattina.
Mi affaccio alla finestra e sembro assaporare l'aria fresca che il sole già alto non riesce a scaldare, un pensiero mi sovrasta, penso a quelle montagne e alla possibilità di un buon rientro ai tordi, d'improvviso il telefono squilla e' mio padre, mi chiede se sono disposto a fare un rientro, "ma si va beh," gli rispondo, "alle 13.00 sotto casa da me". Di fretta mangio un boccone poi indosso i miei vestiti preferiti metto nella cartucciera le mie cartucce caricate la sera prima e ancora da testare, preparo il caffè e via dalla città. Dopo 35 minuti eccoci arrivati ai piedi della montagna, lascio l'auto sotto la gola e risaliamo a piedi verso le postazioni che incredibilmente sono libere, a mio padre cedo il capanno che in teoria dovrebbe essere il più prolifico in quanto a ridosso della gola e io mi apposto un po' più esterno. Preparo con delle frasche una "scopetta" che mi servirà per ri pararmi dal sole che splende nella parte sinistra proprio davanti a noi, la sistemo ben bene sopra il capanno che da questo momento diventa la mia "dimora" poi mi siedo su una pietra e mi fermo ad osservare. Domino dall'alto tutta la vallata, in basso verso destra uliveti sterminati poi boschetti di cerri dividono campi seminati a grano, qualche quercia secolare fa da padrona lungo i muri a secco tirati su chissà da quale braccia, davanti a me il Soratte, piccolo monte vicino Roma, dal "basso" dei sui 864 mt spicca, fiero, lungo una linea piatta identificate nelle piane del Tevere, in lontananza qualche focolare acceso dai contadini intenti a bruciare del vecchio fogliame rendono viva tutta la natura circostante altrimenti stranamente silenziosa, dietro di me la macchia sempre verde dei lecci probabile riparo notturno dei tordi. Il tepore del sole mi rende assonnato ma un colpo poco distante mi fa sobbalzare, mi alzo ed ecco che uno zirlo mi picchia dentro mettendomi in frenetica agitazione, mi giro e mi rigiro ma non lo trovo, un'ombra piccola e veloce scorre a terra poi si proietta su un olivo ed infine si trasforma in un tordo inviperito, lo lascio sfogare con le sue evoluzioni poi alzo il mio sovrapposto e lascio che il mio istinto compia il suo dovere, una manciata di piume si alza compatta in cielo, di nuovo il silenzio ... ora capisco perché sono qua.
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