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- IL PRIMO CINGHIALE
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Il lavoro mi teneva lontano dalla mia terra ormai da troppi
anni. Dedicavo alla mia amata caccia solo i pochi giorni all’anno
nei quali potevo tornare ai luoghi natii. Per il resto vivevo di
ricordi e di fantasie.
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Da quando avevo conosciuto
Lorenzo, alcuni anni prima, utilizzavo le poche uscite per la caccia
al cinghiale. Lorenzo, di alcuni anni più vecchio di me, aveva per
questa caccia una vera e propria fissazione. Lui riusciva tutti gli
anni ad abbattere almeno un animale, io invece ero ancora
all’asciutto.
- Veramente
l’anno prima, un giorno maledetto, per due volte i cinghiali erano
passati dalla mia posta, ma le fucilate avevano lasciato solo pochi
segni nella macchia mediterranea. C’ero rimasto così male che non
ero più uscito.
- L’insistenza
di Lorenzo e la passione mi avevano convinto, dopo un anno, a tentare
di nuovo la bestia nera.
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Il giorno dopo la Befana la
sveglia mi colse ad occhi aperti, i due cinghiali dell’anno prima mi
avevano tormentato per quasi tutta la notte. Così non fu duro
alzarsi. Mi vestii pesantemente, sapevo che la giornata sarebbe stata
fredda, speravo solo che ci fosse un po’ di sole. Guidai con
prudenza, la campagna era totalmente gelata.
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L’inconfondibile sagoma di San
Gimignano con le sue torri si stagliava contro il poggio del Comune,
un’enorme collina ricoperta di macchia mediterranea e di boschi di
cerro.
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Passai la cittadina ed il poggio,
una leggera nebbia aveva invaso la scena, le piante sembravano
sculture di ghiaccio. Dopo alcuni chilometri di strada sterrata,
dietro una curva apparve un enorme falò con numerosi cacciatori che
gli si stringevano intorno.
- Lorenzo
mi venne incontro sorridendo, intorno al fuoco le canizze e le
fucilate si inseguivano veloci nei racconti dei cacciatori. I
cinghiali padellati erano sempre i più grossi.
- Salsicce,
bistecche e fette di pancetta arrostivano alla brace. Un generoso
fiasco di grappa girava a scaldare lo stomaco.
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Dopo circa una mezz’ora dalla
nebbia si materializzarono tre figure, erano i tracciatori, subito ci
stringemmo intorno a loro per conoscere l’esito del loro lavoro. I
due più giovani scuotevano sconsolati la testa, tutto era così
gelato che era impossibile rilevare anche la minima traccia.
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Il più vecchio, con un mezzo
toscano spento perennemente in bocca, parlò per ultimo. Da alcuni
graffi in un greppo sembrava che un animale fosse entrato nella
“cacciatina” (un immenso oceano di macchia), anche se era
veramente difficile essere certi.
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Il capocaccia decise subito che si
sarebbe battuta la “cacciatina”, conosceva troppo bene Beppe, il
tracciatore più anziano, e sapeva che non aveva mai padellato una
traccia, mentre con il fucile …….. era meglio lasciar perdere.
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Silenziosamente le poste
iniziarono a sgranarsi come fantasmi nella nebbia lungo un viottolo
che tagliava il bosco. Il capoposta con pochi efficaci gesti indicava
dove fermarsi e dove si poteva sparare.
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All’inizio il bosco rimase
irrealmente silenzioso, poi piano piano la vita riprese il suo ciclo.
Anche un timido sole inizio a scaldare le nostre ossa infreddolite. Un
topino attraversò veloce il sentiero, dopo un po’ una donnola si
affacciò dal bosco con il topo in bocca. Un merlo razzolava fra le
foglie gelate alla ricerca di qualche verme.
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Per fortuna le poste a me vicine
restavano immobili, era come se fossimo stati assorbiti dal bosco.
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Molto lontano un cane abbaiava,
trattenni il respiro per sentire meglio, sembrava Stella detta la Lupa
che abbiava a fermo, dopo un po’ ecco anche Zorro, era la conferma.
I cani avevano agganciato il cinghiale, qualche altro cane si univa
timidamente all’abbaiata a fermo.
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Certo erano lontanissimi,
impossibile che il cinghiale venisse a passare proprio da queste
parti.
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Erano passate alcune decine di
minuti che una coppiola ruppe il coro dei cani. Un canaio sparava e
faceva scoppiare petardi per forzare il cinghiale a partire,
probabilmente urlava anche, ma da quella distanza le urla non si
sentivano. Infine il cinghiale lasciò la lestra, subito si scatenò
una furibonda canizza, anche gli altri cani che fino a quel momento si
erano ben guardati dall’avvicinarsi
al cinghiale adesso si univano alla canizza riempiendo il bosco
di latrati.
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Ben presto la canizza sparì
dietro il poggio che avevo di fronte. Pensavo che si fosse persa chissà
dove quando una serie di fucilate dietro il poggio mi avvertì che
erano entrati in azione i paratori. Erano coloro che, posizionati ai
lati della cacciata cercavano di spingere il cinghiale verso le poste
sparando a salve ed urlando come matti quando la canizza si dirigeva
verso di loro.
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Dopo un po’ su di un lato del
poggio ecco riapparire il coro dei cani. Era a circa due chilometri di
distanza, ma adesso puntava decisamente verso le poste scendendo verso
il fosso. Ad un certo punto il cinghiale si fermò, come per incanto i
cani si zittirono, solo la Lupa, Zorro e pochi altri rimasero ad
abbaiare a fermo.
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Adesso li sentivo benissimo e mi
sembrava di vederli che nel fitto cercavano di mantenere il contatto
con la preda senza avvicinarsi troppo per non buscarsi una zannata,
ogni tanto qualche cucciolo tentava di addentarlo ma veniva dissuaso
da furiose cariche.
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Un canaio iniziò ad urlare a
poche decine di metri da dove era fermo il cinghiale, ma questo sembra
non decidersi a partire; la solita coppiola lo convinse e la canizza
riesplose più violenta di prima.
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Ma il cinghiale non ne voleva
sapere di venire alle poste, prese lungo il fosso e la canizza si
affievolì sul lato destro delle
poste.
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Questa volta pensavo proprio che
fossero andati chissa dove cinghiale e cani. Mario indomito canaio
iniziò ad urlare e sparare come un matto davanti alla canizza.
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Il cinghiale si fermò e dopo poco
iniziò a salire la costa verso le poste.
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Questa volta sembrava veramente
fatta, difficilmente sarebbe riuscito a farla franca senza buscarsi
qualche fucilata.
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Sembrava inoltre che puntasse
decisamente verso l’angolo di bosco in cui anche io ero alla posta.
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Lentamente l’ambiente
circostante scomparve, esistevamo solo io, il fucile ed il trattoio
dove sarebbe potuto
apparire.
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Una ghiandaia e due merli
sfrecciarono chiocciando attraverso al viottolo.
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Un rumore di rami rotti e poi di
zoccoli che battevano sui sassi si avvicinava velocemente.
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Violente ondate di brividi mi
salivano lungo la schiena.
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Mezzo animale apparve bloccandosi
prima di attraversare lo stradello.
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L’istante in cui ci guardammo
sembrò dilatarsi all’infinito.
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Le due fucilate ruppero
l’incantesimo.
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Il cinghiale proseguì
imperterrito la corsa.
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Rimasi imbracciato, negli occhi
avevo ancora il mirino sulla spalla pelosa.
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Frotte di cani irruppero da ogni
dove abbaiando.
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Mi sembrava di non riuscire
nemmeno a respirare quando il cacciatore della posta vicina mi disse:
“abbaiano a fermo”.
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Il sangue tornò a scorrermi nelle
vene e mi resi conto che una furibonda abbaiata a fermo si era
scatenata a non più di cinquanta metri nella macchia.
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Ora anche i cani meno coraggiosi
abbaiavano.
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Mario, il canaio, sbucò dal
bosco, ci avrei scommesso che era passato dallo stesso trattoio del
cinghiale e conoscendo quelli come lui non ci sarebbe stato da
stupirsi.
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“Vieni con me” mi disse.
Scaricai il fucile e mi gettai carponi dietro a lui. Sembrava
impossibile passare per quell’intrigo di ramaglia ma Mario avanzava.
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I cani non abbaiavano più a fermo, ma si sentivano bene
azzuffarsi per mordere il cinghiale.
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La macchia e gli strappa-borse si
attaccavano ai vestiti e mi graffiavano le mani ed il viso, ma non
sentivo niente.
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Iniziammo ad intravedere i primi
cani e dopo qualche metro, sotto un groviglio di gambe, di bocche, di
code giaceva il cinghiale morto. La scena era abbastanza comica, tutte
le volte che qualche cane addentava la bestia tirandola e facendola
muovere gli altri cani schizzavano via come molle, l’istinto diceva
loro che c’è sempre da fidarsi poco.
- Il
cinghiale giaceva riverso in un cesto di scope, subito cercai i segni
delle fucilate e li trovai un po’ più indietro di dove me li
aspettavo, ma fortunatamente abbastanza alti da risultare mortali.
Evidentemente il cinghiale era partito un istante prima che stringessi
il grilletto.
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Mario prese uno zampuccio ed iniziò
a trascinarlo verso il viottolo delle poste, per fortuna la strada era
in discesa perché l’animale non era enorme, ma neanche troppo
piccolo. Era un maschio e già pensavo a dove posizionare lo scudetto
con il trofeo, le difese e le coti.
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Dopo qualche difficoltà arrivammo
nel sentiero. Le poste, dopo il segnale del capocaccia, stavano
tornando verso il ritrovo.
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Lorenzo stava tagliando il
classico palo per trasportare il cinghiale, come mi vide mi venne
incontro abbracciandomi, poi mi sporcò il viso con il sangue della
preda. Era il battesimo del primo cinghiale.
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Arrivati al fuoco tutti mi vennero incontro per sapere i
particolari del tiro, raccontai la stessa scena diverse volte, ma
alcuni particolari li tenni per me.
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Era l’ora di pranzo, bistecche,
salsicce e pancetta ripresero il posto sulla brace. Qualcuno,
perfettamente attrezzato aveva anche dei pentolini con la pasta o con
il pranzo preparato dalla moglie.
- Verso
la fine del pasto apparve anche una moka per il caffè.
- Il
fiasco di grappa volgeva alla fine.
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Nel pomeriggio fu deciso di cacciare in un bosco circondato da
campi, circolava la voce che Beppe avesse individuato in quel bosco un
branchetto di animali.
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Effettivamente furono trovati
cinque cinghiali, di cui due furono uccisi, uno da Lorenzo che
evidentemente non voleva rimanere indietro nemmeno per un giorno.
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Quando tornammo verso le macchine
guidava il gruppo un ragazzo a capo basso, tre cinghiali erano usciti
nel campo dove era alla posta, aveva scaricato il fucile, ma dai
cinghiali nemmeno una goccia di sangue.
- Mi
faceva pena e sapevo bene cosa provava, ma sarebbe stato inutile
cercare di consolarlo, il tempo e tiri più fortunati avrebbero
attenuato la sua amarezza.
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Claudio Calusi
responsabile del distretto "Montagnola" (ATC Siena 17) per
la caccia di selezione |
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