Lei
di Mario Beccai


Della sua grande e nobile famiglia, le origini sono ancora oggi incerte. Alcuni pensano che i suoi avi provenissero dalla Spagna, altri dalla Francia, altri ancora che la Francia sia stata la loro Patria adottiva. Una cosa è certa, comunque, che gli attuali discendenti hanno cuore e passione da vendere. Di Lei posso dire che quanto la vidi, in quel di Siena, nell'Alta Val d'Elsa, me né "innamorai" subito. Io, livornese, rude e schietto, poco propenso alle moine e alle carezze, ma capace di sentimenti senza mezze misure; come si suole dire, fu il classico "colpo di fulmine". Non importava cosa avrei dovuto fare per averla, per conquistare i suoi favori, il suo amore, .. ma dovevo averla! E così infatti fu! .. E che amore! Ricambiato da Lei con grande passione e ammirazione; cosa potevo chiedere di più? Anche Daniela, mia moglie, capì che ne ero stato conquistato, e, acconsentì, scotendo la testa e sorridendo, a questa mia relazione. Si, sorridendo, perché comprese che per Lei, Cria, una "Bretone", ormai avevo perso la testa, come mi diceva sempre, e, non sarebbe stato possibile il mio recupero. Da allora iniziai a scorrazzare insieme a Lei in lungo e largo, certo che, se c'era un fagiano nella"zona", Cria l'avrebbe involato. Alcune volte avevo la sensazione che fosse Lei stessa a nasconderli per poi darmi l'emozione del frullo. Ah!.. il fagiano, era proprio la sua preda preferita. Lo avrebbe braccato sino all'infinito, per poi trovarlo, bloccarlo in ferma e, appena abbattuto, riportarlo, .. come se fosse la cosa più naturale e semplice di questo mondo. 
Per Lei, certamente si!
Oggi, in un giorno di maggio di un anno qualsiasi, sono qui, da solo, seduto in un angolo di macchia ai margini di un campo. Ascolto il canto melodioso e triste di un usignolo. Non avevo mai fatto caso quanto fosse così intenso e forte, sembra quasi impossibile che esca da una creatura così piccola. Una refola di vento che vien da Libeccio, mi porta l'odore del salmastro che si mescola a quello dei fiori di campo, dell'erba color diamante appena falciata, dell'alloro, del ginepro; mi inebria e mi frastorna e, con la mente, torno indietro di 10, 100 o 1000 anni, non so, ma che importa! Torno nei miei ricordi di caccia, ricordi di albe e tramonti, di giornate passate al caldo afoso dell'estate, negli incolti o "sudici" come si dice dalle nostre parti, o a quelle fredde trascorse in palude, con la Tramontana che ti taglia le guance e ti gela le mani. Momenti vissuti con Lei, intensamente, emozionanti, di quelli che ti appagano in pieno, che ti riempiono dentro, anche se nelle tasche non hai niente. Momenti che non hanno inizio né fine, lunghi come un battito di ciglia, ma che proseguono eterni, immortali dentro di noi. Sento un sapore amaro in bocca; due lacrime mi bagnano le labbra. Questa allergia all'aria inquinata, da qualche anno mi perseguita, e mi fa lacrimare. Credo di vedere ancora quel "vecchio maschio" a cui tanti davano la caccia, il "furbone" come lo chiamavano, che s'involò proprio da qui sfilando veloce tra i rami quasi fosse una beccaccia, dopo che Cria, poco più che cucciola, lo bloccò lì, sotto quella quercia. Moreno ed io, riuscimmo appena ad indirizzargli un colpo, mossi dall'istinto, mentre Franco fece da spettatore. Lo vedemmo cadere in un roveto fitto, a meno di 30 passi da noi. Giunti sul posto non lo trovammo, ….e Cria era sparita. Io, povero ingenuo, continuavo a chiamarla, imprecando, finché non la vedemmo arrivare, dopo momenti interminabili, con quel fagiano
in bocca che aveva ancora la testa ritta. Proprio Franco che vide tutta la scena, tante volte l'ha raccontata, sempre con gli occhi lucidi. Alcune volte intorno a un tavolo, altre, forse le più suggestive, durante il terminar della notte, in attesa che le stelle, occhi del cielo, si addormentino per lasciare posto al risveglio del nuovo giorno. E proprio quella volta capì che Lei aveva il dono che fa la differenza tra un cane da caccia e il cane nato per la caccia. I ricordi continuano a passare nella mia mente, sempre così vivi che potrei toccarli, annusarli, ascoltarli, con sempre Lei protagonista della scena. Con Lei che mi ha trasformato da uomo che vagava per campagne e macchie con lo "schioppo" in spalla, in un cacciatore, nel pieno significato della parola. Credo di sentire ancora il suo respiro affannoso nel suo fare instancabile, alla ricerca di qualche cosa da cacciare. Non importava cosa, purché desse quell'emozione che ti attanaglia la gola, ti blocca il respiro, ti fa battere il cuore all'impazzata o forse te lo blocca, e, ti fa muovere schiavo dell'istinto. Pian piano giungo sino a quando Lei stessa è divenuta preda; preda di una bestia che non ha pelo né penne, una di quelle che se ti prende non ti lascia e ti porta alla fine.. Ora Lei è qui proprio sotto di me, all'ombra di quella quercia che la consacrò un vero tormento per le sue prede. Mi piace pensare che vive ancora, chissà, forse in qualche popolosa riserva, in un angolo di cielo, a rincorrere ancora le "lunghe code" o altri animali da cacciare. Un rumore mi riporta al presente; è un aeroplano che alto nel cielo vola chissà dove; vola come i miei ricordi, i miei pensieri, trasportati da questo Libeccio, che si fa sempre più intenso, verso la mia Cria, cara compagna Bretone.
E sento ancora quell'amaro in bocca, ..queste lacrime che continuano a scendere.. questa allergia che non mi da pace.. 

Mario Beccai