All’età di otto anni salire su di una Fiat 500, la mattina presto, a buio, nel freddo di Novembre, è stata un’avventura che non dimenticherò mai.
Avevo appunto otto anni e mio Padre mi svegliò con un bacio, quasi dispiaciuto per averlo fatto, ma una promessa era una promessa e quella mattina avevo strappato un invito per una battuta di caccia. L’avevo strappata con un poco di capricci, ma al cuore non si comanda e così, eccomi accovacciato e sbadigliante sul sedile dietro della 500 del mio cugino grande, e mio padre a fianco a lui.
Un viaggio di centocinquanta chilometri con la 500, all’epoca, parlo di 42 anni fa, era certo un’avventura che per un bambino spensierato equivaleva ad un film.
Durante il viaggio coccolavo, e forse infastidivo, il cane che, però capiva e nonostante gli sbuffi si assoggettava alle mie torture benevole.
Mi piaceva tutto di quel momento e l’ho ancora in mente come se fosse ora; mi piaceva il rumore dei due cilindri e la doppietta che faceva il pilota per cambiare la marcia, mi piaceva l’odore della finta pelle dei sedili, mi piaceva il suono della pioggia che cadeva sul tettuccio di tela, mi entusiasmavano i racconti che zio e nipote si scambiavano, non capivo tutto, ma mi piaceva parecchio, mi piaceva tirare le orecchie a quella povera bestia che mi sopportava solo perché non poteva scappare. Tutto questo non ritornerà più, posso solo provare a ricostruire quei momenti; ma non ci sono più la 500, la pioggia breve ed intensa, l’odore dei sedili in finta pelle, gli sbuffi del cane, i discorsi di mio Padre………. perché ?
Il tempo passa e passa in fretta, purtroppo. Passano problemi e guai per fortuna, passano bei momenti, meravigliosi momenti, purtroppo, e non ritorneranno mai uguali.
Vorrei possedere la macchina del tempo.
La sosta all’autogrill, il cane lasciato chiuso in macchina, finalmente solo; io per mano al mio vecchio che entro in quel salone dove dolciumi e profumo di caffelatte mi facevano girare la testa. Per un attimo mi dimenticavo di tutto per affogarmi in un mare di latte e la faccia la buttavo letteralmente dentro una pasta con la marmellata. Dio che bello.
Dio che bella la sensazione di freddo sulla faccia all’uscita da quel locale, che meraviglia entrare nella macchina e nascondere la testa sotto la pancia del cane.Che estasi l’odore della benzina appena versata nel serbatoio.
E mi divertiva persino la sgridatina che mi facevano i due grandi, quando il cane sull’orlo dell’esaurimento nervoso, mi abbaiava con tutta la voce che aveva. Non mi ringhiò mai, però
Gli stivali di plastica verde, comprati alla “Standa” di un numero più grande per poterli mettere con i calzettoni di lana, mi parevano scarpe da esploratore di chissà quali siti ancestrali.
I calzettoni mi facevano prudere i polpacci, a dir la verità, ma dovevo metterli, <altrimenti niente caccia….> m’impose la Mamma.
Una mela, durante la camminata, si materializzava sempre nelle mani di mio papà, e la mela era la più buona mela che avessi mai mangiato.
Il cane, finalmente non doveva fare più il baby sitter, e correva a più non posso, libero, fiero, alla ricerca di quegli uccelli colorati, di cui non sapevo bene pronunciare il nome, ma che non vedevo l’ora di veder volare e colpire poi dal fucile dei cacciatori. Un poco mi dispiaceva vederli morti, ma tutto passava quando il cane ripartiva e mio padre ricaricava e mi diceva dolce, < andiamo fino a quella siepe, ti va? Può essere che troviamo qualche beccaccino >
E giù domande per sapere che cosa era un Beccaccino, come era fatto.E giù rimproveri per farmi stare zitto. Ma il fuoco di Diana cominciava ad ardere, e non si sarebbe più spento.
Tanto facevo e tanto rompevo, finché qualche rametto cadeva sotto il colpo sparato da me. E quel colpo diventava la storia di una gara olimpica raccontata agli amichetti fino alla nausea. Rametti che sarebbero diventati querce con il tempo.
Il ritorno a casa era sempre di una tristezza infinita, avrei voluto fermare il tempo per poter continuare a vedere uccelli, respirare nebbia, guardare il cane correre e fermarsi immobile, sentire il vento che mi gelava la punta delle orecchie, avere le scarpe piene di fango, che come colla non voleva andare via; e giù a ridere.
Il cane doveva sopportarmi ancora in quello spazio angusto, mi piaceva il suo odore di cane bagnato, me ne impregnavo i vestiti, le mani, …mentre annusavo, sniffavo, il profumo di una cartuccia vuota. Come faccio ancora adesso.
Di Renzo Stella












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