Il vecchio e il ragazzo
 

Come tante volte aveva fatto, quella mattina si alzò presto, molto presto.
L'alba si sarebbe affacciata soltanto dopo molte ore. Era felice di poter lasciare i problemi quotidiani e passare una giornata in mezzo alla natura, con la quale sentiva di farne parte nella totalità, ma nello stesso momento provò un senso di tristezza.
Per quell'anno sarebbe stato l'ultimo giorno di caccia. Nelle settimane e nei mesi successivi, avrebbe avuto senz'altro occasione di continuare ad immergersi nella natura. Sarebbe andato per boschi, avrebbe fatto visita ai paludi, avrebbe ascoltato i canti degli uccelli e osservato i loro voli, avrebbe anche provato emozioni per tutto questo, ma, non sarebbe stato come quando, seguendo il cane, andava senza meta, in cerca di una preda, anche se, non era così importante incarnierarla.
Quel giorno lo passò girovagando, cercando di acquisire più emozioni possibili, immagazzinando l'odore dei campi, dei boschi e, fissando quante più immagini potesse la sua mente.
Proprio come un prigioniero nella sua ora d'aria.
All'ora del tramonto si ritrovò seduto sopra un argine nei pressi di un "chiaro", con lo sguardo rivolto ad ovest. Avrebbe atteso che il sole si infiammasse a tal punto da divenire di un rosso arancio, tipico di quel periodo dell'anno, colorando con quella tonalità tutto quello che riusciva a toccare, e avrebbe pure acceso, con quella luce colorata, l'acqua, carezzata da un lieve soffio di vento, del "chiaro" che aveva davanti a se, mentre le ombre dei falaschi, si sarebbero allungate sempre più. Voleva assaporare gli ultimi istanti di quel giorno di caccia.
Il "vecchio", come lo chiamavano con simpatia e amore le figlie, rimase così con il fucile appoggiato sulle ginacchia, sprofondando nei ricordi.
Giah, le figlie! Delle quali non avrebbe potuto fare a meno, come dell'aria che respirava, e che avrebbe voluto, prima che nascessero, fossero maschi. Lui che aveva origini semplici, era nato con la caccia nel sangue e, avrebbe voluto tramandare loro tutto quello che aveva appreso nel corso degli anni a cacciare ogni tipo di selvatico cacciabile. Ma sapendo che questo non sarebbe stato possibile, fu preso da un senso di malinconia.
Esse non erano contrarie alla sua "passionaccia", anzi, quanto tornava da qualche battuta  di caccia, gli chiedvano sempre dei cani, di come era andata e, lo gratificavano quando aveva successo o lo apostrofavano scherzosamente, con quelle espressioni tipicamente Toscane, quando tornava a mani vuote; ma a cacciare, sapeva, non sarebbero prorpio andate.
Di una cosa però era fiero: a loro aveva trasmesso il rispetto per la natura e l'amore per gli animali, tutti.
Sin da piccole gli aveva insegnato a distinguere una innocua serpe da una vipera, esse avevano carezzato animali come il rospo, o avevano tenuto in mano una salamandra, che, altri bambini "di città" avrebbero osservato solamebte sui libri, magari inorridendo.
Cercò di ricordare quando e come iniziò quella passione, ma per quanto tentasse di tornare indietro nel tempo, non riuscì proprio a ricordare, ma non gli importava più di tanto, quello che contava era la consapevolezza di essere Cacciatore, che egli riteneva un dono prezioso e da custodire gelosamente.
Lui che aveva trascorso gli anni della fanciullezza e dell'adolescenza nella campagna, libero come gli animali che poi avrebbe cacciato.
Ricordò quando ancora sedicenne, abbattè il suo primo fagiano, e, per la gioia, saltò più volte nel "paleo" urlando di soddisfazione finchè i compagni di caccia lo calmarono, e ricordò il primo colombo, e i primi tordi.
"Che strano"! pensò. Quelle emozioni, per Lui, alla soglia dei 50 anni, non solo erano sempre così forti nel ricordarle, ma in realtà le riviveva ogni qualvolta tornava a cacciare, e si sentiva sempre "ragazzo" proprio grazie a loro.
Intanto il rosso acceso del sole aveva lasciato il posto ad un blu che andava scurendo sempre più; quel giorno stava per finire, e, da quello successivo e sino alla prossima stagione, non avrebbe potuto più cacciare.
D'improvviso il "bacio" di un beccaccino lo tolse da quei pensieri.
Il piccolo scolopacide si era posato a non più di 10 passi.
Il "vecchio" non penò minimamente ad imbracciare la "canna tonante", ma si limitò a lanciare un sorriso al piccolo "beccolungo" che se ne andò veloce contraccambiandolo con un altro "bacio".
Ormai la sera stava chiudendo il sipario di quella stagione, ma la nostalgia che aveva provato la mattina lasciò il posto ad un senso di appagamento e alla certezza che, con il ritorno della "vera laba", come lui chiamava il giorno dell'apertura della caccia, il "Vecchio" sarebbe tornato di nuovo "Ragazzo"
Mario Beccai