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"Domani vado a caccia". Quando pronuncio questa frase mi rendo perfettamente conto di non dire
assolutamente nulla che abbia il benché minimo significato per la maggior
parte delle persone alle quali la rivolgo. Ma la dico lo stesso. Mi fa
piacere, mi fa sentire diverso, privilegiato e per certi versi un
condannato non pentito. Carico il cane sulla macchina, il fucile, gli stivali e parto. Abito in
città e devo fare un po' di chilometri per arrivare dove si può
cacciare. Durante il percorso, mentre guido, ascolto volentieri un po' di musica,
pezzi classici in genere e ogni tanto qualche pezzo d'Opera. Tengo il
volume alto perché ho l'impressione che la musica mi entri meglio nel
sangue e col sangue arrivi meglio al cervello e nell'anima. Mi lascio
drogare dalla musica, posso esaltarmi oppure posso disinibirmi e così
riesco a trovare soluzioni più semplici ed eroiche a tutti i miei
problemi e ai miei guai e poi anche al mio cane, sono sicuro, piace la
musica. Finalmente arrivo, sono sempre un poco emozionato quando scendo dalla
macchina. Infilo gli stivali, mollo il cane. Lo guardo che piscia, poi annusa l’aria e la terra e parte. Prendo il
fucile, carico e via dietro di lui. Di solito sto in giro quattro o cinque ore perché di più non ce la
faccio e perché non riesco mai a raggiungere un buon livello
d'allenamento. E poi c'è sempre qualche impegno e l'ansia che ti fa
pensare che è tardi e che devi tornare. Se trovo qualche selvatico e posso sparare e colpirlo è meglio, ma in
ogni modo mi so accontentare e allora cerco qualcosa d'altro da portare a
casa. Piccole cose rubacchiate con un pizzico di malizia qua e la alla campagna.
D'altra parte a caccia si è incominciato ad andare per portare a casa
qualcosa da mettere sotto i denti e sono sicuro che anche i nostri
antenati facevano come me. E poi quando sono a caccia dimentico. Dimentico i problemi legati al lavoro e che poi sono spesso relativi
solamente al modo in cui si è costretti a lavorare. Dimentico che per far
carriera bisogna lisciare i superiori, dimentico le invidie, le menzogne,
i sorrisetti falsi, le indignazioni virtuose di colleghi meschini. Mi piace il mio lavoro e mi piace anche cacciare da solo, con il mio cane
e con le nostre due anime libere e leggere. Col mio cane scambio ogni tanto un’occhiata, qualche parola di
rimprovero o d’incitazione e ci si capisce benissimo. Se faccio una pausa magari sedendomi sotto una pianta anche lui si siede e
mi guarda senza impazienza. Se sbaglio un tiro non si offende e riprende a
cercare con lo stesso entusiasmo di prima. Solo qualche volta se rallento un po’ troppo il passo mi guarda da
lontano e accenna ad uno scatto e poi torna ma non mi da l’impressione
d’essere seccato. Finita la caccia mi fa un po’ tribolare perché non vuole saltare in
macchina e mi tocca sollevarlo per la pelle della schiena e infilarlo
nella sua cassetta ma anche lì non mi sembra seccato. E’ il suo modo
per farmi capire che lui é ben allenato e che di voglia di cacciare ne ha
ancora tanta. La mia é una macchina famigliare e così mi siedo sul bordo del baule per
levare gli stivali e per bere con lui un sorso d’acqua della borraccia.
Con calma mi levo la giubba e il cappello e metto via il fucile. E’ finita la caccia ma non é un addio. E’ un momento sereno che mi fa provare la soddisfazione di una cosa ben
fatta. Salgo in macchina stanco e mi fanno un po’ male le gambe. Accendo una
sigaretta, mi rilasso ancora un altro poco e si riparte. Sulla strada del ritorno trovo sempre qualche problema di traffico.
Qualche idiota con la Golf nera che mi supera a destra sulla corsia
d’emergenza dell’autostrada e altri ancora più idioti che suonano il
clacson e lampeggiano perché li faccia passare anche se sono
inesorabilmente in colonna. Queste cose mi fanno riprendere l'ansia e provo quasi il rimorso di aver
mollato per qualche ora le rogne. Uno alla volta i problemi di sempre
ricompaiono e vogliono rientrare nel mio cervello come se fossero andati
in libera uscita. Li vedo uno alla volta che si ripresentano, vogliono
riprendere il posto che avevano lasciato nella mia mente e non posso
fermarli. E’ fatalità. Allora accendo il mangianastri. C’infilo le solite musicassette e tra
queste sempre ci capita quella con le Arie più celebri di Verdi. Alzo il volume perché anche
il mio cane le possa sentire in fondo alla macchina. So che anche a lui
piace Verdi. E quando inizia “Va pensier...”, il pezzo che preferisce,
lo sento la nella sua cassetta nel bagagliaio che incomincia ad ululare.
Il mio è un cane stonato, non riesce a stare a tempo ma, ne sono sicuro,
ci mette tutta l’anima perché anche a lui piace l’Opera. Pensiamo entrambi che
dovrebbe essere il nostro Inno Nazionale. Allora mi viene da ridere e
canto anch’io con lui e anch’io sono stonato e in coda al casello la
gente mi guarda. E’ matto diranno ma, almeno lui, è felice.
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