|
Mentre sorseggiavo il caffè "il Vecchio" mi dava le ultime
indicazioni. Mi spiegava dove lasciare la macchina, il sentiero da
prendere, e dove si trovava Lei, la Beccaccia.
Lo diceva con sicurezza, come se la vedesse, come se stesse
indicandomi un sasso, un albero o una qualsiasi altra cosa che
facesse parte del paesaggio.
Io lo ascoltavo attentamente, per la verità un pò perplesso, sapendo
quanto è incostante, volubile, imprevedibile la Regina. Mentre parlava
lo immaginavo giovane correre dietro alle Beccacce, provavo ammirazione
per la sua competenza, un pò di invidia per i suoi tempi vissuti che
per la caccia erano sicuramente migliori di oggi. Provavo anche
tenerezza nel vederlo costretto a parlare di caccia e di Beccacce
ormai arresosi agli acciacchi e al peso degli anni. Lo vedevo raggiante,
come quando al ritorno dalla battuta, passando per casa sua, mi fermavo
e gli facevo vedere la Beccaccia morta, era felice come se la avesse
presa lui.
Appena si è fatto giorno lo ho salutato e sono partito, ho parcheggiato
la macchina, ho preso il sentiero e sono arrivato dove diceva lui.
Fatti cento metri dal punto che mi aveva indicato come riferimento, i
campani si sono azzittiti.
Camminando velocemente tra le frasche, cercando nello stesso tempo di
fare meno rumore possibile, sono arrivato sui cani: Birillo era in
ferma, Fiona, dieci metri dietro, in consenso.
Hanno iniziato a guidare prudentemente e dopo dieci metri si sono
fermati di nuovo, rivolti verso destra. Il tempo di
"piazzarmi" e lei è frullata a sinistra, non sono neanche
riuscito a vederla. Ho però intuito la direzione che aveva preso e sono
andato da quella parte.
Fatti duecento metri di nuovo i campani zitti, cerco di raggiungere i
cani ma la macchia in quel punto è impenetrabile, mentre cerco di farmi
largo lei frulla di nuovo. Questa volta la vedo ma non sparo, è troppo
lontana. La vedo volare fino al limite della macchia, di fronte
c' è un campo seminato poi un' altra macchia. Di questa ispeziono senza
risultato la parte bassa, allora penso che forse non ha abbandonato il
primo pezzo di bosco e una volta arrivata sul campo con il classico 7 si
è rimessa più in alto.
Torno indietro ma Birillo non ne vuole sapere di seguirmi, bordeggia la
macchia di fronte salendo verso l' alto e poi torna in discesa passando
all' interno. Si interrompe di nuovo il suono del campano, aspetto
qualche secondo...... silenzio. Mi dirigo verso di lui, entro nel bosco
e fatti cinquanta metri lo vedo seduto in ferma, rivolto verso di me.
Faccio qualche passo e mi frulla tra i piedi. Sparo un colpo a casaccio
e non vedo più niente. Fiona era scomparsa da prima, Birillo è andato
fuori dalla portata del mio orecchio, ad un certo punto sento che
torna spedito verso di me, mi passa a venti metri, ma.... ha
qualcosa in bocca....è la Beccaccia....
Quando me la consegna poggio il fucile ad un albero e lo abbraccio come
si abbraccia un amico, sento gli occhi umidi, forse sono irritati per
effetto del sole... ma non c' è il sole.... è proprio che sono un
"fregnone". Cerco di spiegarmi come mai certi episodi
vissuti a caccia, e certi personaggi suscitano questi sentimenti. Mi
viene in mente una canzone di Lucio Battisti, dove il cantante,
rivolgendosi a se stesso dice: "Capire tu non puoi..... , tu
chiamale, se vuoi, emozioni".
Forse è solo questa la spiegazione...
|