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La prima apertura "da solo": settembre 1984
Finalmente era arrivato il momento: avevo la licenza di caccia e avrei finalmente cacciato e sparato "da solo". Dopo anni di infanzia e vigilie di aperture passate a casa ad ascoltare i racconti di mio padre e dei suoi compagni di battuta che ogni anno arrivavano da tutta la Toscana e si radunavano tutti intorno al tavolo di casa mia era arrivato anche il mio momento.
Carlo, il compagno di sempre del babbo aveva comprato casa in campagna vicino a Montespertoli e il rito questa volta si rinnovava lì con tre nuovi ingressi: io e i figli di altri due amici.
Avevo smontato e pulito almeno 10 volte il vecchio Browning del 1964 che in 40 anni non ha mai perso un colpo e che non cambierei per nulla al mondo e che il babbo mi aveva dato per l'occasione tenendosi il Franchi ancora più anziano e che lo faceva impazzire. Ma tant'è! Era la mia prima apertura. La cartucciera era stata fatta e rifatta altrettante volte, gli scarponi luccicavano, il coltello era affilato come una lama di rasoio e il siero antivipera era pronto in frigo. Avevo comprato anche un nuovo guinzaglio per Ringo.
Gli stessi rituali di sempre si ripetevano anche quell'anno, i soliti racconti ingigantiti anno dopo anno, le tattiche per il giorno dopo studiate e ristudiate dopo il solito giro in paese alla Casa del Popolo a cercare di carpire le ultime informazioni su dove erano i fagiani.
Il programma prevedeva sveglia alle 6, colazione e partenza alle sette tanto i cani (ma soprattutto i padroni) erano poco allenati. Per me e Umberto era troppo tardi, qualcuno ci avrebbe sicuramente abbattuto il fagiano "sotto al pero vicino al campo di Cecco" come succedeva già da due anni e a noi questo non andava giù.
fu così che io e Umberto alle 5 eravamo già pronti con il caffè in mano e decidemmo che il fagiano sotto al pero sarebbe stato nostro. I cani non stavano nella pelle, uscimmo che era ancora buio e al primo spiraglio di luce eravamo sotto al pero. Il fagiano era lì e la vecchia Fly lo sapeva. Rimase ferma stecchita, ci aspettò e poi via il frullo ci lasciò di sasso, sia io che Umberto eravamo troppo emozionati: sei fucilate e quello ci saluto cantando. La delusione fu cocente soprattutto quando all'ora stabilita tornammo verso casa e i "vecchi" ci attendevano col sorriso di chi già sa. " vi rifarete , tranquilli ma ricordatevi che la fretta è nemica della caccia".
Dopo una mattinata senza tirare un colpo tornai a pranzo con le orecchie così basse che mi toccavano per terra. Quattro fagiani morti e io non ero neanche riuscito a sparare, l'unico che avevo avuto a disposizione lo avevo padellato.
Verso le quattro del pomeriggio Carlo mi disse: "Leo, vieni con me andiamo a ammazzare il fagiano che ti manca", prendemmo la vecchia Fly e andai a caccia con quello che è sempre stato il mio maestro; a lui bastava un'occhiata al terreno e ti diceva dov'era la selvaggina, e non sbagliava mai, ti diceva mettiti lì e il fagiano o la beccaccia ti sarebbero arrivati in braccio. Diceva due parole alla vecchia Fly e lei si metteva al suo totale servizio con una fiducia incondizionata e totale che faceva quasi commuovere. Dopo un'ora finalmente la canina prese il vento e si stecchi davanti ad un marrucheto. Carlo mi disse di scendere dieci metri e aspettare: il fagiano sarebbe passato di lì; non ero convinto ma non mi azzardai a replicare e come di incanto dopo neanche due minuti una femmina frullò davanti ai miei occhi: questa non la potevo sbagliare! Un colpo solo e la fagiana cadde in uno spolverio di piume. Non detti nemmeno al cane il tempo di riportarla, era mia e solo mia.
Altre aperture e altre giornate si sono poi susseguite ma l'emozione provata quel giorno non lo'ho ancora ritrovata e oggi che sia mio padre che il suo amico Carlo provati dalle malattie non vanno più a caccia mi resta il ricordo di quella gioranta
Leonardo Conti
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