|
Il chioccolatore
di Claudio Calusi
Ospitavo, come ospito tutt'oggi, Giuliano, babbo di un mio carissimo
amico, a caccia alla lepre almeno una volta l'anno.
Tutte le volte mi
invitava ad andare con lui a chioccolare a merli e tordi, io però non
prendevo mai il verso e la voglia per accettare il suo invito.
Per me, fin da quando ero
ragazzo, le prede delle dimensioni inferiori alla starna non meritavano
attenzione. Inoltre in quel periodo erano pochissime le giornate che
potevo andare a caccia, così mi sembrava sprecato dedicarne una agli
uccelli.
Quell'anno Giuliano
insisté più del solito, così mi strappò una promessa di partecipare
per un giorno ad una chioccolata.
Una sera di metà
Novembre mi telefonò che un po' di uccelli erano arrivati, che il tempo
freddo, sereno e con pochissimo vento sembrava adatto, così decisi di
andare.
Partimmo presto, la sua
500 si inerpicò a lungo per i boschi prima di posteggiare in una
carbonaia. Per prima cosa, prima ancora di scendere di macchina mi diede
una borsata di cartucce cal. 12 caricate da lui con le dosi del cal. 28.
Mi disse che dovevo metterle in prima canna della doppietta, mentre in
seconda canna dovevo mettere quelle originali che mi ero portato e di
tirare le originali solo ad uccelli lontani o molto infrascati. Continuò
dicendomi che ci saremmo spostati tutto il giorno tornando alla macchina
solo la sera. Quando ci saremmo fermati ci saremmo seduti dandoci le
spalle in modo da vedere tutto ciò che avveniva nei dintorni. Avrei
dovuto sparare veloce perché gli uccelli ci sarebbero arrivati addosso e
ci avrebbero visto velocemente. Concluse dicendomi: "peccato che
dall'anno scorso non possiamo più tirare ai fringuelli, altrimenti ne
avremmo fatti una balla".
Insomma cominciavo a
pensare che mi raccontasse un sacco di fandonie, ma per fortuna le prime
luci del giorno cominciarono a rischiarare il bosco di cerri.
Prendemmo un viottolo e
dopo poco ci fermammo seduti su un sasso fra due ginepri.
Giuliano prese di tasca
uno strumento fatto a mano in radica di scopa e portandoselo alla
bocca iniziò un sommesso chioccolio, sembrava proprio un merlo in
allarme. Quasi subito un merlo rispose poco lontano, e dopo qualche attimo
si buttò sulla mia destra, stavo ancora cercando di capire dove si fosse
posato con esattezza che Giuliano sparò e l'uccello cadde.
"Non ti
muovere" mi disse con un filo di voce. Lanciò due richiami
dell'allocco e poi ricominciò il chioccolio del merlo. Un tordo zirlava
poco lontano. Giuliano lanciò il richiamo della civetta e il tordo saettò
fra le piante e si posò a dieci metri delle canne del fucile. "Lo
distruggo" pensai mentre sparavo, invece la cartuccina, con il rumore
di un fucile a fulminanti da bambini, fece il suo dovere e il tordo cadde
perdendo qualche penna per niente sciupato.
In una mezz'oretta
arrivarono altri due tordi, dopodiché ci alzammo andando a raccogliere
quelli che rispettivamente avevamo abbattuto e ci avviammo verso un altro
punto non disturbato.
Ero simpaticamente
divertito, non mi aspettavo una cosa del genere. I fringuelli arrivavano,
numerosissimi, a buttarsi quasi sulle canne dei fucili spincionando
allarmati come se si trovassero veramente in presenza di un predatore ed
attirando così altri uccelli.
Il massimo fu raggiunto
quando Giuliano, per convincere un merlo stanziale che chioccolava poco
lontano senza farsi vedere, succhiandosi una mano produsse un verso
simile a quello dei tordi feriti, da dietro una scopa si affacciò una
volpe. Io avevo già percepito un leggero movimento, così sparai
velocissimo di seconda canna fulminandola. Non riuscivo a credere ai miei
occhi. "Succede quasi tutte le volte" mi disse tranquillo
Giuliano.
Intanto nel poggio di
fronte il titolare di un capanno fisso aveva dato il via alla sua batteria
di tordi e alpigini (sasselli) che cantava meravigliosamente.
Continuammo tutto il
giorno peregrinando per i boschi, alla fine contammo le prede, erano
più di quaranta fra tordi, alpigini e merli.
La batteria di uccelli in
cima al poggio era stata portata via alla fine della mattinata dal
disperato proprietario dopo un unico tiro.
Così ricordo con molto
piacere quell'unica giornata in compagnia di un autentico talento che con
semplici strumenti di legno o addirittura con le sole mani faceva, e fa,
letteralmente impazzire gli uccelli.
claudio - siena
|
|