La prima volta… a cinquant'anni. Ho tirato il grilletto di un fucile, una doppietta del 1955 bresciana, all'età di sette anni quando mio padre, presidente dell'allora circolo della caccia, prendendomi alla sprovvista esclamò "su prova!". Con la beata incoscienza sia del padre che del figlio imbracciai il fucile e tirato il grilletto mi provocai sulla guancia destra un livido equivalente ad un ben assestato schiaffone, ritenni, però, il fucile e con gli occhi lacrimosi lo restituii guadagnandomi una rude carezza sulla guancia bruciante ed un "Bravo!". Quella fucilata sortì, nel bimbo, uno strano effetto facendomi ritenere l'arma una cosa pericolosa ed intensamente affascinante, sensazione che ancora adesso mi accompagna durante le mie battute di caccia. Perché adesso, avendo raggiunto e superato la cinquantina, sono un cacciatore. Sono tornato ad esserlo solo da un quinquennio dopo aver abbandonato la nobile arte per oltre vent'anni. Studio, carriera, famiglia, figli ansie moderne avevano sopito ma non spento quel vento leggero che soffia prima di una battuta di caccia dentro ogni cacciatore. Nel frattempo mio figlio, ormai tredicenne, durante gli sporadici racconti delle rare cacciate che mi capitavano su invito di cari vecchi amici cacciatori, sembrava motivato ed attratto da queste ben misere ed addomesticate avventure, e questa infantile ammirazione aprì di nuovo quella porta rimasta socchiusa per tanti anni. Presa la decisione, iniziato il corso, sostenuto e superato l'esame venatorio, acquistato un sovrapposto Franchi, cartucciere ed ammennicoli vari, rivivo finalmente la quasi dimenticata sensazione di sgomento, incertezza e quasi sicura incapacità che contraddistingue il neo-cacciatore alla prima apertura. Ma tutto va bene e i due fagiani incarnierati il primo giorno di caccia libera mi restituiscono la soddisfazione della passione appagata. Così procediamo insieme, mio figlio che apprende ed io che rispolvero tutte le varie cacce, tutte in pianura e per lo più ai volatili, finchè un giorno in ufficio, ormai si era sparsa la voce che avevo ripreso a cacciare, un mio cliente mi rivolge il fatidico invito: " Faccio parte di una squadra di cinghialai e domenica andiamo in battuta perché non viene con noi?". Attimo di panico! Io sono siciliano! Datemi pernici, coturnici, starne, conigli, lepri e fagiani ma cinghiali non sono nel patrimonio genetico, non so nemmeno che attrezzatura usare come vestirmi come si organizza il tutto, insomma niente. Esito, tergiverso lo faccio accomodare nel mio studio e lo sottopongo ad un terzo grado, raccolte così, con indifferenza apparente, le notizie di base mi risolvo di accettare. Rientro a casa e mentre ceno rimugino e siccome solitamente scambio e chiacchiero sorge la domanda: "Ma che cosa c'è? Qualcosa non va?" Rompo l'argine e racconto. Valutazioni, preoccupazioni ma comunque ho accettato! Notte quasi in bianco, sveglia ore 4,30 per raggiungere il punto di riunione a non più di mezzora di macchina da casa mia per le ore 6,30. Arrivo, prendendomela comoda con oltre mezzora di anticipo, giro da solo tra le case buie e silenziose del paese ospite senza incontrare anima viva ma finalmente incontro i convenuti, presentazioni di rito conoscenze reciproche amici comuni ed infine il capo-caccia mi ingiunge di aprire la radio e portarmi nella zona del "letamaio". BO!, penso dentro di me, non ho radio non sapevo che serviva una radio ed il letamaio è per me in una posizione geografica talmente indefinita da poterla collocare dovunque nel mondo, allora mi risolvo ed esprimo con aria afflitta le mie difficoltà e non faccio mistero della mia infima condizione di neofita. Mossa azzeccata! Tutti e dico tutti si mettono a mia disposizione fornendomi nell'arco di dieci minuti di: Radio, giubbetto rosso, palle da cinghiale idoneee (le mie furono scartate con un chiaro ghigno di disgusto) ed in compagnia di un esperto mi condussero al letamaio, che tale era e non per indicazione geografica con tanto di puzza ed ampi, poi seppi, lavacchi e cominciò una vera e propria gara fra i tre che mi accompagnavano nel passarmi nozioni sempre più incalzanti e complesse su: impronte, profondità delle stesse, direzione presa dall'animale, osservazione dell'acqua di superficie dei lavacchi con determinazione quasi esatta del tempo trascorso dal rilascio del sito ecc… ecc…. Sorgeva l'alba bianca e radiosa ma compresso tra tante informazioni non me ne accorsi ed era forse la prima volta che succedeva. Via radio giunsero secche e perentorie disposizioni sulle postazioni da occupare, fui caricato quasi di peso e con una fuga alla velocità vicina a quella della luce dell'alba ci spostammo al "parcheggio", uno slargo di non oltre metri 6 x 3 occupato da sei macchine posizionate in modo acrobatico e dentro ad un fitto bosco di castagni centenari, lì mi dissero che imboccando il sentiero e scendendo non oltre duecento metri avrei trovato un torrente guadabile ed un altro sentiero sulla destra che avrei dovuto presidiare, fortemente coinvolto nello spirito di squadra non fiatai e mi avviai repentinamente alla posta assegnata. Ma dov'era? Il ruscello lo avevo trovato ma di sentieri ne incrociavano tre, usai allora il classico metodo deduttivo che sempre ci aiuta in questi casi e regolarmente imboccai il sentiero sbagliato. Percorsi cento metri senza avvertire presenze mi fermai con la sensazione che non fosse esattamente il posto assegnatomi ed assorto nelle mie precise valutazioni non mi accorsi di avere da qualche minuto alle spalle un signore grassoccio e dall'aria sorniona armato fino ai denti che sorrideva "Questa la mia posta" esordì "tu sei nel sentiero accanto alla casa diroccata ed alla tua destra c'è Mercurio" risposi che sì e con fare pronto mi diressi nella direzione opposta a lui, mi riprese "Non di là ma di qua" sempre col sorriso sornione sulle labbra, cercando di racimolare tutta la dignità residua mi diressi verso il punto indicato e lì fui abbandonato. Durante la prima ora di attesa prefiguravo gli scenari possibili: Se il cinghiale viene da lì…. o da qua… o da là… ma! Forse…se invece… e poi imbracciata, puntata e … ma!. Durante la seconda ora avevo quasi del tutto perso la tensione, stavo appoggiato ad un albero completamente rilassato fumando(Orrore) e sentendo con sempre minore coinvolgimento le comunicazioni radio che coinvolgevano tutti tranne me. A metà della terza ora la noia ed i pensieri di risentimento verso quel tipo di caccia si erano ampliati a dismisura grazie anche ai continui voli di storni che roteavano sulla mia testa dicendomi "tanto sei armato a palla", quanto la voce del capocaccia leggermente enfatica pronuncia alla radio " attenti abbiamo mollato". L'enfasi nella voce sentita premoniva qualche azione vicina ma non avendo la più pallida idea della distanza e della direzione di provenienza non tenni gran conto sino a che non sentii lontani.. lontani… gli abbai dei cani che indubbiamente si avvicinavano verso di me, poi di colpo uno di essi cambia completamente il tono di voce ed emette un ululato cavernoso prolungato dal suono atavico che fece presa dentro chissà quali cellule inusate del mio cranio trasmettendo un brivido che partendo dalla schiena si diffuse alla base della testa contraendo i miei bulbi piliferi e facendomi rizzare i pochi deboli e sparsi capelli che circondano la mia calvizie. Un flusso improvviso salutare e stimolante di adrenalina si sparse dentro il mio sistema circolatorio ed imbracciando il fucile ero pronto! Il bosco era fitto e la luce del sole stentava a penetrarlo, il silenzio intorno a me era come il buio, il mio corpo urlava "attento.. attento…" ma non sentivo niente! Alla mia sinistra un colpo lacerò ad un tratto l'irreale silenzio, qualche secondo e di nuovo boom! Di colpo il bosco sembrò animarsi alla mia destra una specie di fantasma nero sfrecciò a non più di venti metri da me ad una velocità da motociclista lanciato sul rettifilo infilandosi tra i rovi più rovi che avessi mai visto, mentre ne seguivo imbambolato le evoluzioni sotterranee di fronte a me il sottobosco si animò in due direzioni diverse aggirandomi, ebbi la debole reazione di alzare il fucile ma la scelta immediata risultò essere una decisione non da poco e la canna ballonzolava senza determinazione un po' di qua ed un po' di là e riuscii a vedere un poderoso sedere lanciato in direzione dello stesso rovo di prima, ormai completamente confuso e circondato giravo sul mio asse come una trottola e per fortuna non sparavo. Di lì a qualche minuto fui raggiunto dai cani e di subito i canai al seguito con grande savoir-faire non mi apostrofarono nemmeno anche se si leggeva loro in faccia la delusione della fatica non premiata, meditavo sulla mia pochezza e ripassavo gli arzigogoli dei miei ragionamenti giustificanti la mia condotta mentre alle mie spalle tre colpi in rapida successione mi rimisero in allarme, di nuovo intrepido, pronto e forte della vissuta esperienza mi spostai di una decina di metri alla mia destra verso il fiume, sicuro che lì sarebbe passato il fuggiasco, così non fu, con la subdola determinazione del cinghiale ormai convinto della mia inoffensività esso sfrecciò quasi esattamente dove ero stato per ore percorrendo il comodo sentiero che io avrei dovuto sbarrare. Comunque alla radio era un rincorrersi di esultanze e parolacce ed infine capii che al mio primo giorno di caccia in battuta mi ero trovato in mezzo ad uno "sbranco" di ben otto cinghiali di varie pezzature e che tre di essi erano diventati prede. All'ordine "abbandonare le poste" mi avviai verso il "parcheggio" con l'ansia del rimbrotto ma il compiacimento per la buona cacciata e la buona creanza dei miei compagni di caccia non rilevò nessun astio né disprezzo. Non so se vi riconoscete in queste righe, altri cacciatori interpellati sono stati solidali e comprensivi con le mie reazioni, ma a me non è bastato e la sfida con il cinghiale continua ancora, i peli continuano a rizzarsi e l'adrenalina a versarsi copiosa e solo chi non ha mai praticato questa caccia può disprezzare queste dimensioni che si aprono sospese ed in pochi attimi tra la realtà e l'irrealtà. Da quel giorno ho amato questa caccia.
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