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Casi fortuiti nella caccia al cinghiale
Voglio narrare due episodi che dimostrano come all'esito della caccia contribuiscano, a volte, situazioni ed eventi imprevedibili e come, in qualche (rara) situazione negligenze del cacciatore si possano trasformare in situazioni favorevoli. Entrambi i casi si riferiscono a esperienze di caccia al cinghiale da appostamento.
(1)
Mancava ancora una mezz'ora per il limite orario entro il quale era consentito l'appostamento al cinghiale, ma vista la serata completamente negativa e il freddo (erano i primi di dicembre) decisi di scendere dall'altana e di avviarmi alla macchina, parcheggiata a non più di mezzo chilometro, presso la casa di un contadino.
Percorsi poco più di 100 metri, sentii distintamente il grugnito dei cinghiali al limite del bosco: tornai immediatamente sui miei passi per raggiungere l'appostamento perchè gli animali dovevano trovarsi proprio in direzione dell'altana, dalla parte opposta da quella da cui provenivo.
Giunto ai piedi della scaletta, pensai che non era il caso di salire poichè se i cinghiali fossero stati ancora presenti, mi avrebbero facilmente avvertito. Cominciai così, nella quasi completa oscurità, a scrutare il margine del bosco che, da quella parte, arretrava per fare spazio a una lingua di terreno coltivata larga meno di 100 metri e profonda circa 200. Poco dopo scorsi le sagome di due o tre cinghiali, proprio al margine estremo del campo coltivato: 210 passi dall'altana, come avevo accuratamente misurato in precedenza; mi preparai frettolosamente al tiro perchè gli animali si dimostravano nervosi e forse avevano percepito la mia presenza. Dall'altana il tiro non sarebbe stato difficile sia per la posizione elevata sia per il comodo appoggio di cui avrei potuto disporre: la fida C.Z. Scandinavia in 30-06 era tarata a 150 metri e, a quella distanza, le Sierra boat tail da 180 grani avrebbero avuto un calo di soli 5-6 centimetri. Da sotto era tutt'altra cosa: vedevo distintamente un solo animale, mentre gli altri erano coperti da un piccolo dosso, l'appoggio per il tiro, da effettuare in piedi, inoltre, sarebbe stato solamente un palo verticale dell'altana! Non avendo, comunque, altra scelta, trattenendo il respiro, mi accingevo a premere il grilletto quando mi ricordai che, nella fretta, non avevo azionato lo stecher: caricatolo mi rimisi in punteria e lasciai partire il colpo. La vampata mi impedì completamente di vedere gli effetti, ma sentii distintamente il grugnito dell'animale colpito.
Infrangendo la regola che suggerisce, in caso di ferimento, di aspettare qualche minuto prima di recarsi sull'anschuss, corsi per cercare di evitare che l'animale potesse inoltrarsi nel bosco, con possibilità nulle di recupero immediato, visto che oramai era notte fonda.
Con disappunto verificai che il cinghiale non era più lì, tuttavia, pochi metri all'interno della macchia, sulla mia destra, sentii un leggero sfrascare: decisi di inoltrarmi tra i primi quercioli e mi trovai immediatamente in un intricato sottobosco in cui predominavano pungitopo e "strappabraghe". Seguendo il fruscio (stranamente lieve e non impetuoso) prodotto dall'animale arrivai in una radura ove i pungitopo, appena meno fitti, mi permisero di scorgere, a non più di 5-6 metri, il quarto posteriore del cinghiale che stimai di una cinquantina di chili. Imbracciai il fucile ma mi resi subito conto che per la ridottissima distanza e il buio era impossibile mettere a fuoco la sagoma. Decisi allora (orrore per un cacciatore con la carabina!) di sparare ad occhi aperti indirizzando la canna su quello che vedevo, sperando, comunque, di finire l'animale con un colpo a bruciapelo.
Colpii il cinghiale che cominciò a dibattersi spingendosi ancora di più nel folto verso la parete scoscesa di un profondo e intricatissimo fosso; sparai in rapida successione ancora due colpi a brevissima distanza, ma, per il buio totale, mancai completamente il bersaglio.
Ero pressochè disperato per avere una preda che, pur ferita e vicinissima, continuava lentamente ma inesorabilmente ad allontanarsi; per di più, nella fretta di ricaricare, una cartuccia, rimasta incastrata nella camera di scoppio, mi impediva il riarmo.
Improvvisamente mi ricordai che nel tascone della giacca, proprio la sera prima, avevo messo una minuscola torcia elettrica che mi avrebbe potuto aiutare a sbrogliare la situazione: con quella riuscii, infatti, a ricaricare l'arma e, dopo essermi liberato dello zaino e degli indumenti pesanti, mi diressi verso gli sfrascamenti sempre più flebili e lontani, lungo la parete scoscesa e boscata del fosso. Dopo qualche minuto, insperatamente, raggiunsi la bestia che, con l'aiuto della piccola torcia, finii con un colpo alla testa.
Sudato fradicio ma soddisfatto per il sia pure poco ortodosso recupero, comincia a risalire il pendio al buio completo, aggrappandomi ai rami più bassi quando, arrivato quasi fuori dal bosco un piede poggiò su qualche cosa di più morbido del terreno, che al contatto emise un grugnito e si trascinò per qualche metro: lì per lì non stetti a farmi molte domande e, riaccesa la provvidenziale lampadina e imbracciato il fucile, sparai un colpo alla testa dell'animale.
Fu solo a mente fredda che riuscii, anche esaminando gli impatti delle palle, a ricostruire la singolare vicenda. Il primo colpo (quello sparato da sotto l'altana) aveva colpito il cinghiale al ventre, attraversandolo completamente. Nella ricerca dell'animale mi ero imbattuto in un altro cinghiale che, stranamente, si era lasciato avvicinare fino a qualche metro: anche il secondo era stato colpito nella parte posteriore (l'unica che potevo vedere). Il caso e la fortuna hanno voluto che nel tragitto di ritorno mi imbattessi (anzi, pestassi sopra!) al primo cinghiale ferito che non avrei più cercato, avendolo scambiato per l'altro; la bestia aveva percorso, dal luogo dove gli avevo sparato, nemmeno 50 metri.
Ragionando sull'accaduto, è facile constatare come una serie di miei errori (il tiro non perfettamente centrato, la fretta di incarnierare il selvatico ferito, il tiro in condizioni normalmente da evitare del secondo animale scambiato per il primo, l'immediato inseguimento anche del secondo) unita a una grande dose di fortuna hanno determinato la cattura di due cinghiali anzichè di uno. Ciò, ovviamente non vuole assolutamente essere incentivo a infrangere le regole tecniche e di buon comportamento, il cui rispetto, anzi, garantisce, gli esiti eticamente più soddisfacenti e, alla lunga, anche i migliori risultati pratici.
(2)
Ero appostato al limite del bosco segnato da numerose impronte di cinghiali che, nelle notti precedenti erano usciti per le loro scorribande nei campi circostanti. Si avvicinava il tramonto ma la luce era ancora abbondante da farmi gustare lo spettacolo di una lepre che, anch'essa uscita dal bosco, si recava, senza fretta, a pasturare in un vicino medicaio.
Il luogo dove ero, trovandomi al vertice di un profondo "sette", mi permetteva di controllare due ali del bosco, ciascuna lunga circa 250 metri, alla mia sinistra, completamente in pianura e di fronte, leggermente in salita.
Fu da quest'ultimo versante che, all'improvviso, vidi affacciarsi prudentemente dal folto tre cinghiali di una cinquantina di chili. Si trovavano a poco meno di 200 metri (poi misurati 185 passi) e sembravano piuttosto sospettosi, rimanendo sempre a filo di vegetazione e muovendosi nervosamente.
Appoggiata la carabina su una forcella precedentemente predisposta, mi preparai al tiro, togliendo la sicura e azionando lo stecher. Il colpo partì quando uno dei tre animali si sporse a sufficenza posizionandosi quasi di fianco, mentre gli altri erano parzialmente occultati da una specie di solco che segnava il confine tra il bosco e il campo.
Allo sparo i cinghiali si lanciarono in una corsa forsennata lungo il margine della macchia, in mia direzione, per trovare uno stradello attraverso il quale mettersi al sicuro nel folto. Deluso per l'esito del tiro, d'istinto, ricaricai velocemente e ripresi la mira sui tre cinghiali in corsa: quando la croce del Meopta 7x50 sfiorò il petto del primo lasciai partire il colpo che fulminò l'animale, mentre gli altri due rientrarono velocemente.
Con sentimenti contrastanti: esaltazione per il bel tiro in corsa (peraltro da evitare assolutamente) avvenuto alla distanza di 135 passi, ma anche amarezza per la "padella" su un bersaglio possibilissimo, andai sulla preda constatandone la morte immediata; il proiettile (solito Sierra 180 grani boat tail) era entrato a metà della cassa toracica, piuttosto in alto, e aveva attraversato obliquamente l'animale, fuoriuscendo dalla parte opposta.
Fattosi ormai buio, mi avviai verso la macchina, con la quale, approfittando del terreno asciutto, (eravamo ai primi di ottobre) tornai a prendere il capo abbattuto, attraversando il campo d'erba appena sfalciato; caricatolo sul bagagliaio e compilata la scheda di prelievo tornai direttamente a casa.
Il giorno seguente, accortomi di aver perso il coltello, probabilmente nel caricare in macchina il cinghiale, nel primo pomeriggio tornai sul luogo della sera prima; parcheggiata la macchina al solito posto, attraversai a piedi inl campo d'erba e, superato un piccolo dosso del terreno, istintivamente lo sguardo si diresse sul punto in cui erano usciti i cinghiali: subito scorsi, a non più di due metri dal limite del bosco, in corrispondenza di dove avevo sparato il primo colpo, una macchia scura che somigliava terribilmente alla sagoma di un cinghiale steso in terra. Fatto qualche altro metro potei constatare che ciò che somigliava alla sagoma era effettivamente il cinghiale, fulminato sul posto da un colpo che era stato piazzato e che aveva lavorato in modo identico all'altro!
Il piccolo avvallamento posto tra bosco e medicaio mi aveva impedito di vedere cadere l'animale che credevo illeso perchè, un quarto cinghiale, occultato dalla vegetazione, allo sparo, era fuggito insieme agli altri, prendendo il posto di quello caduto e convincendomi di una clamorosa padella.
Portai a casa il secondo cinghiale (anzi, il primo!) con poche speranze di poterne utilizzare le spoglie, poichè la temperatura, insolitamente alta per la stagione aveva già cominciato a produrre i sui nefasti effetti sull'animale. Fu così che, dopo averlo pazientemente scuoiato ed eviscerato, l'odore decisamente poco gradevole delle carni mi convinsero a disfarmi dell'intera carcassa.
Da questa esperienza, resa meno amara solo dall'abbattimento del secondo cinghiale, in corsa, al quale non avrei sicuramente sparato se avessi visto l'esito del primo tiro, ho imparato che, in caso di colpo a vuoto (o presunto tale) la meticolosa ispezione dell'anschuss non è solo un pignolesco rituale ma una operazione eticamente doverosa e, a volte, essenziale per l'esito della caccia.
Eugenio Poloni
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