IL BECCO
Caludio Calusi (Siena)

 

Quella mattina di Giugno si era alzato molto presto, aveva preso l'auto e si era avviato verso i boschi. 
La caccia era chiusa da tempo, ma lui voleva verificare se uno sperduto campo poteva essere un buon appostamento per la prossima stagione.
In realtà aveva una grande nostalgia dell'alba, di vedere qualche animale e di passare qualche ora da solo in mezzo ai boschi.
Guidava con calma per la strada sterrata anche se sapeva che l'alba sarebbe arrivata velocemente a chiudere la corta notte di fine primavera.
Erano diversi anni che non si recava da quelle parti, ma ricordava perfettamente il tragitto.
Passata l'ultima casa del paesino di Tonni, quattro case ed una chiesa in mezzo ad un mare di selve, imboccò la strada di bosco. Lasciò subito la macchina, il campo era ancora lontano, ma aveva voglia di camminare.
Prese il binocolo e si avviò, il bosco con il suo silenzio annunciava l'avversione alla sua intrusione.
A lui faceva piacere trovarsi immerso nella natura, in un posto dove da mesi e mesi nessun essere umano lasciava proprie tracce.
La stradina era molto sconnessa. Evidentemente i cinghialai non l'usavano più e l'avevano abbandonata. 
Anche i frequentatori di un capanno fisso ai colombacci dovevano utilizzare un altro tragitto.
Fatto oltre un chilometro in mezzo ai boschi si trovò davanti ad una fangaia. Era evidente che da molti mesi nessuna macchina passava da quelle parti. Le uniche tracce nel fango, che occupava tutta la strada, erano gli insogli dei cinghiali e varie orme di cinghiale, di volpe e di capriolo. 
Il bosco di fine primavera era bellissimo, una alta fustaia di cerri. Nella incerta luce dell'alba a
tratti si intravedeva la macchia scura di qualche leccio, piante di corbezzolo, rade scope e qualche chiaro ginepro. Un inebriante odore lo avvolgeva.
Camminò deciso per un bel tratto, poi avvicinandosi alla meta rallentò il passo. Era un po' che non pioveva e i suoi passi producevano un forte rumore sulle foglie e sui rami secchi.
L'alba avanzata stava iniziando ad irrorare di luce tutto l'ambiente.
Se non avesse lasciato la macchina all'inizio del bosco sarebbe già arrivato, ma non importava.
Sempre più lentamente prese il viottolo che portava al campo. Non coltivato da anni era ormai un'ampia radura ricoperta di erba alta e con diversi arbusti che nascevano qua e là.
Si affacciò fermandosi a ridosso del tronco di un grosso leccio, prese il binocolo ed ispezionò il
campo.
Niente sbucava dall'erba alta.
Dopo circa mezz'ora iniziò a pensare che nessun animale battesse la zona, comunque prima di andarsene avrebbe controllato le tracce.
All'improvviso avvertì un forte rumore di passi nel bosco dalla parte opposta, pensò per un attimo che potesse essere una persona, ma si rese conto che era molto improbabile che un essere umano arrivasse a quell'ora attraverso il bosco.
Prese il binocolo e cercò di individuare di quale animale si trattava. 
Tutto taceva, sapeva che l'animale era fermo alcuni metri dentro il bosco e cercava con il fiuto di capire se era tutto a posto.
Senza rumore un capriolo apparve al bordo del campo. 
La distanza era di circa 120 metri e gli consentiva di vederlo bene nel binocolo.
Era un maschio con un bel palco, il trofeo sicuramente non eccezionale denotava però che si
trattava di un animale abbastanza vecchio, infatti le rose erano ben ampie e le stanghe robuste. La maschera facciale era molto evidente. La stazza dell'animale e il portamento del collo confermavano le impressioni di un animale in età avanzata, giudicò che avesse più di otto anni. 
Dopo alcuni minuti di osservazioni scivolò silenziosamente nel bosco e lasciò l'animale a brucare
tranquillo.

Passati alcuni giorni tornò con il sole alto, non era sicuramente l'ora migliore per lavorare, ma non voleva creare troppo disturbo ai consueti abitanti.
Fece un giro del campo trovando numerose tracce di capriolo (raspate nel terreno vicino agli arbusti segnati dallo sfregamento dei palchi, apicali delle piante spuntati, mucchietti di fatte) oltre alle solite tracce di cinghiale. Notò con sorpresa anche qualche fatta di daino.
Arrivato dalla parte opposta scrutò attentamente il bordo del bosco nella direzione da cui arrivava il sentiero per individuare il punto giusto dove appostarsi.
In un punto la fitta vegetazione diradava lasciando come un buco nero. Si diresse in quel punto e notò che circa dieci metri dentro il bosco cresceva rigoglioso un gruppo ravvicinato di tre lecci.
In circa due ore costruì a due metri e mezzo di altezza un palchetto fra i lecci. Poi potò le fronde
che impedivano la visuale. Alla fine, bagnato di sudore, si mise seduto nell'appostamento a scrutare il campo. Era soddisfatto, aveva fatto un buon lavoro, l'appostamento era invisibile dall'esterno, ma consentiva un'ottima visuale di tutti gli spazi liberi e da quell'altezza anche l'erba non rappresentava un problema. 
L'unico dubbio che gli rimaneva era il fatto che d'Agosto, quando si sarebbe aperta la caccia, la
siccità avrebbe ridotto il campo ad una distesa di erba secca e, forse, costretto gli animali a cercare un luogo più fresco.
Mentre pensava a queste cose ebbe un sussulto, il capriolo era uscito e stava tranquillamente brucando i teneri apicali di una pianta di rovi. Eppure lavorando fino a poco prima aveva fatto un bel po' di rumore. 
mah, se si comportava così sarebbe stato fin troppo facile abbatterlo. Aspettò che l'animale si
allontanasse e poi scese dal palco e se ne andò.

Agosto volgeva alla fine. La stagione venatoria era stata, fino a quel momento, discreta. Lui però
continuava a sognare il capriolo del campo sperduto fra i boschi. Ci aveva provato tante volte, ma senza successo. Diverse volte gli era uscito un branco di cinghiali. Una volta una famiglia di tassi. Una femmina ed un piccolo venivano quasi tutte le volte a fargli compagnia, ma lui voleva tirare al maschio. Una volta il capriolo si era affacciato al campo, ma era fuggito precipitosamente senza lasciargli neanche il tempo di prendere il binocolo. Altre volte gli aveva
abbaiato vicinissimo mentre si recava o lasciava l'appostamento. 
Non sapeva più come affrontarlo: prima della caccia era fin troppo confidente, ora impossibile da
avvicinare. 

Anche quella notte lo aveva sognato che brucava tranquillo la pianta di rovi. Quando fu l'ora di
alzarsi un forte vento lo convinse a rimanere a letto, aveva imparato che quando tirava vento nessun animale metteva piede nel campo, che era in cima ad un poggio.
Passò la giornata di lavoro. Gli sembrò interminabile, pensava sempre al "suo" capriolo.
Finalmente fu l'ora di uscire, una corsa a casa, cambiarsi velocemente di abito, prendere lo zaino ed il fucile e via verso il poggio di boschi.

Il sole era ormai tramontato, due tassi razzolavano tranquilli al margine del bosco, aveva intravisto una lepre fra l'erba secca. Sul poggio regnava una calma assoluta, quasi irreale, non una bava di vento muoveva le fronde del bosco. 
Stava volgendo al buio ed ormai cominciava a convincersi che anche oggi l'attesa sarebbe risultata inutile. 
Improvviso, come al solito, un rumore di passi sulle foglie secche al di là del campo. 
Il binocolo scrutava nervoso il margine del bosco ormai quasi totalmente nella penombra, sarà stato un altro tasso o un cinghiale, chissà. 
Come sempre anche adesso l'animale si era fermato ad ispezionare con il radar del naso il campo in cui voleva uscire. 
Il buio avanzava inesorabile. Era ormai convinto che se ne fosse andato, quando la sagoma del capriolo si stagliò nel binocolo al margine opposto del bosco.
Il cuore sussultò, trattenne il respiro, quasi avesse potuto sentirlo. 
Sapeva che era lui, ma lo scrutò attentamente con il binocolo prima di decidersi a prendere il fucile.
L'animale iniziò a brucare tranquillo mentre lui con movimenti lentissimi imbracciava il fucile cercandolo nel reticolo dell'ottica.
Il capriolo alzò di scatto la testa rimanendo perfettamente immobile e guardando nella sua
direzione, aveva percepito qualcosa, ma era tardi....

La fucilata ruppe la quiete del bosco ed echeggiò di poggio in poggio portando l'ultimo saluto al vecchio becco.

Claudio Calusi



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