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- Era un lontano novembre.
Lasciai la strada asfaltata e imboccai una via sterrata entrando in un
vecchio podere di circa 5.000 ettari di coltivato.
La strada era fiancheggiata da qualche casetta ad un piano, residenze
dei contadini dell'azienda.
Il cane che dormiva nel retro della mia cinquecento "topolino ", ad una
curva si alzò, si stirò, sbadigliò e guardò fuori dal finestrino. Sembrava
aver riconosciuto il luogo che spesso, ogni anno percorrevo alla ricerca
di selvaggina, sin da dopo la guerra.
L'estate era stata secca, e così l'autunno. Il grano era stato mietuto
molto presto e adesso il terreno era arato e nel mezzo delle zolle
rovesciate spiccavano i fili gialli delle stoppie. Ma c'erano ancora delle
buone rimesse ai piedi delle macchie.
Scesi dalla macchina e il mio cane, un kurzhaar di tre anni, osservandomi
mentre estraevo il fucile dalla busta, cominciò a fremere.
Era un automatico Breda, che ancora conservo, e che avevo comperato dopo la guerra. Estrassi il zaino, militare, nel quale avevo messo la mia
colazione, panini, mele e formaggio. Le cartucce erano in una scatola colorata
mescolate a bossoli sparati. Ne scelsi un certo numero, tutte del piombo numero
sette e le misi nelle tasche della cacciatora. Aprii l'otturatore del fucile e
introdussi ad una ad una le cartucce.Espulsi la prima cartuccia che presi al
volo rinserendola di nuovo nel fucile.
Cominciai a camminare sull'orlo di un campo; il cane mi precedeva voltando
ogni tanto il muso, come a prendere il vento.
Aspirò l'aria, fece qualche passo in avanti, annusando qua e là i ciuffi d'erba
lungo una staccionata.
Il cane entrò in un campo di grano invernale, verdissimo e brillante al di sotto
del quale si distinguevano ancora spiazzi di terra nera.
Davanti a me, Roki, rimase improvvisamente in ferma; io me ne stupii ma,certo,
poteva darsi benissimo.
Il cuore mi si fermò. La coda del cane era rigida, la testa pareva volersi schiacciare verso la terra; il corpo era rigido, come ghiacciato, e tutto teso verso qualcosa
di invisibile.
Un' istante dopo vi fù un battito di ali e portai automaticamente il fucile alla spalla.
Buon Dio, era il mio primo fagiano, non farmelo spadellare!! Aspetta ancora mi
gridai. Calmati......Il fagiano si sollevò da terra, il cane alzò la testa.
Un magnifico maschio, dove anche le lunghe penne della coda parevano battere
l'aria. Puntai il fucile contro quel corpo in volo e avvertii solo il rumore della fucilata.
Per un istante il fagiano rimase come sospeso nell'aria.
Sapevo di averlo colpito, mentre vedevo che qualche penna ruotava nell'aria.
Appena il fagiano cadde, il cane balzò in avanti, lo abboccò e tornò subito,
agitando la coda e depositandolo ai miei piedi.
Raccolsi l'animale e mi soffermai a guardare le penne arruffate sotto un'ala,
ammirando la bellissima testa rossa e verde e il collo colorato come il dorso.
Gli speroni erano lunghi e forti.
Gli occhi erano ancora aperti, come a voler guardare ancora cielo e terra. Ennio.
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