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- Così parlo bramante, vecchio cacciatore di Maremma:
<<Son vecchio e ho una convinzione: non vi sono animali buoni, né animali cattivi : vi sono animali e basta ! >>
C'è solo il nostro portafogli, che distingue. Un lupo mangia un agnello, un passero becca un maggiolino: di fronte alla natura sono due fatti uguali ; ma di fronte al portafogli , l'uomo dice : - Il maggiolino non mi costa nulla e l'agnello mi costa cinquanta lire. Ecco che il passero è un animale buono e il lupo un animale cattivo.
Dunque, no, neppure a un lupo, ho più sparato, dopo quella notte ! E se dovessi prendere in mano il fucile e tirare, penserei che forse potrebbe essere una lupa e allora tornerei ad abbassare le canne, perché proprio una lupa, vent'anni addietro, m'ha insegnato la bontà.
Dunque, gli animali nocivi, dicevo, per me hanno due soli torti: quello di essere venuti al mondo prima dell'uomo e di toccarlo in tasca.
E smettiamola, questa superbia di credere che Dio abbia creato ogni cosa solamente per noi ! Ma Dio ha creato soprattutto per se … ha creato e basta. Lupi, usignoli, farfalle, coccodrilli e capinere, sono tutti puri e innocenti come il bimbo che succhia al petto di mamma.
Queste sono le mie idee, quelle che ho imparato a stare al mondo durante ottant'anni : saranno sbagliate, ma me le tengo.
Dunque dovevo dir della lupa.
Fu un giorno di neve. Quando la Maremma si copre, cala quel silenzio e il mondo mette le scarpe di feltro; e anche i lupi calano senza far rumore e si senton di notte, quando urlano, a gran dispetto dei cani che sono al calduccio nelle stalle, tra il tepore e l'odor delle pecore.
Ed è proprio quest' odore, portato dal vento, che fa urlare i lupi digiuni, dalla corona dei monti.
Quell'anno la neve aveva stesso sulla Maremma il più grande silenzio; era stellato chiaro e anche le stelle, parevan dire : "zitti…zitti…zitti…"
Ed ecco che da un chiuso di tavole, in una notte, sparirono quattro pecore, perché i lupi eran riusciti a schiodare un'asse e passar dentro. E allora noi uomini, toccati nel portafogli, si disse che bisognava punire i lupi: Si capisce… punirli per aver mangiato !
La neve fà da pantofola ai lupi, ma poi sa anche far la spia; accompagna la bestia alla stalla, eppoi la riaccompagna alla tana.
Di queste spiate, sul terreno, ce n'erano molte e noi ne seguimmo una che portava sulla montagna.
Ma eran chilometri, perché il lupo, in una notte, fa il giro di una provincia.
Si fece capo a un bosco di faggi, con molte caverne fra le rocce, ma poiché s'era fatto tardi, si pensò di tornare il giorno dopo, per la via maestra, con un barroccino e un cavallo ferrato a ghiaccio.
S'era in tre: un sentimentale, un pratico e un crudele.
Il crudele ero io. Tutti e tre si aveva lo schioppo.
Le peste sulla neve ci portarono a una grotta: dentro si muovevano quattro lucciole verdi, che eran gli occhi di due lupatti di tre mesi.
Gettammo loro addosso le giacchette, li accaprettammo, un giro di spago attorno al muso e si restò li, dentro i tronchi, ad aspettare " i vecchi".
Faceva freddo e stava per nevicare di nuovo. Il cielo s'era fatto bianco e il sole appariva appena, come un grande tuorlo d'ovo anemico. Dalla montagna si allungavano due baffi di nuvole. Uno di noi disse:- Fra un'ora nevica; i lupi torneranno a notte; contentiamoci dei lupatti.
Gettammo i cuccioli nel barroccio e frustammo.
In quel momento si vide tra gli alberi, un grande balocco di gomma che sbalzava avanti in lunghi salti elastici.
- E' uno dei " vecchi" - disse il compagno accanto a me; e sparò un colpo.
La lupa - si vide dopo che era una lupa - si rotolò sulla neve e ci lasciò una macchia rossa. Quando saltammo a terra, non ci trovammo più nulla; v'era soltanto una striscia di sangue che rientrava nel fitto.
Dissi :- Nevica e fa scuro : domani la troveremo poco lontano.
Mettemmo il cavallo al galoppo, per non essere bloccati dalla neve e facemmo due chilometri. A un tratto mi sento toccar nel gomito: - C'è la lupa- disse il vicino. Non poteva saperlo che era una lupa, ma il fatto stà che disse proprio la " lupa ". Ci seguiva a grandi slanci, in silenzio, la lingua fuori , come un cane trafelato; nevicava fitto.
- Frusta ! - disse quello di noi che ho chiamato " il sentimentale" - cala la notte.
Eravamo giunti in pianura e la lupa serbava la distanza; se ci fermavamo, essa pure si fermava, gli orecchi piatti, la coda a spazzaneve, pronta a rinselvarsi da un lato.
- Frusta… Stacchiamola ! - disse il cuor tenero.
- Quando non ne può più, le sparo - dissi io.
Tutti si parlava al femminile, perché s'era convinti che solo una femmina poteva seguirci così.
Il cavallo volava e la bestia ferita perdeva terreno; poi la si vide sparire in mezzo al nevischio. Il " tenero " respirò: - Se dio vuole l'abbiamo seminata !.
Io invece mi rodevo perché quei vigliacchi non mi lasciavan il tempo di saltar giù e di aspettar la bestia dietro un albero. Dopo riattaccò la salita e il cavallo andava al passo. I cuccioli, sballottati sulla rete del fondo, mugolavano sbuffando bava dalle labbra rigonfie.
Il sentimentale tornò a toccarmi col gomito: - La lupa !.
Vidi appena un'ombra allungata fra la neve. Dissi: - Aspettate, salto a terra e la faccio finita. - Ma l'altro, con una mezza voce di mamma pietosa : - Dopo tutto, non vuol mica noi… vuole i piccoli !
Saltai giù e mi appiattai dietro un masso e a trenta passi quando spuntò il muso aguzzo, strinsi.
Per la prima volta la lupa cacciò un urlo lungo, che fece appiattire le orecchie al cavallo; rotolò ancora nelle neve, poi si rialzò e prima che potessi vuotare la seconda canna , imbucò nella macchia. Ma vidi bene che aveva una gamba davanti stroncata… La buttava di traverso come una cosa morta e vidi anche il monco bianco dell'osso che sporgeva.
Ci piglia la notte… monta ! - Gridarono gli amici. Li trovai pallidi e sconvolti; mi dissero che l'urlo della lupa li aveva fatto rabbrividire.
- Non tornerà più - dissi- ha una gamba stroncata; andrà a morire nella macchia. Cominciò la discesa, dolce e lunghissima, era calato il crepuscolo, ma la campagna appariva rischiarata da quel gran bianco che era nel cielo e nella terra.
Il cavallo trottava di buon passo: la neve diradava.
- La lupa ! - disse ancora il mio compagno tremante nella voce. Era ancora lei.
Ci seguiva a tre gambe, beccheggiando; la lingua e la coda strisciavan sulla neve e si vedeva l'impaccio della gamba rotta penzolar da un lato, come una seconda coda.
- Spara …Spara…mi fa troppo male - disse il compagno di buon cuore.- ora sì che fai un'opera buona !
Ma si era allo scoperto e se ci fermavamo anche la lupa si fermava; se riprendevamo il cammino, riprendeva anch'essa, il triste beccheggio, appesantita da quello straccio oscuro che spazzava la neve.
Finalmente tirai una terza volta, di lontano, e ancora essa cadde col muso avanti e strideva come un cane…Ma ancora giunto sul posto, non trovai che una macchia rossa.
Divorammo gli ultimi chilometri di carriera, ossessionati da quell'inseguimento macabro e sublime ; contenti che la neve e il buio mettessero un velo fitto tra noi e il nostro rimorso .
Poi finalmente il paese… il caldo delle case…, la cena !
I lupotti furono sciolti in una stanza al terreno.
Nevicò per tutta la notte e i cani vicini, forse allarmati dall'odor dei cuccioli, abbaiarono a furore.
La mattina si trovò la lupa morta, addosso all'uscio della stalla. Aveva rosicchiato una tavola coi denti; l'osso bianco, scheggiato, sporgeva nudo dalla ferita.
L'ultima schioppettata a piombo minuto le aveva tolto la vista; il pelo era tutta una crosta di sangue gelato.
Trovai i lupacchiotti rannicchiati sotto la porta, col naso alla fessura.
Una lupa !… Un animale nocivo… Come vero Iddio, non ho più potuto toccare uno schioppo !
Ennio
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