Ad anatre
by Coni Ennio
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-Andiamo allo stagno, mi disse il mio amico Franco delle Castella (CR) laggiù potremmo sparare alle anatre. Si era a metà settembre, l’apertura di agosto, era già trascorsa e mi ero stancato di correre per campi dietro alle quaglie , sopra Isola di Capo Rizzuto Diedi ascolto al mio amico e andammo. C’era un fiumicciatolo che si trasformava in un vasto stagno coperto sulle rive, e qua e là anche nel mezzo, da un fitto canneto. In questo stagno, nelle insenature e nei meandri delle canne nidifica e viveva una grande moltitudine di anatre, di tutte le specie possibili, gracidanti e mute, con la coda a punta, folaghe, anatre pescatrici , ecc. A piccoli stormi trasvolavano di continuo l’acqua, e un solo sparo ne faceva alzare nugoli tali che l’alzare di una mano poteva accarezzarle. Io volevo andare lungo lo stagno, ma l’amico, mi disse che in primo luogo l’anatra, volatile prudente, non stà vicino alla riva e in secondo luogo, anche se una folaga ignorante e inesperta si fosse esposta ai nostri colpi e ci avesse lasciato la vita, i cani non sarebbero stati in grado di tirarla fuori dal folto del canneto; anche mettendoci il più nobile spirito di sacrificio, essi non potevano nuotare ne camminare sul fondo e non avrebbero fatto altro che graffiare e sanguinare i loro preziosi nasi, contro le punte aguzze delle canne. No, disse, bisogna trovare una barca Ci avviammo. Ma non avevamo fatto pochi passi, che da una fitta macchia di salici bianchi, sbucò e ci corse incontro un bracco piuttosto malconcio e dietro di lui comparve un uomo di media statura, con una giacca nera, assai logora, un panciotto d ‘indefinibile colore, pantaloni color grigio, ficcati alla meglio negli stivali sdruciti, un fazzoletto rosso al collo e un fucile a una canna dietro le spalle. Mentre i nostri cani, al consueto cerimoniale cinese proprio della loro razza, annusavano il nuovo collega che visibilmente impaurito, stringeva la coda tra le gambe, buttava indietro le orecchie e girato rapido su se stesso, senza piegare le ginocchia, digrignava i denti. Lo sconosciuto, per me, si avvicinò con straordinaria cortesia e cominciò a parlare col mio amico. Saputa la nostra intenzione a procurarci una barca disse : -Marcuccio ha un barchino, ma non sò dove lo tiene nascosto. Bisogna andare da lui. Dissi loro che l’ avrei aspettati vicino alla riva. Arrivarono e mi dissero che la barca c’era, ma è molto malandata. -E’ sconquassata; e poi le doghe sono piene di buchi. Si possono tappare con la stoppa. Può anche darsi che caliamo in acqua, non è vero ? Dissi io. Dio santo, non aver paura, l’acqua non è alta, stai sicuro. Andarono a cercare stracci e stoppa per riparare la barca. Un’ora dopo, eravamo già seduti su quella specie di barca. I cani furono lasciati sulla riva, legati a un tronco semissomerso. Non si stava troppo comodi, data l’esigua strettezza della barca che somigliava piuttosto a un barchino. Marcuccio era in piedi all’estremità posteriore e faceva avanzare la barca con una lunga pertica che affondava nello stagno Nonostante la stoppa e gli stracci, l’acqua non tardò a filtrare lentamente e raggiungere i nostri piedi. Per fortuna il tempo era calmo e lo stagno pareva addormentato. Procedevamo piuttosto lentamente. Marcuccio stentava a tirar fuori dalla melma viscida, la lunga pertica, tutta fasciata dai fili verdi delle erbe acquatiche. Finalmente si arrivò al canneto, e il divertimento cominciò a far cessare la paura di un naufragio. Le anatre si alzavano rumorosamente dallo stagno spaventate dal nostro improvviso apparire nei loro domini. Gli spari rimbombavano fitti, il mio automatico portava i cinque colpi, ed era un piacere vederle che facevano le piroette in aria, e piombare pesantemente in acqua. Certo non riuscimmo a raccoglierle tutte le anatre colpite: quelle che erano state ferite meno gravemente si tuffano sott’acqua; altre , uccise con un sol colpo erano cadute, chi in acqua e altre nel canneto, così folto, che era inutile cercarle. Era tutto un congratularsi a vicenda di tiri che andavano a segno e Marcuccio che aveva lasciato la pertica , col suo fucile ad una canna metteva a segno dei bellissimi tiri e felice lo era di più al regalo delle mie cartucce. Il tempo era magnifico; bianche nuvole tondeggianti passavano alte e lente sopra di noi, rispecchiandosi nitide sull’acqua ; in certi punti lo stagno sfavillava nel sole come acciaio. Si stava per tornare, quando ci accorgemmo che l’acqua saliva a poco a poco nel barchino e quando precipitosamente arrivammo a riva questo calò a picco , per fortuna in un punto poco profondo. Nel guardarlo così pietosamente ridotto mi venne fatto di ringraziarlo per averci dato la gioia di una bella cacciata. Il sole iniziava a tramontare e i suoi ultimi raggi si stemperavano sempre piu minuti per il cielo. Ero fracido fino alle ginocchia, ma tanto felice. |