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- Avevo passato la notte presso la casa di un mio amico.
Svegliandomi sul far dell'alba andai dal cane che dormiva acciambellato sull'orlo del fieno in una stalla adiacente
la casa.Si alzò a malavoglia, allungando e raddrizzando pigramente, una dopo l'altra, le zampe posteriori.
Tornato dentro, calzatomi e preso il fucile e aperta cautamente la porta che scricchiolava, e fatti pochi
passi dall'uscio, nel cortile che era ancora in penombra, - Com'è che ti sei alzato così presto, figliolo mio ?
Mi rivolse con cordialità la vecchia padrona di casa venutami incontro.
- Ma per andare a caccia ! Vado di quà alla palude.
- Diritto così e arriverai. I mie ragazzi hanno fatto caccia là.
Il cane correva avanti allegramente per il sentiero ; io gli tenevo dietro col passo veloce, leggero, guardando
continuamente il cielo.
Volevo che il sole non sorgesse prima che io fossi giunto alla palude. La luna, che splendeva ancora quando ero uscito
adesso sembrava opaca. Il lampeggiare mattutino, che prima non si poteva distinguere ora bisognava cercarlo.
Le macchie, prima indefinite nella campagna lontana, erano già chiaramente visibili. Questo è il periodo di tempo il più bello
che si possa vivere e gustare. E' come una magia.
La rugiada non è ancora visibile senza la luce del sole. L'erba, in alcuni punti, arriva a bagnarmi al di sopra dei cosciali.
Nel silenzio trasparente del mattino, si udivano i suoni, anche i più sottili.
Il viottolo mi portò diritto alla palude, che si poteva ora riconoscere
per i vapori che ne esalavano ora più densi, dove più radi.
Non lontano andavano due cavalli impastoiati.Uno di essi faceva rumore coi ferri.
Ora il cane mi camminava accanto, chiedendo di andare avanti e guardandosi in giro.Col gesto della mano gli feci cenno di andare
e lui entro di corsa nell'acquitrinio.
Poi dopo in galoppo trattenuto a causa dell'acqua, diminuì la velocità
e aspirava l'aria con le narici dilatate.
L'odore degli uccelli lo colpiva in maniera sempre più forte, sempre più
precisa, e improvvisamente si arrestò.
La coda diritta era allungata e tremava soltanto alla punta. La bocca era
leggermente aperta. Fremeva intensamente. Con maggior cautela si voltava a gurdare, più con gli occhi che con la testa e mi cercava.
Mi affrettai a raggiungerlo cercando di non fare rumore con i miei passi nell'acqua. Capii che fiutava i beccaccini e pregando per il successo,
in particolare per il primo, mi accostai a lui e cominciai a guardare con gli
occhi quello che lui vedeva col naso.
A dieci passi, con lo zirlio chioccio e il rumore particolare delle ali dei
beccaccini, se ne alzò uno. E subito dopo, lo sparo, cadde pesantemente
battendo col petto bianco la melma bagnata. Un'altro si levò dietro il cane, e
quando mi voltai era già lontano e alto, come una palla lanciata.
Poi ancora un'altro e questo venne a unirsi al primo.
Ecco, pensai, ce ne saranno altri.
I tratti acquitrinosi, che prima s'inargentavano di rugiada, ora si fanno d'oro.
Continuai a cercarli e il presagio venatorio: se non ti lasci scappare il primo,
la caccia sarà buona, si mostrò veritiero.
Stanco, affamato e felice, verso le dieci del mattino, dopo aver camminato per
tanto tempo nel grande acquitrinio, con dieci capi di selvaggina reale e un'anatra
feci ritorno alla casa, ringraziando il buon Dio, che tutto era andato a meraviglia,
anche perchè io cacciavo sempre da solo. Perchè solo così potevo gustare più
dappieno la natura e le abitudini dei selvatici che in quell'epoca erano ancora
tanti.
Ora tutti i luoghi delle mie cacciate, appuntati con dovizia di particolari, nel
mio diario, non esistono più e quando a volte ritorno sugli stessi, questi sono
completamente scomparsi, e allora provo tanta indicibile amarezza.
Perchè le cose belle hanno durata tanto breve ?
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