Waltdisneytizzati

Waltdisneytizzati, riflessioni tra il serio e il faceto! 

Pasquale CinquegranaE dopo i cinghiali ora gatti e conigli.
In natura gatti e conigli erano e lo dovrebbero essere ancora… predatori e prede.
Tutto questo prima che i nostri protagonisti in questi ultimi giorni di questa strana storia loro malgrado, venissero waltdisneytizzati (passatemi questo neologismo) e con loro ovviamente tutto il regno animale, uomo, in senso lato compreso.
Waltdisneytizzazione avvenuta ormai da un po’ di decenni. (Walt Disney (Chicago, 5 dicembre 1901 – Burbank, 15 dicembre 1966)

Credo che ai più non sarà sfuggito un articolo apparso su un quotidiano in cui si legge chiaramente che conigli e gatti si accoppiano e danno vita a una prole più aggressiva, agile e vorace.
Pensare che chi scrive di questi articoli ha una laurea in non so cosa, messa in cornice e appesa al muro in bella mostra…. mah!
Ci sarebbe da chiedere al nostro “illuminato” pennarolo a quale altra specie darebbe vita l’accoppiamento fra maschio di gatto e coniglio femmina, e viceversa.
Gattiglio nel primo caso e conigliatto nel secondo? Inoltre sarebbe troppo sapere se queste due nuove specie sarebbero sterili o fecondi? (un po’ come il mulo e il bardotto, il primo sterile del tutto, il secondo con rari casi di fecondità)

Ora veniamo a noi e alla realtà delle cose.

Da qualche mese nelle adiacenze della zona in cui risiedo, una coppia di conigli nani è fuggita da qualche giardino e ha incominciato a colonizzare la zona circostante, (estrema periferia della città) ivi inclusa una scuola con un ampio giardino che è sito proprio di fronte a casa mia.
Manco a dirlo, giardino messo a dura prova dai dentoni dei leporidi in questione.
Ed il caso ha voluto manco a farlo apposta, (proprio ieri che avevo letto l’articolo citato poc’anzi) stamattina affacciandomi al balcone, proprio nel giardino di fronte, ho assistito alla predazione da parte di un grosso gatto nei confronti di un appartenente della piccola colonia di conigli ospiti del plesso scolastico.
Nel vedere la scena, mi sono fiondato giù per le scale per documentare l’accaduto con alcuni scatti (troppo lontano dal balcone) purtroppo non sono riuscito nell’intento, l’insensibile gattone si era già dileguato con la sua preda.
Ora mi domando e domando a voi amici lettori: chi lo spiega al signor gatto che i conigli non si predano, ma si tro… emmm si corteggiano e si portano a letto, nel caso siano femmine, e magari se sono dello stesso sesso si invitano al bar per fare due chiacchiere, sorseggiando un buon caffè?

Se convoco il nostro “illuminato” pennarolo, riuscirà il nostro eroe a convincere lo stregatto, o sarà lo stregatto ad annebbiare ulteriormente le idee al nostro eroe?

Ai muli ai bardotti e a tutti gli altri ibridi l’ardua sentenza.

Pasquale Cinquegrana

P.S. ci sono personaggi che fanno più danni nella loro breve vita, che la grandine in migliaia di anni.

 

Link in tema: La storia dei conigli che si accoppiano con i gatti

 

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ATTENZIONE: l’articolo qui riportato è frutto di ricerca ed elaborazione di notizie pubblicate sul web e/o pervenute.
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Moda comune, il mondo di oggi!

Micali DaniloSono Vegano. A pranzo che fai? Vado al MC Donald’s.
E’ una delle belle affermazioni che ho sentito da qualche collega, presunto animalista e ambientalista. Ormai va di moda essere vegani.
La moda è pazzesca, se andasse di moda essere cacciatori, saremmo rovinati, sai quanti inutili, ignoranti e finti cacciatori domenicali ci troveremmo a dover affrontare ogni qualvolta andremmo a caccia?
Dal un lato meglio così. Meglio dire sono vegano e non sapere cosa vuol dire, piuttosto che fare dei danni mostruosi come uccidere senza pietà, senza scrupoli e soprattutto senza cognizione di causa.
Noi abbiamo le spalle larghe, la fedina pulita e ovviamente siamo tutti incensurati. Riusciamo a sostenere un dibattito, a far presente con pazienza ed un pizzico di sarcasmo che negli hamburger del MC donald’s c’è la carne, e se questo risulta inutile e senza senso a chi ci ascolta, a differenza loro, riusciamo anche a fare a meno di imporre in nostro pensiero e lasciar correre.
Qualche volta mi piacerebbe raccontare a queste persone, del normale ciclo della vita, dei predatori, delle prede e della catena alimentare e chiarire che se si nasce,si muore e si dovrà morire, inevitabilmente, tutti.
Mi piacerebbe anche spiegare a queste persone che non è la caccia a distruggere il territorio ma bensì l’inquinamento delle città in cui viviamo, le coltivazioni su larga scala e gli allevamenti intensivi, l’urbanizzazione. Sono questi senza nessun dubbio i mali del mondo e mi chiedo sempre più spesso come mai questi presunti salvatori della natura non considerino queste cose, prima di puntare il dito contro i cacciatori.
Ogni mattina quando prendo il treno per andare a lavoro il mio primo pensiero e di osservare i campi che attraversa la ferrovia, nella speranza di scorgere un coniglio, un fagiano, un lepre, ogni tanto ci riesco e il mio sguardo si illumina e d’istinto scatto di colpo sul sedile. Qualcuno, i più attenti mi guardano con atteggiamento qualche volta scostante qualche volta incuriosito o sorpreso, ma quasi tutti ignorano, sono lì, tutti, col capo chino a guardare qualcosa sul cellulare, spesso hanno le cuffie con la musica così alta che rintronerebbe un sordo, sono presi da quei giochi stupidi e mi rendo conto che la realtà è molto distante da loro. Allora, quando entro in città mi immergo nella lettura dei racconti di caccia del mio scrittore preferito.
Qualche volta però vorrei parlare con queste persone, provare a fargli notare il mondo fuori, la rugiada che c’è alla mattina nei campi,i tordi che nel mese di ottobre solcano i cieli e li noti alti e zirlanti che intrepidi attraversano le città, di quelle mucche che ogni mattina pascolano tranquille e silenziose mentre il treno scorre verso la città, come le invidio. Ma questo mondo è a loro invisibile, ed è assurdo che vogliano difendere qualcosa che non si conosce. Pazzesco.
Ma oggi, purtroppo, viviamo in questo mondo, è fatto così, dagli uffici aiutiamo il pianeta facendo qualche versamento a qualche presunto ente ambientalista, così, per sentirci apposto con la coscienza.
Allora, mi rendo conto, che anche io sono travolto da questo vortice di ipocrisia e incoscienza, mi accorgo che è già sera mentre scrivo questo articolo, il giorno è volato via a lavoro, e penso al tordo, alla beccaccia, che oggi avranno attraversato i miei posti di caccia mentre io sono a lavoro.
Volgo lo sguardo fuori dalla finestra, l’imbrunire di fine Novembre, pioviggina, una leggera nebbiolina inizia ad alzarsi, le foglie secche ricoprono i marciapiedi, i merli salutano la sera e chioccolano tra le siepi, due pettirossi si rincorrono tra i rami ormai spogli ed una cornacchia vola verso il ricovero notturno, non vedo più le macchine in coda, luci degli stop e degli abbaglianti, col pensiero volo all’ultimo posto di caccia in cui sono stato e spero che lì in quella porzione di natura ancora incontaminata, la beccaccia quasi sicuramente stasera passerà, furba e schiva come sempre protagonista incontrastata della cruenta danza della natura.
Il mio vagare viene interrotto quando sento: ”Amore, è pronta la cena!” la mia compagna mi chiama, brasato di colombacci con polenta taragna, menomale, si ritorna al mondo reale!

Danilo Micali

 

 

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una giornata di caccia sul Gennargentu

Caccia al Cinghiale con i cani da ferma sul Monte Gennargentu

Pisanu Marco Efisio Cari amici di “La Caccia al Cinghiale“, oggi vi racconterò di un’esperienza indimenticabile, non certo per il carniere, ma per tutto l’insieme che a breve vi racconterò. Ad accompagnarmi nella mia nuova avventura oltre a Fabrizio (il panettiere più conosciuto in Sardegna…) oggi c’è anche Alberto Dessì, un amico nonché collega di lavoro.
Ci troviamo sul Monte Gennargentu un’area montuosa di grande estensione situata nella zona centro-orientale della Sardegna, tra la provincia di Nuoro e la provincia dell’Ogliastra. Comprende le cime più elevate dell’isola. La zona di caccia di oggi è in agro nel Comune di Arzana, un caratteristico paese montano (a 750 s.l.m.) di circa 2500 abitanti. Arzana è situato nel cuore dell’Ogliastra (a mio avviso la più bella Provincia della Sardegna), su vasti territori che si estendono dal mare sino alle cime più alte del Gennargentu.
La vetta più alta si chiama Punta Lamarmora (che porta il nome del Generale e Scienziato Alberto Ferrero della Marmora), dalla cima del Monte, nelle belle giornate è possibile ammirare spettacolari panorami che abbracciano tutte le coste dell’isola. Nella vastissima zona di caccia è presente anche il primo salto del lago del Flumendosa, alimentato dalle numerose sorgenti che sgorgano tutto l’anno; credo sia per questo motivo, che anche nelle estati più torride il posto sia popolato da tutti i tipi di selvaggina.
Infatti il centro montano è ricco di boschi che ospitano mufloni, pernici, lepri, conigli, naturalmente non può mancare il cinghiale. Degni di nota anche i monumenti di pietra, come le neolitiche “Domus de Janas” di “Perdixi” e le numerose testimonianze nuragiche di “Unturgiadore”, “Sa’e Cartocce” e “Sa Tanca”. Merita sicuramente di essere visto il villaggio di Ruinas, posto nel cuore del Gennargentu, è il più importante monumento archeologico del paese. La principale attività artigianale è la tessitura; i prodotti enogastronomici tipici sono i formaggi pecorini, i “culurgionis”, il prosciutto e l’olio prodotto in antichi frantoi. Insomma, se dovete fare una vacanza in Sardegna vi consiglio Arzana, pensate che in soli 20 minuti di auto potete passare dalla montagna alle splendide spiagge di Orrì.
Dopo la mia doverosa (e richiesta dai lettori…) premessa dedicata al paese che mi ospita, veniamo alla nostra giornata di caccia che inizia con l’appuntamento datomi dall’amico Italo Arzu presso il Bar della casa cantoniera che sta al Km 89 della SP. 292. Dovendo percorre strade di montagna, parcheggio la mia auto vicino alla cantoniera, trasferiamo i bagagli sul fuoristrada di Italo e ci mettiamo nuovamente in viaggio, con destinazione “Tedderieddu”, la zona di caccia situata ai piedi del Gennargentu.
Mentre percorriamo il tragitto, Italo ci fa notare i danni che ha creato l’alluvione del 18 Novembre 2013, anche se bisogna riconosce che l’Amministrazione Comunale, con grande celerità ha ripristinato le vie d’accesso al monte, dove tanti allevatori hanno il loro bestiame.
Lo spettacolo è incantevole, giunti in prossimità del primo salto del lago del Flumendosa il sole sta sorgendo, nello specchio d’acqua si riflettono i colori di un cielo meraviglioso. Poco più avanti incontriamo Roberto (fratello di Italo) e Pietro, che sapendo del nostro arrivo, si sono fermati perché vicino alla strada c’era un branco di mufloni e volevamo farceli vedere.
Quando ce l’hanno detto, il mio primo pensiero è stato quello di prendere la macchina fotografica, ma purtroppo quando l’ho presa in mano i mufloni si erano già dileguati… mannaggia!
Prima di arrivare alla casa di caccia (averla sul Gennargentu è come avere una villa a Capri) percorriamo ancora 10 minuti in auto, dove ammiriamo le bellezze naturali, come i ginepri millenari che solo a vederli ti fanno venire la pelle d’oca. Siamo nella valle di Teddiereddu, regno incontrastato dei pastori, dove si trovano preziosi e plurisecolari alberi che ci raccontano delle rigogliose foreste che ricoprivano queste valli, tra i quali i più antichi alberi di tasso di tutta Europa.
Per me, nonostante abbia 51 anni è la prima volta che salgo sul Gennargentu e mi chiedo ancora come sia stato possibile non venirci prima.
Quando arriviamo al rifugio, troviamo ad attenderci gli altri componenti, tra i quali c’è anche Pino, l’altro fratello di Italo, che ci fa trovare il caffè fumante, fatto con l’acqua sorgiva di una delle tante fonti presenti sul versante Arzanese. Sono quasi le 8,00 quando ci muoviamo dalla casa per andare a caccia, inizialmente ci dividiamo in due gruppi, io vado con Italo. Mentre saliamo verso una delle cime più alte, la nebbia si dirada e mi accorgo che alla mia sinistra c’è Punta Lamarmora, ricoperta da un manto nevoso, l’aria è pungente, ma l’arrampicata e il meraviglioso paesaggio non mi fanno sentire neanche il freddo.
I cani iniziano a girare in lungo e in largo, Goku (Kurzhaar) rimane relativamente vicino, mentre Marta (Pointer) fa degli allunghi impressionanti, sembra un cane adatto per la grande cerca. A momenti sentiamo il beeper che suona, ma sono solo dei falsi allarmi.
La caccia con i cani da ferma si svolge avanzando progressivamente sullo stesso costone: praticamente le postazioni scalano fra loro e avanzano man mano che si guadagna terreno. Mentre camminiamo in cerca della preda, i profumi della montagna mi avvolgono, le lievi folate di vento mi inondano di profumi di erbe aromatiche dalle mille fragranze. Sono quegli aromi particolari che solo qui si possono trovare, di tanto in tanto mi fermo a toccare le piccole piante.
Italo si accorge del mio interessamento verso la vegetazione e mi dice che sul Gennargentu, gli esperti hanno censito ben 192 tipi di erbe officinali, riconoscendo il merito alla Pro loco di Arzana “Siccaderba” e al suo presidente Dr. Raffaele Sestu (medico di base di Arzana), che nel 1991 fa ebbe la grande idea di far nascere un convegno di studi sul tema “Le erbe medicinali del Gennargentu”.
La mia curiosità mi ha spinto ad informarmi, e ho scoperto che da allora 80 università provenienti dall’Italia e dal mondo sono venute ad Arzana per studiare il laboratorio a cielo aperto più bello dell’universo. Il Gennargentu è cosi diventato simbolo della ricerca botanica e 10 anni dopo un gruppo di scienziati, finanziati dall’Unione Europea, scoprì proprio nell’elicriso un farmaco che dapprima è apparso come un importante antiinfiammatorio, poi un potente antivirale che pare funzioni nella terapia dell’AIDS e lo scorso anno un grande antibiotico che sembra funzionare anche nelle infezioni resistenti agli altri farmaci. In onore di Arzana questo farmaco è stato chiamato Arzanolo, ed il nostro piccolo paese della Sardegna è diventato il primo al mondo a dare il nome ad una medicina.
La nostra chiacchierata viene interrotta quando arriviamo in fondo ad un canale, il cane di Andrea va in ferma e subito dopo gli altri fanno il consenso. In pochissimo tempo siamo tutti posizionati, in attesa che il cinghiale abbandoni la lestra, che stranamente avviene molto velocemente, intanto dalla macchia escono due cinghiali e Spike (Setter inglese) e Balto (Pointer) vanno in seguita, i cinghiali vanno in direzione di Andrea (Il cecchino dell’anno), il quale riesce ad inquadrarne solo uno e con un bel colpo lo stende.
L’altro invece riesce a svincolarsi e a guadagnare la meritata libertà. Dopo una brevissima seguita i cani tornano da noi e si continua a cacciare. Purtroppo però non facciamo altri incontri. Tra il disappunto di Italo (e degli altri componenti) per l’esiguo carniere, si decide di rientrare alla base per il pranzo.
Giunti alla casa di caccia troviamo Gigi, il cuoco che ogni domenica fa trovare il pranzo pronto, preparato sempre con pietanze nostrane. Oggi il menù prevede: antipasto di olive, prosciutto e guanciale, pennette al ragù di cinghiale e maiale arrosto, dal sapore unico, che solo i pascoli del Gennargentu possono infondere alla carne.
Durante il pranzo mi accorgo che Italo è troppo taciturno e gli chiedo se ci fosse qualche problema, allora dice: “Non è possibile che non abbiamo trovato altri cinghiali, tutte le domeniche ne troviamo parecchi è oggi che ci siete voi è andata male”. Ma scherzi? Gli rispondo, per noi è andata benissimo, abbiamo anche un cinghiale per le foto, non si può pretendere di più.
Italo dice ancora: “Non sono soddisfatto, dopo pranzo proviamo nella piana dei ginepri”. Mi rendo conto che non riuscirei a fargli cambiare idea neanche per tutto l’oro, ehm per tutti i cinghiali del mondo. Per quanto mi riguarda la giornata poteva anche concludersi li, in quanto mi sentivo appagato per aver cacciato osservando panorami incantevoli che ti portano quasi in un’altra dimensione. Sono circa le 15,00 quando usciamo nuovamente a caccia, questa volta però Italo ci assegna da subito le postazioni, dentro il bosco con i cani entrano solo Andrea e Manfredi. Noi siamo posizionati a valle rispetto ai canai, che invece partono dall’alto e scendono lentamente verso di noi.
Dalla mia postazione, a tratti riesco a vedere i cani, poi, quando la battuta volge al termine vedo anche Manfredi che con la mano mi fa un cenno. L’esperienza mi ha insegnato di non considerare mai finita la battuta fino a quando i cani non siano stati legati, pertanto rispondo al saluto di Manfredi con un altro cenno. Non passa neanche un minuto e Balto va in ferma, lo segue Dilma (Pointer) che comincia anche ad abbaiare a fermo, istintivamente mi giro a destra e a sinistra, per accertarmi che anche i miei compagni abbiano sentito il cane a fermo. Siamo tutti allertati e in attesa della preda; Balto continua ad abbaiare a fermo, anche in questa occasione passano solo pochi minuti e i cinghiali abbandonano la lestra.
Sono tre, uno va in direzione di Peppuccio, che per abbatterlo deve Copertina La Caccia al Cinghiale n° 78sparare tre colpi, gli altri due invece fuggono in direzione delle nostre poste, ma per nostra sfortuna passano davanti ad Andrea, che con grande abilità li abbatte tutt’e due. Quest’anno ad Andrea gli va proprio di cu…ore, fino ad oggi ha già abbattuto 17 cinghiali, mi auguro che da qui alla fine della stagione possano aumentare ancora.
Non immaginate la gioia dei fratelli Arzu, Italo, Pino e Roberto quando ci siamo radunati dopo la battuta, a dire il vero eravamo tutti felici, non tanto per il carniere, ma per l’andamento della giornata, e quei tre cinghiali catturati nel pomeriggio sono stati solo la ciliegina sulla torta.
Prima di salutarvi vorrei far sapere ai lettori del nostro giornale che in Ogliastra, e in particolare nel paese di Arzana, in occasione della battaglia popolare contro l’istituzione (coatta…) del Parco Nazionale del Gennargentu, c’è stata una mobilitazione generale, dove hanno combattuto fianco a fianco giovani e anziani, operai e datori di lavoro, persone appartenenti a tutti i ceti sociali, con un unica voce: NO AL PARCO! Fu una battaglia lunga, civile e democratica, dove i cacciatori arzanesi furono in prima fila per difendere il “loro” patrimonio ambientale.
Tra le tante manifestazioni di protesta dei cacciatori, voglio ricordare quella di Corte ‘e didalus del 31 Gennaio 2005 quando, insieme al Gruppo di Base “Rosa del Gennargentu”, convocarono tutte le compagnie di caccia grossa dei paesi dell’Ogliastra e del Nuorese che si incontrarono sul Gennargentu.
All’alba di quella mattina, con i capicaccia di oltre 600 cacciatori, organizzarono un gesto emblematico che rimarrà nella storia: insieme “violarono” i confini del parco (disegnato da persone incompetenti che non conoscevano assolutamente il territorio) e organizzarono la più grande battuta al cinghiale mai preparata con quasi 600 poste.
In quella occasione, nella valle di Lettene, non fu catturato nessun cinghiale ma vinsero una grande battaglia: la libertà di decidere cosa fare sul proprio territorio.
A testimonianza della non utilità dei parchi, ci tengo a far sapere ai nostri lettori, che in occasione di un mio recente viaggio in Molise ho avuto modo di parlare con parecchi cittadini abitanti nell’aerea del Parco Nazionale dell’Abruzzo, i quali hanno detto che da quando hanno costretto l’uomo ad abbandonare la montagna (con il Parco sarebbe così anche sul Gennargentu), molti equilibri si sono interrotti.
Un anziano signore mi ha confidato che quando lui aveva il bestiame sui monti, curava il territorio come se fosse il giardino di casa sua. Per salvaguardare il territorio convogliava l’acqua piovana in apposite canalette fatte con le pietre, da quando invece non c’è più nessuno che lo fa, sono iniziate le frane.
Il mio augurio è che la comunità di Arzana e tutti gli abitanti ricadenti nell’aerea dell’ipotetico Parco Nazionale del Gennargentu, vigilino affinché non si permetta che un paesaggio incantato e incontaminato come quello del Gennargentu, vada a finire nelle mani di pseudo ambientalisti che di tutto hanno in mente tranne che salvaguardare la natura.
Colgo l’occasione per ringraziare il Dottor Raffaele Sestu per la sua disponibilità e per le preziose informazioni che mi ha fornito. Sono certo che anche lui è d’accordo con me se affermo che questo meraviglioso angolo di paradiso si è conservato così proprio perché vissuto e protetto dall’uomo. Abitandolo e raccogliendone anche i frutti che la natura ci dona, siano essi flora o fauna, ma sempre con i sistemi e l’amore che i nostri avi ci hanno trasmesso.
Alla piccola compagnia di caccia “Teddiereddu”, composta da Italo, Pino e Roberto Arzu, Peppuccio e Andrea Arba, Pietro Bardeglinu, Manfredi Lai e Gigi Piras, auguro che possano cacciare e fruire dei beni che la natura conserva in questi splendidi territori e che ciò possa essere trasmesso alle generazioni future.
Un cordiale saluto a tutti i lettori di “La Caccia al Cinghiale”. Chi volesse contattarmi può scrivere una mail a marco.pisanu@libero.it oppure chiamarmi al 393 88 53 317.

Marco Efisio Pisanu

 

 

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Racconti: Cappuccetto verde

Cinquegrana PasqualeCappuccetto verde

C’era una volta una bimba buona, così buona che tutti gli volevano bene, specialmente i lupi, tanto che una volta gli fecero un cappuccio di foglie verdi e glielo regalarono, e gli stava così bene che non volle indossare mai più altro.
La chiamarono sempre cappuccetto verde.
Un giorno la mamma la chiamo e gli disse: Vieni, Cappuccetto verde, prendi questo pentolone di minestrone fatto con tantissime belle verdure, e questa padellona di friarilelli, (broccoletti) e portali ai lupi nel bosco, che sicuramente avranno tanta fame, e fai attenzione di non farli cadere, altrimenti poveretti cosa mangeranno? Stai tranquilla mamma, le rispose, farò tutto bene.
Quand’ebbe caricato tutto sul carretto si avvio facendo ben attenzione a non finire con le ruote in qualche buca presente lungo la strada, per evitare di far cadere il tutto. Ma i lupi come si sa abitano nel bosco ben fuori il villaggio, per cui ci sarebbe voluta una buona mezz’ora di viaggio.
Poco prima di giungere ai margini del bosco, incontrò il cacciatore, ma non sapeva che era una bestia tanto cattiva, e non ne ebbe paura. Buongiorno cappuccetto verde, gli disse.
Grazie e buongiorno a te cacciatore.
Dove vai con questo pentolone e questa padellona piene di tante belle cose? Dai lupi che sono affamati, rispose lei.
Oh! esclamò il cacciatore, ne saranno ben contenti, e dove ti aspettano per per ricevere tanto ben di Dio? Nella radura in mezzo al bosco disse cappuccetto verde.
Nel mentre il cacciatore pensava; se la lego e l’appendo ad un albero, potrò mangiare solo questo, se invece la mando dalla nonna, che ha tante tenere pecorelle, insieme ai friarielli, mangerei anche qualche buon cosciotto arrostito, poi con calma avrò tutto il tempo per andare a sparare i lupi, così come mi è stato commissionato dalla nonna della bambina.
Cappuccetto Verde, visto che la tua nonnina abita anche lei nel bosco, sicuramente avrà raccolto tanti frutti di bosco freschi e saporiti per farne marmellata, perché non passi da lei per fartene dare un po’ da portare ai tuoi amici lupi? E la salutò, convinto com’era che sarebbe certamente passata dalla nonna.
Cappuccetto verde ci penso su un attimo e decise di accettare il suggerimento.
Era presto, una leggera deviazione non avrebbe comportato grossi problemi, e poi lo faceva per il bene dei suoi cari lupi, certamente avrebbero apprezzato. Giunta dalla nonna, nel salutarla le diede un bacio, ma notato che era scura in volto le chiese: nonnina perché sei cosi arrabbiata? e la nonna; perché i lupi mi hanno ucciso 39 pecore, così ora ho ingaggiato il cacciatore che li ucciderà tutti.
O nonnina perché l’hai fatto, ora bisognerà fermare il cacciatore, prima che commetti un’ingiustizia, non sono stati i lupi a uccidere le tue pecore, sono stati i cinghiali, lo hanno detto alcuni esperti studiosi della fauna, ho letto l’articolo di un piccolo giornale che era pubblicato su Facebook.

Nel frattempo il cacciatore, che aveva seguito cappuccetto verde senza farsi vedere, nell’udire l’accorato appello della piccola, e temendo di perdere il lauto pasto e il compenso usci fuori, legate e rinchiuse la nonna e cappuccetto verde nello sgabuzzino, si avventò sulle cibarie. Nel frattempo che una pecora rosolava sul fuoco, si riempì il pancione prima con tutto il minestrone, per poi dare fondo alla padellona di friarielli che accompagnavano un ottimo arrosto di pecora, il tutto annaffiato dall’ottimo vino trovato nella cantina della nonna.
Satollo, pensa di fare un riposino prima di mettersi in caccia dei lupi.
Di li a poco, arrivo un lupo, il quale stava accompagnando la “pecorella smarrita” che voleva ritornare all’ovile, non vedendo nessuno si insospettì, e avvicinandosi all’uscio senti degli strani mugolii, entrò e liberò la nonna e cappuccetto rosso, i quali chiamarono subito i gendarmi, che giunti sul posto, portarono il cacciatore a dormire in una comoda prigione, ingiungendogli di non sparare mai più ai lupi. e come in tutte le storie che si rispettano, vissero tutti felici e contenti, un po’ meno la nonna e le pecorelle, le quali, queste ultime, continuavano ad essere gustosamente sgranocchiate dai cinghiali, i quali erano i più felici di tutti.

Cinquegrana Pasquale

 

 

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Racconti: Ciao caro vecchio Tom

TomE’ comparso nella mia vita un pomeriggio inoltrato di una ventina di anni fa, ed il nostro primo incontro è stato da brividi, almeno per me, lui sembrava estraneo a tutta la vicenda che si era venuta a creare. Ho rischiato di metterlo sotto con l’auto, mi era comparso avanti improvvisamente spuntando da dietro una vettura parcheggiata al lato della strada, sono riuscito ad evitarlo un tantino per merito e molto per fortuna. Fermata la macchina sono sceso immediatamente per accertarmi che non si fosse ferito, se non peggio, per fortuna non lo avevo minimamente toccato, potrà sembrare strano ma, avevo avuto la sensazione che non fosse intervenuto l’istinto di conservazione proprio di tutti gli esseri viventi, nel senso che non aveva avuto la classica reazione, uno scarto di lato o un qualsiasi altro movimento utile a salvare la pellaccia, anzi, era rimasto li a guardare il “muso” dell’auto a pochissimi centimetri dal suo.
Ad occhio e croce era un cucciolone di poco meno di un anno, e certamente era senza mangiare da più di qualche giorno, ma la cosa che più mi aveva colpito, oltre alla sua non reazione, è stato il suo sguardo, era dolce ma allo stesso tempo mi ha fatto pensare ad una sorta di rassegnazione, intervenuta probabilmente dopo che era stato abbandonato, anche se ebbi il sospetto che la sua ancorché giovane vita non fosse stata semplice anche prima, il perché di questo mi è parso abbastanza evidente nei giorni successivi. Come sicuramente avrete capito sto parlando di un cane, un setter bianco arancio. A quel punto anche se ancora non lo sapevo, avevo già deciso che non lo avrei lasciato in quella strada ad affrontare un destino di morte, Infatti, parcheggiato in modo da non creare intralcio agli altri automobilisti, scesi di nuovo dall’auto per occuparmi di lui, nel contempo stavo pensando a cosa fare per aiutarlo, in primis gli comprai della carne in scatola, ed anche in questo caso mi sorprese, non si avvento sul cibo, come sarebbe stato lecito aspettarsi, si avvicino lentamente e, prima di ingurgitare un boccone mi lanciò uno sguardo come a chiedermi il permesso.
Una volta finito il frugale pasto accennò ad allontanarsi, ed anche qui mi lasciò stupito, un altro cane avrebbe incominciato a scodinzolarmi intorno sperando in un’altra razione di carne, ma lui niente, si stava allontanando lentamente, con quel suo incedere stanco. Senza muovermi provai a chiamarlo; hei bello su vieni qua, esitante si fermò e girò lentamente la testa, ed io insistendo; dai bello vieni, e allungai la mano con il palmo rivolto verso l’alto, lui ci pensò su un attimo, alla fine decise di avvicinarsi e me lo leccò, e fu a quel punto che decisi di portarlo a casa, e credetemi, non lo portai a casa perché bene o male apparteneva ad una razza che eccelle in ambito venatorio, anzi ero più che convinto che non ostante fosse un setter aveva ormai perso l’occasione per dimostrarlo sul campo.
Per dirla tutta, avevo anche pensato che ad abbandonarlo potesse essere stato uno di noi, inutile negarlo, come in tutte le categorie anche fra noi ci possono essere, e senz’altro ci sono delle mele marce, e uno di questi, una volta accertatosi che il mestiere di cane da ferma non era fatto su misura per lui, lo aveva lasciato andare incontro ad un amaro e breve futuro abbandonandolo al suo destino. E comunque sia anche se non fosse stato così, e a prescindere di chi fossero stati costoro, una qualunque comune famiglia o chiunque altro, sicuramente non gli sarebbe stato insegnato niente per affinare l’istinto di cacciatore, peculiarità intrinseca in un setter inglese, anzi, mi sembrava, come già accennato all’inizio, che potesse essere stato maltrattato abbondantemente.
Ragion per cui lo avrei portato a casa anche se fosse stato un qualsiasi altro meticcio, mi aveva conquistato con quel suo sguardo per niente aperto al futuro, e, nel suo caso, alla corse sfrenate sui prati e sui dolci declivi delle colline. Non so perché Tom, ma quella sera così senza riflettere, rivolgendomi a lui, dissi: dai Tom salta su, andiamo a casa.

Cosi entrò a far parte della mia vita Tom, fra il silenzio più assoluto (suo) e un pizzico di paura. (mia) Nei giorni successivi, ebbi modo di convincermi che i miei sospetti erano giustificati, il suo comportamento non lasciava spazio a dubbi, abbaiava pochissimo, e se in qualche occasione mentre lui si faceva sentire, capitava che per qualche motivo mi dirigessi verso di lui, andava dritto a nascondersi, segno evidente che era stato picchiato di brutto in precedenza, stessa cosa accadeva alla vista di bambini, anche in quel caso si nascondeva, resomi conto di queste sue paure, lo raggiungevo per accarezzarlo e rassicurarlo, nella speranza che capisse che non aveva più niente da temere ne dai bambini, ne quando abbaiasse.
Poco alla volta incominciò a superare le paure con cui era cresciuto, ma non modificò di molto il suo atteggiamento, non ostante era in un giardino con altri cani, si faceva coinvolgere poco nei loro giochi, e spesso preferiva stare in disparte.
Su una cosa mi ero sbagliato e fui più che felice di questo mio errore, il suo istinto di cacciatore non era sparito, in quel giardino, più di una volta lo avevo sorpreso in ferma, anche se l’oggetto delle sue attenzioni era una lucertola, se non un’arvicola oppure merli e/o piccoli uccelletti, ma sta di fatto che le sue attitudini erano tutte li, stava a me ora renderlo un cane da ferma decente.
Non staro qui a dire che diventò il campione dei campioni, forse il suo stile poteva far storcere il naso ai puristi, probabilmente non aveva una struttura tale da farlo considerare un cane bellissimo, ovviamente per me lo era, non era velocissimo, nel senso che non si scatenava in quelle corse lunghissime e massacranti, ma credetemi era instancabile, col tempo incominciai a paragonarlo ad un motore diesel, non spariva alla tua vista, ma aveva una cerca vasta e minuziosa, non tralasciava niente, per me così andava benissimo, infine divento ottimo sulla quaglia, meno per la beccaccia, anche se le sue doti alla lunga lo facevano recuperare sugli altri, proprio per quella sua caratteristica di resistenza.
Non a caso mentre gli altri dopo una lunga e faticosa ricerca della regina del bosco incominciavano a segnare il passo ed io con loro, Tom continuava senza colpo ferire, non si curava degli altri lui cacciava e basta, era sufficiente che io fossi li pronto alla bisogna.

La sua ultima regina, con finale a sorpresa.

Ormai dopo tanti anni passati insieme ci parlavamo con gli sguardi, devo dire che l’anno precedente in cui mi lasciò per sempre, l’avevo portato con me solo nel periodo iniziale a quaglie, in quanto il clima delle giornate dedicate a questo selvatico erano sicuramente più adatte alla sua età e alla sua salute, ormai era pieno di acciacchi, e aveva anche problemi respiratori, gli volevo evitare, e così feci, il freddo e la fatica estrema, freddo e fatica con i quali si devono fare i conti alla ricerca della mitica arcera, ma lui era sempre pronto a chiedermi di uscire, incurante dei suoi malanni e di cosa avrebbe dovuto sopportare.
Sapeva, lo capiva subito quando non era tra quelli che dovevano salire in macchina, e contrariamente agli altri, non abbaiava per protestare, (non per paura, ormai sapeva che non aveva più nulla da temere) così facendo si metteva da una parte in attesa, e li lo trovavo al mio ritorno. La stagione di caccia volgeva al termine, l’annata era stata buona, in quegli anni si facevano ancora carnieri che erano degni di tale nome.
Fu così che in una delle ultime uscite di quell’annata, fu lui a dirmi che voleva uscire, quasi a presagire che quella sarebbe stata la sua ultima volta, infatti in quell’occasione non si mise da parte come al solito, si pose davanti a me, e non mi stacco gli occhi di dosso, e con flebili guaiti fece di tutto per attirare la mia attenzione, in fin dei conti lo avevo preservato dal freddo fino ad allora, le cure non gli erano mancate, pensai che potevo accontentarlo almeno per quella volta, in ogni caso a quel punto era finita o quasi, aveva capito che stavo decidendo di portarlo, scodinzolava, ed anche questa era una rarità, non lo faceva spesso, gli feci cenno si salire su, non se lo fece ripetere, con un balzo era nella gabbia, con lui trovò posto Diva. La giornata era accompagnata da un bel sole, ma il freddo era pungente.
Arrivati alla meta, feci scendere i cani, attesi che si sgranchissero un po’ le zampe e dessero corso ai loro bisogni, non ci restava che dare inizio alla giornata di fatica e di sudore. Diva parti come suo solito dando sfogo alla sua prorompente vitalità in fase di cerca, Tom viceversa faceva i conti con la sua vecchiaia e i suoi acciacchi ma non demordeva, quella mattinata sembrava non volesse dare i frutti sperati, ci eravamo fatti una bella scarpinata, eravamo passati da una zona in salita densa di pungitopo, ad un bosco ceduo, per passare ad un altro più intricato e al suo confine era circondato da felci, ma i risultati erano stati nulli, a dire il vero, per tutta la zona erano state rare le voci delle doppiette.
Si era intorno a mezzogiorno, la fatica era tanta ed ero zuppo di sudore, ci fermammo un po’ per ristorarci, mi ero portato la colazione, che divisi con i cani. A quel punto decisi di fare un ultimo giro che ci portava ad avvicinarci alla macchina, questa zona presentava una maggiore difficoltà, dovuta alla vegetazione più stretta, in compenso vi erano dei punti a forma di piccole conche, idonee alla rimessa della beccaccia. Diva ancora faceva la sua parte, ma ora, era il vecchio Tom che ormai tirava le fila, anche se spesso lo sentivo tossire, il freddo e la faticata si era fatto sentire, e i problemi respiratori erano rispuntati fuori repentinamente, non ostate ciò non si fermava e continuava con un unico pensiero fisso, (almeno credo) trovare la signora dei boschi.
A quel punto ero dell’avviso che saremmo tornati a casa senza averla incontrata, ma evidentemente sbagliavo, di li a poco notai subito che Tom aveva sentito qualcosa, si era fermato per riprendere la cerca con fare risoluto, e manco a dirlo parti la beccaccia, ma era fuori tiro, la furfante non si era fatta avvicinare, a questo punto anche Diva l’aveva sentita, mi diressi subito verso il punto dove l’avevo vista sparire, questo ovviamente con tutte le difficoltà descritte in precedenza, i nostri sforzi vennero premiati, i cani l’avevano riagganciata, lei era ben decisa a vendere cara la pelle, ripartì di nuovo prima che ci avvicinassimo, iniziò un duello che si protrasse per un’altra ora e mezza buona, alla fine posso dire che avemmo la meglio, riuscimmo ad agganciarla di nuovo, e questa volta, se partiva era fregata, i cani l’avevano sotto il loro “tartufo” Tom l’aveva incastrata e Diva che veniva dalla sua sinistra si fermò di consenso, anche se credo che a sua volta l’avesse sentita.
Così come si era messa la situazione ero in netto vantaggio, a meno che non padellassi in maniera clamorosa da vero principiante, non potevo sbagliarla era tutto a mio favore, la posizione, la vicinanza giusta e nessun ostacolo fra me e lei, i cani fremevano, lei non accennava a partire, a quel punto incitai i cani a muoversi, ed eccola involarsi, si alzò danzando, era meravigliosa, non imbracciai il fucile, la guardai allontanarsi maestosa in tutta la sua bellezza, salutandola e dandogli appuntamento alla prossima occasione, pensai che era giusto lasciarla andare, in fondo se l’era guadagnato, dopo aver messo in atto tutti i suoi trucchi, e faticato tanto nel tentativo di sfuggirci. Occasione che forse si sarebbe potuta verificare l’anno successivo.
Io? Mi concessi un raro e piacevole privilegio, Il privilegio della rinuncia all’abbattimento a tutti i costi, in fondo la giornata era si stata faticosa e lunga, ma le emozioni in quelle ultime due ora erano state intense e appaganti, averla o non averla nel carniere cambiava poco la sostanza, come già detto in precedenza quell’anno era stato buono, per cui non avevo motivo di lamentarmi o di rammaricarmi per la decisione presa. Tom e Diva presero subito la cerca dopo il mancato abbattimento, io con calma li richiamai e piano piano ci avviammo verso l’auto e il meritato riposo.
Quella per Tom fu la sua ultima beccaccia e la sua ultima giornata di caccia. Stette con noi ancora per un altro anno, non ostante le cure e le mille attenzioni una mattina lo trovai morto, se ne andò in silenzio, così come in silenzio, un pomeriggio di circa quattordici anni prima era entrato nella mia vita.

Ciao caro vecchio Tom

Pasquale Cinquegrana

 

 

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Sardegna: una brutta storia che deve far riflettere

Vi segnalo il racconto di una brutta avventura capitata all’amico Roberto Sanna, il quale mi ha pregato di pubblicare la sua storia, con la speranza che ci faccia riflettere sul comportamento di alcuni individui che, anche se muniti di poto d’arma, niente hanno a che fare con i Cacciatori.
Buona lettura.

Marco Pisanu
Cpa – Sardegna

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cacciatore tramontoCiao Marco
Ciao a tutti gli amici cacciatori
approfitto di questa comunicazione per sensibilizzare ulteriormente i comportamenti durante l’esercizio venatorio.
Perché?, Direte, come ti sei alzato stamattina? Hai dormito male?
Niente di tutto questo, vi racconto un piccolo episodio accadutomi e poi ci ragionate su: Abito nelle campagne del comune di Codrongianos. Domenica scorsa venivo svegliato alle 7,00 di mattina dall’abbaiare intenso dei miei cani, dopo essermi alzato e affacciato dal terrazzo prospiciente un bosco di mia proprietà distante 80 metri circa dalla mia abitazione mi sono accorto che era in corso una battuta la cinghiale. Fuoco acceso per chiudere la cima del monte, le voci per chiudere la parte destra, voci dentro il bosco e cani in quantità con campanellino che faceva una bella musica.
Ho pensato :-ma non saranno matti:-.
I cani continuavano ad abbaiare insistentemente in una zona dove tengo le galline a 50 metri dalla casa, e sinceramente ho pensato ad un cane della battuta. Mi vestivo velocemente e andavo a controllare. Non era un cane, o meglio non era un cane a quattro zampe, era un specie di bipede strano, occhi molto vispi che sprizzavano intelligenza e simpatia, giacca verde e pantaloni marrone merda. Ovviamente mi sono incazzato non poco, pensate che mio figlio di 8 anni gira in bicicletta proprio in quei punti.
Il bipede mi guarda e molto alterato mi dice che non essendo un fondo chiuso lui li può stare, ovviamente gli faccio notare la vicinanza della casa, ma imperterrito continua, anzi scarrella mette la cartuccia di traverso (vedo che è a pallettoni) e mi dice: Fai il cazzo che vuoi io qua ci sto quando voglio:- Mentre ero intento nella filosofica chiacchierata, vedo spuntare (sempre dentro il mio terreno) un’altra forma di bipede, più aggressivo, direi folkloristico che tra un cazzo e l’altro e un girami le balle e l’altro mi intimava di tornarmene a casa, anzi scarrelava il suo bel calibro 12 mostrandomi 3 belle Fiocchi a pallettoni.
Chiudete gli occhi e pensate a quello che voi avreste fatto, io non l’ho fatto, ho mantenuto la calma, e gli ho detto che avrei chiamato i carabinieri. :- Vai chiama chi cazzo vuoi ma vattene:- Mi hanno risposto, ma una volta incamminato verso la porta di casa notavo che si stavano defilando :- E no così non va bene, prima fate gli stravaganti e poi ve ne andate, rimanete se avete ragione che problema c’è? Gli ho detto. Ma chiaramente non si sono fermati..
Sono stati individuati e riconosciuto poco dopo dalla forestale, vicino alle loro auto.
Il giorno dopo in procura a Sassari sembrava che l’incidente fosse capitato agli agenti di turno tanto erano incazzati dopo aver letto la denuncia e questo mi ha fatto pensare tanto, al fatto che anche io sono un cacciatore, mi sono sentito in difetto davanti a coloro che tutelano la civil condotta. Perché ho provato queste sensazioni? Perché abbiamo un’arma in mano e questo ci porta ad essere in una posizione di inferiorità e non di superiorità., il fucile si deve praticamente nascondere quando si dialoga con una persona, si deve assumere
un atteggiamento remissivo fatto di tanti “mi scusi”.
Molte persone hanno terrore delle armi, per noi sono come una racchetta da tennis o una canna da pesca, dobbiamo fare in modo che l’eventuale interlocutore percepisca questo, nessuno teme una canna da pesca.
Secondo me a chiunque che non mostri tali atteggiamenti non dovrebbe essere permesso il rilascio del porto d’armi. Sono riusciti a far passare a me e alla mia famiglia una bella domenica di merda, mia moglie sentiva voci dappertutto, panico e sensazione di costrizione tanto da non far uscire fuori il bambino.
La caccia è un divertimento, uno sport, se diventa angoscia per gli altri e se stessi (sicuramente questi individui non se la passeranno bene) non è ne l’uno ne l’altro e allora diamo ragione a tutti coloro che si battono per l’abolizione, ve lo dico perché in quel momento io ero uno di loro, pieno di risentimento, per qualcosa che non è così, che non deve essere così.
Caro Marco e tanti altri, vedo che fate un lavoro intenso per difendere i diritti dei cacciatori cercando argomentazioni valide per contrastare le associazione ambientaliste, ma poi chi difende voi dai loro attacchi sempre più spesso motivati da azioni come questa che ormai si verificano sempre più spesso nelle nostre campagne?
Riflettete amici cacciatori, parliamone fra noi, nei circoli, nei bar, nei luoghi di lavoro, fate tesoro di questo racconto, solo in questo modo si isolano coloro che della caccia ne fanno un uso che ci squalifica, altrimenti avranno ragione coloro che stanno portando l’opinione pubblica a decidere per una chiusura totale.

Saluti
Roberto Sanna

 

 

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Per raccogliere bisogna prima seminare!

Starne di SimoneAvevo già sentito parlare di Simone Manzone ma ho avuto il modo ed il piacere di conoscerlo personalmente ad un pranzo conviviale tenutosi in quel di Ceresole d’Alba, a seguito di una prova cinofila.
Piatto principale: tinche ed anguille fritte, specialità della zona, giusto per rimarcare la vicinanza e direi la vera e propria osmosi che c’è tra la “caccia”, la pesca ed il resto del mondo rurale, con le sue tradizioni, la sua cultura, lo stile di vita, i valori.
Un elemento importantissimo, da tenere in massima considerazione, che sembra ancora sfuggire o essere sottovalutato o snobbato dai “capi” dei cacciatori, che parrebbero ancora considerarci, considerare il nostro “settore”, come una sorta di meteora a se stante e non invece come il tassello di un grande, importante e meraviglioso puzzle, che nel suo insieme si potrebbe definire “cultura rurale”.. Grave errore! Grave mancanza di lungimiranza!
Ma torniamo a bomba, a lui, a Simone.
Poco più di 25 anni, alto, chioma ribelle, fisico atletico, sorriso smagliante, gli occhi chiari che perforano i tuoi in cerca di conferme che lui non ha bisogno di avere, in quanto ha già capito tutto, sa già tutto, o meglio molto, per non sembrare troppo entusiasta o generoso, di ciò che va fatto per il bene della caccia.
Mi stringe la mano con forza e dice che è onorato di conoscermi ma non sa quanto lo sia io, e confortato, nel constatare che esistono ancora giovani pronti a buttarsi nella mischia, in imprese che ai più, di quell’età, parrebbero quanto meno fuori moda.
La passione traborda in ogni sua parola, la caccia, i cani da ferma, in particolare i drahthaar
ma soprattutto, e questo mi rende quasi euforico, l’attenzione per l’habitat!
Il suo motto?: “Per raccogliere bisogna prima seminare!
E mi racconta degli appezzamenti di terreno, ove ha notato aggirarsi una coppia di starne, affittati a spese sue e di alcuni suoi amici altrettanto giovani e generosi, per impedire la demolizione dell’eventuale futuro nido da parte delle macchine agricole, degli interventi sul territorio per far si che si costituiscano i formicai, l’incessante controllo del numero dei selvatici opportunisti in collaborazione con l’atc e così via.
Non avrà difetti Simone? Non avrà mai sbagliato? Non so, probabilmente si ma per quanto mi riguarda vedo soltanto un ragazzo preparato, entusiasta, volenteroso, che ha bisogno di essere ascoltato, assecondato e…. ringraziato. Magari anche consigliato, con la speranza, però, che lui sia munito dei giusti “filtri” per individuare quali siano i consigli validi.
Termina la giornata di festa, i discorsi si sono intrecciati su vari temi tra tutti i presenti, molti cacciatori, cinofili, altri solo simpatizzanti o trovatisi li “per caso”, ad ascoltare di “cose” mai sentite prima.
La “provincia” italiana non è anticaccia. Li la ruralità la fa ancora da padrona, con tutto ciò che ne consegue. Molto ci sarebbe da fare per creare, valorizzare, seminare e …raccogliere. Come vorrei ne tenessero presente i “manovratori del battello”!!
Saluto Simone con un in bocca al lupo! per la sua futura laurea in Giurisprudenza ma lui lo desidera per la prossima apertura e mi consegna, tramite cellulare, un paio di foto.
In una si vede, un po’ sfuocata ma mi dice che l’emozione fa tremar le mani ….e come non lo so? penso io, una numerosa brigata di starnotti.
E’ quella del campo affittato a sue spese.
Una nota pubblicità recita che ci son soddisfazioni che la carta di credito non può pagare, per lui, e per noi, quella chiocciata di pernici grigie rientra perfettamente tra quei piaceri impagabili.
In bocca al lupo!

Ezio

 

 

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Asso, piccolo grande cane!!

ASS0Asso, piccolo grande cane!!

Non nascondo che, lo scorso 1 giugno, quando raggiunta l’ abitazione dei miei genitori, alla Casella di Bibbiena, mia mamma, affacciandosi alla finestra, mi ha detto, con tono commosso “E’ morto Asso”, sono scoppiato in lacrime, come un bambino in fasce.
Asso , epagneul breton maschio, nasce nel maggio del 1998 da Dik, mio primo cane, x Elly dei Tre Monti; fin da giovanissimo, ha dimostrato le sue importanti qualità: senso del selvatico, buon naso, ferma solida, grande resistenza, azione e cerca oltre la nota, per ciò che si richiede ad un continentale estero; inizialmente, peccava nel riporto, dote che acquisì all’ età di tre anni. Ricordo ancora l’ ottimo giudizio espresso su Asso, ad un anno di età, dal giudice cinofilo Antonio Sanchini, in occasione di una prova amatoriale di caccia pratica su starne liberate, ove si classificò primo di categoria. Al termine della relazione sul turno di prova, il giudice aggiunse: “buon soggetto, che, sono sicurò, darà grandi soddisfazioni a questo giovane cacciatore”. Così è stato ed è per questo che ho sentito il dovere ed il piacere, dal più profondo del cuore, di scrivere per il mio Asso quanto leggete.
Soddisfazioni, come dicevo, su starne e su fagiani; grandi soddisfazioni sulla beccaccia, ove Asso è stato per me un gran maestro, insegnandomi Lui stesso a cacciare la nobile regina del bosco.
Ricordo in merito, la sua prima ferma, dopo varie precedenti occasioni di sfrullo su questo selvatico, ammesse all’ età di un anno e mezzo.
Da allora la beccaccia è stata la Sua, o meglio la nostra, grande passione, passione che ho condiviso per un decennio con mio babbo Giuseppe e mio zio Carlo, seguendo Asso, eccelso beccacciaio, nel nostro Appennino Tosco Romagnolo: se decidevi di perlustrare una zona, bastava, con comodità, procedere su questo o quel sentiero; Asso, comunque collegato a chi lo conduceva, spaziava su un ampio terreno, come già detto, oltre la nota di un continentale estero, più come si addice ad un inglese; state pur sicuri, se in zona vi era la presenza di una beccaccia, Lui la trovava e, se padellata o allontanatasi prima dell’ arrivo del conduttore oppure, in caso di difficoltà di tiro, causa la folta vegetazione, Lui, il grande Asso, la ritrovava. E la ritrovava nel giro di poco tempo e poi….la ritrovava ancora, ed ancora una volta, finchè giungeva la giusta occasione; questo è il cane da beccacce: buona azione, buona cerca, buon collegamento, solidità nella ferma, grande resistenza e grande senso del selvatico!!!
Per me, che sono un tradizionalista nato, forte sostenitore dei proverbi locali, accettare il detto che nella vita di un beccacciaio si ha un solo vero valido ausiliare per la caccia alla beccaccia, credete, è veramente dura, soprattutto quando se ne è già beneficiato; e quindi, spero quanto prima di smentire questo motto, anche se, ad oggi, trascorsi ormai alcuni anni da che Asso non mi accompagna più a caccia, data la raggiunta età, ho cacciato con cani ben inferiori a Lui in questa pratica venatoria.
Ho pianto per Lui e ne vado fiero, piango ora che sto scrivendo questa mia, perché, se è ammesso e lecito piangere per la perdita di un cane che ha condiviso per anni la tua stessa passione e si è sacrificato per te, suo essenziale punto di riferimento, è ancor più giusto piangere per il mio Asso, cane che mi ha regalato giornate indimenticabili e mi ha insegnato la nobile arte della caccia alla beccaccia.

Iacopo Piantini

 

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Racconto: Una uscita diversa , una delle tante

Una uscita diversa , una delle tante

A volte si riesce ,senza troppa fatica , a concretizzare i poco tempo un sogno , un desiderio oppure una semplice voglia .
Questa è stata una di quelle volte. Mi sono tolto una voglia
Il mio desiderio sarebbe stato quello di trascorrere una intera giornata a vagare tra i miei boschi, quelli che tutti i santi giorni guardo quando mi affaccio al balcone di casa; sicuramente in compagnia del mio cane, non necessariamente dello schioppo; con zaino ben fornito di panino e bibita e , perche nò, di qualche stuzzichino canino onde evitare l’assalto al salame da parte del’animale, tra le altre cose non propriamente salutare per la sua dieta .

E quel sogno, costruito davanti alla tv mentalmente massacrante dove tra esodati, cassaintegrati, e disoccupati a migliaia e personaggi più o meno credibili che sbraitano promesse, pur sapendo a priori che non potranno onorare , ha preso lentamente ma consapevolmente forma.
Il periodo mi concedeva ancora “” da calendario “” di poter vagare armato di doppietta; la neve caduta sicuramente no, quindi la decisione era presa . Complice la tregua meteo , avrei goduto della mia passeggiata armato solo di zaino con viveri e bevanda, temperino multiuso che non si sa mai, immancabile bastone e cane al segiuto. Anzi, a dir la verità, a seguire era proprio il sottoscritto.
Le sigarette, maledette loro, lasciate tristi in macchina per non avere tentazioni dal veleno che toglie il fiato .
Solo un attrezzo diverso in più a pesare sul collo con i suoi tre etti buoni: la fedele macchina fotografica .

Non un’alzataccia stressante ,ma una levata tranquilla che nemmeno la sveglia, un tempo odiata a prescindere, ha dovuto incitare maleducatamente, come era programmata a fare, per accompagnarmi al lavoro. Volendo la agognata pensione non è necessariamente noiosa come la si dipinge; solo si pensa un poco di più al prossimo traguardo .. l’ultimo !

I passi sono magicamente silenzioni sopra quel buon trenta centimetri di candida coltre che ha imbiancato tutto per chilometri . Le foto sono un poco complicate da eseguire, bisogna tener conto della troppa luce, della troppa ombra, del troppo bianco e della riflessione dei raggi solari che questo candore comporta ; ma una buona scelta sull’automatico della macchina aiuta parecchio.
Il difficile, e molto, è avvicinarsi a tiro obbiettivo al solitario fringuello che si fa beffe della nostra presenza, come sapesse di non essere per nulla vanitoso e non aver necessità di essere messo — in copertina — ; pur svolazzando senza fretta di ramo in ramo, e neppur troppo distante .
Il cane ,invece, si sente la star del momento, pare mettersi in posa al momento di essere mirato dalle lenti .
Fa freddo. Meno uno. Ma l’assenza completa di vento ed un sole splendente alle dieci del mattino ti fanno stare bene; la neve asciutta nemmeno ti bagna i jeans. Le foto addirittura si sprecano, cercando tra le pieghe del ghiaccio, un rametto infreddolito dalla presa della galaverna .
Un suono familiare , anche se abbastanza raro per me, mi costringe a guardare un albero vicino, per metà coperto di neve e vedere ,oltre che sentire distintamente , una decina di meravigliose Cesene.
Un suono quasi metallico del loro inconfondibile verso da il via al decollo immediato di tutto lo stormo che si allontana in un batter di ciglia, piccato per la mia presenza disturbatrice . Troppo veloci e troppo piccole per la mia attrezzatura; troppo tempo perso a cercare di guardarle e mirarne almeno una isolata. Mi accontento di sapere che ci sono, e sono meravigliose .
In alto , alcuni puntini neri mi fanno capire che non sono alieni, ma uccelli che se ne vanno per la loro strada, ma sono troppo lontani e quindi quasi irriconoscibili. Sono sicuro però ,che si tratti quasi certamente di un volo di cormorani . Collo lungo ,proteso verso la meta e ali un poco arcuate; la formazione nella classica delle posizioni : la V . Anche con il tele montato alla veloce , risulterebbero piccoli punti indefiniti sullo schermo. Li guardo andar via.

Ora comunque sia, lo stomaco reclama la sua parte e seduto su di un masso che ho quasi ripulito dalla neve ,mi godo il croccante panino con il salame. E lui , il mio amico peloso, dopo aver scavato un tunnel nella neve fresca viene a reclamare la sua razione di croccantini.
Bella questa passeggiata, serve come costante allenamento mio e suo. Soprattutto allenamento mentale per cercare di allontanare pensieri e preoccupazioni che questa nostra condizione ci fa nascere dentro. E penso ancora una volta sulla povertà di emozioni che provano coloro i quali chiosano su tutto quello che concerne la nostra passione, che cercano di tarparle le ali, di sotterrarla sotto demagogie e stolte interpretazioni da salotto di città.
Ho visto un voletto di Cesene; se avessi avuto la doppietta un colpo almeno sarebbe partito, per agiungere un tocco fine al piatto di carne aviaria . Ho goduto del volo veloce di uccelli altissimi e imponenti. Ho guardato e seguito quelle orme che ,convintamente, credevo mi facessero scovare l’orecchiona . Ho contato almeno dieci passetti di ungulati, che con il loro peso avevano impresso orme ben definite sull’acqua gelata … non ne ho visto nemmeno uno ,nemmeno da lontano.
Ma sono stato ugualmente a caccia, anche senza fucile. Certamente non è la stessa cosa e non da la stessa forte emozione , ma ….a volte è ugualmente appagante .

Grazie alla rete tecnologica si apprendono notizie che fanno perlomeno sorridere per pena , se non arrabbiare completamente . Scolaresche private ,ad esempio, di lezioni sulla natura perche si presume che i giovani fanciulli imparino ad uccidere animali, pesci o uccelli poco importa ; nulla conta sulla loro educazione , che credano pure che la carne nasca nel cellophane , da eliminare a prescindere dal loro vocabolario la parola caccia e pesca . Che dispiacere provo per le loro giovani menti, lavate e condizionate da pratiche politiche insulse e denigratorie . Pratiche che impongono loro di “”amare gli animali “” ,e che questo vuol anche dire portarseli a letto come peluche o bambole di pezza perche li facciano incontrare Morfeo nel più dolce dei modi . Il cane miglio amico dell’uomo ? A questo punto e a queste condizioni non lo credo più. Alle condizioni normali sì, ne sono convinto e lo provo su me stesso con il mio cane . E quali sono le condizioni normali se non quelle di lasciarlo correre come vuole ? Di lasciare che si rotoli nel fango, che azzanni anche la preda se crede, di evitare di vestirlo con mantelline o cappotti assurdi che mai Madre Natura ha previsto per la sua condizione di canide ?
Ma accompagnarlo , o peggio pretendere che dorma accanto a noi sotto le coperte, o che mangi sulla nostra tavola , mai ! Ne va della sua stessa salute mentale e fisica .
Ma ,vaglielo a spiegare ? . E’ ormai una vera sindrome, una malattia … malattia di civiltà cittadine e tecnologicamente troppo avanzate ; incapaci di riconoscere ,senza attrezzatura digitale, quale sia l’alba o il tramonto . Speriamo solo che questa sia l’alba di una nuova civiltà.

Stella Renzo

 

 

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Racconti: Tris, amico mio

Alessandro Fulcheris – ANLC Toscana

Quando mi fosti proposto ero un po’ scettico: un cocker che non riporta, da addestrare bene?? Però cerca, ha un gran naso, insomma ti regalavano. Ti chiamavi TRIS, per il tuo colore pezzato bianconero con sopracciglia rosse, mi venisti incontro subito scodinzolando, fu un colpo di fulmine.

In prova, ti buttai giù un tordo lontano, cadde in un forracone di rovi, ti tirai il sasso e sparisti subito, non ti sentivo più, ti chiamavo disperato dicendo dentro di me “Vai, ora l’ho anche perso, che cavolo gli dico al padrone??”. Ti trovai accucciato nella posta, mi aspettavi col tordo in bocca chissà da quanto. Mi dissi che eri mio per sempre.

Da quel giorno furono anni meravigliosi, goduti, col miglior cane che avessi mai avuto tra le mani, scovavi di tutto, battaglie coi porciglioni e gallinelle, beccaccini, fagiani e migratoria al passo. Eri grande. Nella macchia avevi perfino imparato, in vagante, a fare il giro largo e poi tornarmi incontro mandandomi in bocca sasselli e bottacci, e anche qualche colombo, piacevi da morire ai bimbi, giocavano tantissimo con te nell’erba, in garage, sulle scale di casa, come tutti certo, ma te eri te e non ti avrei cambiato con nessun altro.

Poi quel giorno con Alvaro, mentre gli scodinzolavi vicino ecco la prima crisi epilettica: uno strazio a vederti, Alvaro diceva questo cane ti muore, e invece dopo un po’ tutto passò ma non fosti più lo stesso. Ti curai come potevo ma il veterinario scuoteva la testa, le crisi epilettiche si susseguirono sempre più frequenti. Non mi riconoscevi quasi più, prendevi la strada e andavi via così al piccolo passo, senza guardarti intorno, inebetito. Dovevo rincorrerti e riportarti nel box, ma continuavo anche a portarti a caccia, nella vana speranza di un miglioramento. L’ultima volta, alla solita posta, mi sembrava che stavi meglio, davi retta, correvi su per lo stradello come ai bei tempi, non eri vecchio infatti, eri solo malato. Ti accucciasti nel tuo solito posto, dietro di me e a quell’unico tordo che passò e che cadde, ti alzasti di scatto vedendo come sempre dove era caduto e mentre ti aspettavo fuori della macchia, sentii di nuovo qualcosa di strano. Ti trovai nel mezzo di un’altra crisi, penosa, col tordo lì in terra.

Arrivò febbraio, caccia chiusa come tutti gli anni, ero al lavoro e mi chiamò Simone consigliandomi di portarti a far reprimere, ti vedeva anche lui, anche lui ci pativa, non ebbi il coraggio, non ce la facevo, non sapevo cosa fare, e a morsi e bocconi passò la primavera e iniziò la tua ultima estate, finchè ti trovai, lì fermo, come uno straccio. TRIS!!! Bello!! Provasti ad alzare la testa, ma ti ricadde subito. Dopo un ora era tutto finito. Ti misi in una carriola, ormai leggero, consumato dalla malattia, inerte. Da una parte mi sentivo come liberato da un peso, mi dicevo che avevi finito di soffrire, trovai un piccone e provai a fare una buca lì, vicino al tuo box, il terreno era di marmo, niente da fare. Chiamai Luciano, caro amico imprenditore agricolo con podere in pianura e una bella quercia proprio in mezzo al campo a un 100 mt da casa. Mi sentì subito al tono della voce: “Vieni Ale, lo mettiamo sotto alla quercia grande”, e venne anche Federico, il mio bimbo quello più piccolo, Riccardo era a scuola.

Ho sempre insegnato ai bimbi che l’uomo non piange, deve essere duro e superare le avversità. I miei figli non mi avevano mai visto piangere. Faccio una grande fossa, è pronta. Prendo un sacco di juta lì nel podere e ti ci metto dentro, piano, sei ancora caldo, o sarà questo caldo schifoso di agosto, sono madido di sudore, bestemmio.

Ho già chiuso il sacco con uno spago, ma lo riapro, voglio vederti ancora un ultima volta, mi ripassano davanti tante scene vissute insieme, io e te e le foglie secche, quando mi riportasti quel fagiano in padule, quel giorno che ti dissi vedendo cadere un tordo impossibile: “se mi riporti questo vado in pasticceria e ti compro una pasta” e dopo 5 minuti tornasti vincitore e la pasticcera che rideva……..e ora sei lì dentro al sacco. Ti accarezzo la testa, Federico mi guarda e prorompo in un pianto disperato, mi squassa la cassa toracica, Tris amico mio, il sole a piombo, il sudore, la quercia ferma, il vento trai suoi rami, un babbo e un figlio affranti che ricoprono dolcemente di terra fresca un canino dolce e bravissimo.

Quanto è il bene che un cacciatore arriva a volere al suo cane? Io ci ho pianto anche ora, sono passati quasi 10 anni da quel giorno. Giudicate voi.

ALESSANDRO FULCHERIS

 

 

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