IL CANE DA TRACCIA
    
(a cura di Fausto Calovi)

         

Casualmente,  tra  una  chiacchiera  ed  un'altra,  dopo aver ritrovato  ad  un  anonimo  bar,  un  carissimo  compagno di caccia.  Si parla dei nostri  cani dei nomi di  campioni, di allevamenti,  di  imprese  venatorie  vissute:  si  parla di caccia e casualmente di cani da sangue.

Del  cane  da  traccia,  o anche detto "da sangue"  si hanno spesso notizie frammentarie,  e la conoscenza spesso si basa sul  "sentito  dire"  oppure per aver letto  qualche riga su riviste specializzate.  Sicuramente si conosce sempre troppo poco  sulle razze,  sul loro impiego nel  lavoro, sulle gare cinofile  specialiste  e   sui  risultati  che   si  possono ottenere.

Per  questo  mi faccio convincere  e tento di  scrivere "tre righe"  dettate  più  dalla  esperienza  vissuta  che  dalla conoscenza assimilata da una o "da sangue".

Innanzitutto  è un preparazione accademica.

Che cos'è il cane da traccia prezioso  ausiliare   per   la  “caccia moderna”.  Da più parti si legge  e si sente  discutere della filosofia (idea)  della  caccia  moderna,  e si  tende ad impersonarla soprattutto nella “caccia di selezione” agli ungulati.  Niente di  più assurdo:  venatoriamente  parlando, perché la “caccia moderna”  considerate le esperienze  e le conoscenze acquisite  recentemente  dal  mondo  scientifico, attraverso studi della biologia e le esperienze di gestione faunistica, ha  la  possibilità di  pianificare in  modo faunisticamente corretto tutto il prelievo venatorio.

“Assestare ed  allevare  significa  rinunciare”  (Villani R.  nell’Assestamento Venatico).

La   caccia   di   selezione   è  una   tecnica   venatoria ufficializzata  anche nel quadro  legislativo italiano (art.18 L.157/92) ed ha avuto un rapido sviluppo per due motivi:

1-              1-  Tecnica relativamente giovane per la caccia italiana per lo  più con  basi  di  impostazione  mitteleuropea  e quindi capace  di  recepire  e  assecondare  i  procedimenti  della gestione venatoria su basi scientifiche. 

2-              2-   Relativa  abbondanza  sul  territorio   italiano  degli ungulati in particolare cinghiale e capriolo.  Appare  evidente  che anche la  cinofilia che  accompagna la gestione  venatoria ha  bisogno di  evolversi per affrontare correttamente la caccia moderna come è considerata la caccia agli ungulati.

La caccia di selezione  ha come fine  la conservazione della selvaggina (risorsa e patrimonio)  fissando degli obbiettivi attraverso la gestione della risorsa stessa.  La fase  finale,  cioè l’azione di caccia,  assume in questo contesto un significato gestionale importante e  la semplice funzione  dell’impiego  dei cani  per  scovare  ed inseguire diviene, forse, un pò rozza.

La  cinofilia moderna deve  evolversi verso  altre  forme di utilizzo,  ha bisogno  di un cane  segugio specializzato per poter  essere  impiegato  come  “limiere”  per  tracciare la selvaggina; di un segugio per forzare lentamente gli animali come  nella  “girata”;  di  un  tracciatore  del  sangue per recuperare gli animali eventualmente feriti.  “La presenza di  cani che  abbiano come metodo di  lavoro lo scovo e l’inseguimento  …..di ogni  forma  vivente...  non è compatibile con l’esigenza  di  gestire e/o  conservare” (da Quaderni di Habitat).

Quindi  ecco  che  la  cinofilia  ha  bisogno  di  offrire e ricercare ulteriore specializzazione  frutto  di selezione e soprattutto di addestramento.          

INCOMINCIAMO A CAPIRE IL CANE DA TRACCIA.

Il cane  da  traccia appare come l’ausiliare  più importante nel nuovo scenario della caccia agli ungulati in Toscana.  Basti pensare a quanti cacciatori si dedicano alla caccia al cinghiale nella forma della braccata,  ove il segugio appare l’elemento trainante e determinante.  Ma quanti cinghiali passano le  poste riportando ferite  più o meno gravi?

Da statistiche fatte  negli anni passati  si può considerare che  una  squadra   di  cacciatori,   specializzatia per  il cinghiale,  spari  ad  un  numero  almeno  doppio di animali rispetto  a quelli  che  cadono  fulminati,  alle  poste.  Di quelli  che riescono  a passare la  “Linea Maginot” delle poste,  almeno il 20-30%  risultano colpiti in maniera più o meno grave. E i ferimenti aumentano in proporzione al maggior uso della canna liscia.

Ciascuno si prenda con pazienza  il tempo di fare  i calcoli di quanti cinghiali può perdere la “Sua Squadra”.  Il cane da sangue esegue il  suo lavoro  di recupero proprio dopo il  colpo sparato dal cacciatore  e quel  30% potrebbe, quando  recuperato,  allargare per gran parte il  numero dei capi abbattuti dalla squadra.

RAZZE

Le  razze  più  impiegate  e  conosciute   sono  il  Segugio Bavarese, il Segugio Annoveriano ed il Bassotto Tedesco.  Già i nomi delle razze indicano il paese  di provenienza, la Germania;  dove  la  caccia  agli  ungulati  è  sempre stata praticata  in  piena  libertà  del   rispetto  delle  regole concordate.

Il Segugio Bavarese (Bayerischer GebirgSweisshund)

Cane agile leggero, ma muscoloso con tronco allungato e testa portata orrizzontale  e portamento della  coda obliqua verso il   basso.   Orecchie  con  attaccatura   alta  arrotondate all’apice e piatte.

Pelo aderente e corto, moderatamente duro e poco lucente.  Colore  del  manto  dal  rosso  cupo al bruno,  dal  giallo  ocra brizzolato con punti più scuri sulla testa dorso e coda.  Statura  47-52  centimetri per il  maschio  e  45-50  per la femmina.

Il Segugio Annoveriano (Hannovercher Sweisshund)

Cane   di  taglia  media,   ma   di   costituzione  robusta, proporzionalmente   basso   ed   allungato.   Testa  portata orizzontalmente  al  di  sopra  della  linea  dorsale, coda tenuta  obliqua.   Cranio  largo  al  dietro,   pi—  stretto anteriormente.  Orecchie  con  attaccatura  alta arrotondate all’apice e piatte.

Pelo aderente, corto, fitto e lucido, duro se non ruvido.  Colore del manto dal  bruno  grigio  o  nero  fino  al fulvo rossastro striato di nero.  Colori più scuri sul muso, testa e dorso.

Statura 50-55  centimetri per il  maschio,  48-50 centimetri per la femmina.

Bassotto Tedesco a pelo duro (Dachshund Teckel)

In questa razza vi sono tre varietà di pelo e taglia.  Per  la  caccia  vanno bene  tutti ma  il  più  utilizzato è senz’altro il Bassotto a pelo duro in tutte le taglie.  Come cane da traccia la varietà “standard” che arriva a 9-10 chilogrammi sembra il più indicato anche su grossi cinghiali e cervi.

Cane agile, basso sugli arti e quindi allungato, ma compatto e  vigoroso nella muscolatura,  ed ha un  morso potente. Coda portata sopra la  linea  dorsale  durante  il  lavoro, testa proporzionata   e   cranio  largo   con  orecchie  attaccate indietro ben aderenti e leggermente arrotondate.  Pelo aderente al corpo,  ruvido e compatto con focature alle estremità del corpo su  una colorazione che varia  dal fulvo al nero o grigio (tipo cinghiale).

Il bassotto tedesco è statisticamente il cane da  caccia più diffuso  in  Europa  e quindi  compie in assoluto,  anche la maggiore mole di lavoro per il recupero.

Vi  sono   altre   razze   che   possono   essere  impiegate proficuamente    nel    recupero   degli   animali  feriti: principalmente  i terrier continentali  ed  inglesi e i segugi francesi.

Lo Yag Terrier (Deutscher  yagdterrier)  e gli altri terrier inglesi  hanno  capacità  di  recupero  seguendo  la  labile traccia del sangue lasciato dall’animale ferito.  I terrier pur essendo ottimi cacciatori e scovatori, tendono ad essere veloci sulla passata del selvatico ferito e quindi la perdono con maggiore facilità. Ovviamente non mancano ottimi recuperatori anche in queste razze

Il lavoro sul sangue richiede al cane: passione, resistenza, pazienza, continuità, e soprattutto riflessione.  Per quanto  sopra  si  può  dire  che  il  segugio Bavarese, l’Annoveriano ed il Bassotto a pelo  duro,  siano tra i cani da traccia sul sangue più idonei e per questo più impiegati.

Vi sono  altre razze che  possono  compiere  egregiamente il lavoro  di  recupero e  tra queste sono da  ricordare quelle francesi  come  il  Bloudhound,   il  Basset  Hound,  oppure  molto apprezzate come quelle austriache  come  il  Brandl  Brake,  Tiroler  Brake,   e il formidabile Dachs Brake.  Anche Kurzhaar Drathaar, Langhaar ed altre ancora sia inglesi che dell’Est  europeo,  ma molti soggetti non hanno l’elasticità  mentale  o  la specificità, ottenuta con la selezione,  per  eccellere in questo tipo di lavoro.

L’ADDESTRAMENTO DEL CANE DA TRACCIA

La base fondamentale, per poter utilizzare appieno le doti e le qualità cinofile del nostro ausiliare,  è l’addestramento e conseguentemente l’allenamento.

L’imperativo dell’addestramento non vale solo per il cane da sangue,  ma anche per il più comune  segugio impiegato sulla lepre  o sulla  seguita  del  cinghiale,  imperativo  che il cacciatore,   purtroppo  e  spesso,  non  raccoglie accontentandosi della canizza “o canea?.  Il cucciolone va  addestrato ai normali esercizi  di utilità come il  “seduto”,  il “terra,  “il  “piede  o dietro”  e la correttezza al  guinzaglio,  la correttezza alla vista della selvaggina,  nell’attesa del conduttore  dopo  il comando di seduto o terra,  la correttezza al colpo di fucile, la difesa del selvatico o delle cose del conduttore, etc..  Successivamente  si deve insistere sulla partenza e  sul  rientro a comando.

Tralasciare  l’insegnamento  di questi basilari  esercizi di utilità, in molte occasione rende il cane indisciplinato ed inservibile in talune delicate operazioni di recupero.  Non voglio dilungarmi sulle modalità ed i mezzi per ottenere l’obbedienza  assoluta  su  questi  esercizi, esistono molti testi in commercio, per il cane da ferma che possono erudire in maniera esaustiva.

Purtroppo sembra vi sia la tendenza a correggere il  cane da ferma,  e lasciare  invece  il segugio in balia  del vecchio “capo muta”  per far imparare senza fatica le  astuzie della caccia.

Ovviamente  niente  di  più scorretto:  anche  dal segugio, seppure  ululante  come  quello  francese,  o  con  una voce tintinnate come quello italiano,  si può e si  deve ottenere l’obbedienza,  sono  razze estremamente  intelligenti  se ben selezionate ed addestrate.

Una volta ottenuti i risultati negli esercizi di  utilità il nostro “cane da sangue”  può iniziare a conoscere la traccia artificiale.

LA TRACCIA ARIFICIALE

Si raccoglie del  sangue,  possibilmente di selvatico, ma va          bene  qualsiasi  tipo  di  sangue,   si  conserva  in  frigo          (freezer)   per  pochi  giorni  impedendo  la  coagulazione aggiungendo un pò di cloruro di sodio oppure per  fare i più sofisticati  aggiungendo  anti-coagulanti   come  l’eparina sodica o altri.

Alle prime uscite la traccia può essere fatta  imbevendo una spugnetta nel sangue   strizzandola o toccandola a terra per un tratto di poche decine di metri. Oppure con una bottiglia a  beccuccio si  lasciano  cadere  delle  gocce,  non molto abbondanti, lungo un percorso, che verrà contrassegnato ogni tanto  da  del  nastro  isolante  colorato  da  attaccare ai ramoscelli  delle piante  oppure  (personalmente lo ritengo migliore)  da pezzetti di carta,  ottenuti dai fazzoletti da naso che risultano più facilmente biodegradabili.  La  segnatura della traccia serve  per  correggere eventuali errori del cane durante l’esercizio.

Il  cane  va  condotto  sulla traccia almeno  2-3  ore dopo, sempre al guinzaglio (lunga di 3-6 m.) lasciandolo ragionare senza disturbarlo con l’incitamento,  ma correggendolo lungo il percorso segnato, lasciandolo anche sbagliare. Capirà più facilmente  quale sarà  il  suo lavoro.  Molto dipende dalla sensibilità e preparazione del conduttore.  Proseguendo con l’addestramento la  lunghezza  della traccia diverrà sempre  maggiore  e  la  quantità  di  sangue sempre minore  fino  ad  arrivare  a 200-250  cc  per  1-1,5  km. e ritardando progressivamente  il  tempo (fino almeno alle  12  ore) che intercorre dalla segnatura alla ricerca col cane. 

L’esercizio della traccia artificiale deve essere ripetuto a lunghi intervalli (10-20  gg)  per non “far giocare” il cane il quale poi non presterebbe la massima attenzione su quella naturale.

In  fondo alla  traccia è  buona  norma  far  trovare sempre qualche  cosa:  una  pelle secca o congelata,  uno zampetto, oppure quando cala la passione o la tensione un animale vero vivo o morto.

Importante è addestrarlo sul  “cambio”  cioè  l’incrocio con altra traccia fresca  di  altro animale,  che  ovviamente il cane  non  deve  seguire.  L’esercizio  sul  lavoro consente questa  sicurezza.  Spesso  succede che  il  cacciatore poco accorto che ferisce, “si faccia giustizia da sè” utilizzando cani da caccia non addestrati,  personali o di amici, per la paura di perdere il selvatico.  Alla fine, deluso, chiama il cane da traccia.  Questo comportamento disorienta il cane da traccia,  il  quale  sentendo  altri  odori  di  cani  sulla traccia,  spesso abbandona la stessa.  Ugualmente si verifica spesso quando il cacciatore  segue la  traccia per ritrovare l’animale,  sovrapponendo continuamente il  proprio  odore a quello dell’animale.

Per  conseguire  un  buon  addestramento il  cane da traccia dovrebbe essere in continuo esercizio su  traccia naturale o artificiale.

LA TRACCIA NATURALE

Quando il cane risulta  ha ben compreso il  lavoro richiesto sulla  traccia artificiale  si  può  senz’altro  portarlo su quella naturale.

La traccia naturale  è tutta  un’altra  cosa.  In  quel caso dipende molto dall’addestramento,  dalle capacità del cane e del conduttore. Infatti il selvatico lo trova il cane, ma il conduttore   lavorando   alla  corda  lunga  lo   aiuta  nel ritrovamento.

La ricerca non deve  essere immediata,  ma deve intercorrere un  lasso di  tempo dettato dall’esperienza,  comunque quasi mai  prima delle 2  ore;  tutto  dipende dal  punto colpito.  Questo  lo  stabilisce  la  preparazione  e l’esperienza del conduttore,  considerate le reazioni al  colpo descritte dal cacciatore e le tracce sull’anschuss (punto di tiro).  Su animali feriti ed ancora vivi che  si allontanano, spesso conviene lanciare il cane sulla traccia  fresca, liberandolo dal  lungo  guinzaglio.  In  queste  condizioni  essendo già concentrato sul lavoro  di pista,  riuscirà più facilmente a raggiungere  l’animale ed  a bloccarlo  con  l’abbaio  o con l’attacco (Annoveraiano, Bavarese, Yag).  Operare  nei  boschi  a  macchia  come  quelli   toscani  la tentazione  di  liberare  il  cane  è molto grande,  a volte necessaria per liberarsi dai pruni del fitto  sottobosco. Ma il  cane dovrebbe essere  sempre tenuto alla  “lunga”: infatti numerose esperienze  dimostrano che  con ferite superficiali ben difficilmente il selvatico  si ferma davanti  ad un cane che  lo  incalza,  più facile appare individuarlo  quando il cane è legato ed il selvatico si sente più protetto.  Comunque  ogni   recupero   è   una   esperienza   unica  ed irrepetibile.

LA DIFESA DEL SELVATICO

Quando il  cane ha ottenuto  una buona dimestichezza  con la traccia  artificiale,  appare  importante  l’esercizio della “difesa  del  selvatico”   utilizzando  il  comando  “seduto” (sithz) o il “terra” (platz), l’importante è che siano comandi brevi e secchi  dati in prossimità di elementi che si vogliono far difendere (indumenti, zaino …selvatico)

Normalmente  le  razze indicate “difendono” istintivamente verso gli estranei, ma è sempre bene verificarlo.  Tale  esercizio  appare  importante  quando   si   trovi  il selvatico in zone difficili da raggiungere e per togliere da un  profondo  fosso un  grosso  cinghiale,  conviene cercare l’aiuto di qualcuno lasciando l’animale incustodito.  Il  cane  non  deve  assolutamente  infierire  sul selvatico lacerandone le carni o peggio  cibandosene,  si deve esigere il rispetto assoluto della carcassa, tutto si ottiene con un buon addestramento.

Molti  cani,  quando  lanciati  sulla  traccia,  tornano dal padrone  segnalando in vari  modi il ritrovamento,  altri si fermano   sulla   carcassa   ed   abbaiano   insistentemente “avvisando il morto”.

L’utilizzo  corretto  del  cane  da  sangue  dirà quale sia l’indole e l’istinto del proprio ausiliare che deve avere un notevole se non perfetto affiatamento con il padrone.  Per ottenere questo il cane deve essere mantenuto  sempre, o il più possibile vicino o a contatto con il padrone.  Raggiunto  un  buon  addestramento,  l’ausiliare  può essere utilizzato come cane da limiere e nella girata.

ATREZZATURA PER IL CONDUTTORE ED IL CANE DA TRACCIA

L’attrezzatura  della   coppia  cane-conduttore   non  appare complessa, tuttavia è molto specialistica e particolare.

Guinzaglio da addestramento: guinzaglio lungo 3-4 metri per condurre il cane nell’addestramento ed esercizi.  Nei boschi toscani a macchia fitta ed intricata si usa moltissimo.

La  “Lunga”:  guinzaglio  di  6-8  metri in unico pezzo con grosso moschettone all’estremità.  Spesso appare inservibile nelle macchie fitte e chiuse  dove  normalmente un selvatico ferito si rifugia. Meglio utilizzabile in aree aperte.

Collare:   largo  (3-4  cm)  per  consentire  una  maggiore aderenza al collo ed evitare fastidiosi strappi al cane.  Normalmente  Š   provvisto  di  una  girella   per  impedire l’attorcigliamento del guinzaglio.

Questo  collare   dovrebbe  essere  ricoperto   di  materiale fluorescente  di  colore  rosso  o   arancione  per  rendere visibile   il  cane   nel   folto,   durante   un  eventuale inseguimento o chiusura  a fermo del selvatico  ancora vivo.  Nella  macchia  mediterranea  non  è  facile  distinguere il selvatico dal cane.

Coltello a lama larga e uno a lama triangolare per il colpo di  grazia  da  infliggere  tra  l’atlante  e  l’epistrofeo, ottenendo  con  questo  la  morte   istantanea  dell’animale ferito.

Arma  da  fuoco,  la  più leggera possibile,  la  più corta possibile  (ideale  la  pistola)  di  calibro  adeguato, non eccessivamente potente,  ma rigata e di grosso  calibro (7-9 mm).  La  munizione spezzata  potrebbe colpire il cane  e la palla  in  canna liscia,  nel  folto,  ha  spesso pericolosi rimbalzi.

Cosciali,  guanti e cappello a falde corte: necessari nella macchia mediterranea per difendere le  gambe dai rovi,  e le mani che devono trattenere il guinzaglio.

Fazzoletti  di  carta per  “tenere”  e  segnare  la traccia eventualmente il  cane  la  perda  e  non  sia  corretto sul cambio.  Spesso si opera in zone con una elevata  densità di selvatici  e  quindi  l’addestramento  al  “cambio”  deve  è indispensabile e qualche errore è sempre possibile.

Apparecchio    radio    rice-trasmittente    collegato    a collaboratori  perché‚  a volte la  traccia porta  il  cane e conduttore in zone sconosciute ed imprevedibili.

Taccuino e matita per appuntare a caldo le fasi di recupero e prendere nota del comportamento dell’animale e del cane. A volte  bisogna  interrompere  la  traccia  per  la  notte  e riprenderla il  giorno  successivo,  qualche appunto aiuta a riannodare la traccia.  

CRONACA DI UN RECUPERO

Il   primo  giorno   di  caccia  al  cinghiale,   1998;  c’è eccitamento  tra gli  amici  che  finalmente  possono godere dell’inizio di  una nuova stagione  venatoria,  forse la più proficua,  dopo  aver  incontrato  pochi  fagiani  e qualche lepre.  Il passo del colombaccio è ormai agli sgoccioli e la beccaccia è solo per pochi patiti del bosco e... dei rovi.  Come il solito ci si ritrova al luogo d’incontro  si accende il fuoco si chiacchiera delle trascorse  avventure di caccia e si fanno auspici per la prima giornata.  Finalmente si  fa  la  conta e  con  il  numero  della posta assegnata ci si  avvia con gaiezza alla nuova avventura.  Fa  freddo  alla  posta,   ma  i  cani  in  canizza  lontana riscaldano la  passione  e con sguardi  interrogativi  si fa capire  al  vicino  di  stare  attento  perché il selvatico potrebbe essere vicino a noi.

Le canizze si susseguono sempre più vicine e si incominciano a sentire le  prime fucilate  alle poste:  i primi cinghiali della  stagione!  Che  fermento  tra le  poste  si  tenta di riconoscere chi ha sparato e si fanno pronostici  di padelle o di “monti”  di cinghiali abbattuti,  uno sempre più grosso dell’altro.

Chiude la prima battuta,  passa la voce per andare al pranzo al sacco vicino  al  fuoco ed  un  buon bicchiere  di vino e “l’olio novo”.

Mentre mi preparo per rientrare per  il pranzo, incominciano a sfilare gli amici cacciatori  che hanno lasciato  la posta per  primi.  Subito  qualcuno  mi dice che c’è  un cinghiale ferito più avanti.

Lo dicono con un sorriso sulle labbra commiserando tra  sé e sé‚ quel cane  che mi ero  portato anche alla  posta, il primo giorno di caccia al cinghiale.

Già la  mattina,  al  ritrovo,  c’erano  state  delle sonore risate quando hanno  visto questo “topolone”  pieno di pelo, simpatico e scodinzolante,  ma  che non era più  alto  di un palmo.  Rispetto ad  una  bella  muta  di  segugi  del giura appariva proprio “inutile” un bassotto tedesco.  Solo  un cacciatore lo  ha apprezzato,  faceva la guardia in una  riserva privata,   si ricordava  con  una  non nascosta nostalgia,  un cane come quello,  ottimo per le buche  ed un grande “abbaiatore a fermo” sul cinghiale.  Raccolgo velocemente le mie cose e con il cane al guinzaglio cammino controcorrente fino ad incontrare  il capocaccia che mi dice che è rimasto un  cacciatore ad aspettare,  sul posto del ferimento.

La  cosa  mi  fa  piacere,  ma  mi  pervade  una  innaturale diffidenza,  perché‚ tanto  interesse  ora  per  un cinghiale ferito dopo tutte quelle fucilate alle poste?  Ben presto scopro che  i cinghiali abbattuti erano  cinque e quello  ferito  era  l’unico  grosso,  tanti  altri  avevano passato le poste, incolumi.

Cammino per  il sentiero dove  erano le poste,  ma non trovo nessuno;  sembra quasi una burla. Torno indietro un pò sconsolato per non poter provare  il cane, ma tutto sommato contento di partecipare al “gioco  di squadra” negli  scherzi  che  ravvivano sempre la  compagnia  di un’allegra brigata di cacciatori.

Ritornando vedo un cacciatore che risale tra il bosco, verso il sentiero, e subito mi fa vedere un pezzo d’osso lungo 5-6 cm e rotondo.  Pòi guarda il cane e mi chiede  se quello era il  cane  da  sangue,  quasi incredulo continua nel racconto della reazione al colpo indicandomi il  percorso  fatto dopo la fucilata; lui era andato a verificare la traccia.  Lo ringrazio delle indicazioni e lo prego  di aspettarmi sul sentiero.  “Tanto sarà  in  fondo al  fosso,  è preso troppo bene!”: sentenzia.

Preparo la lunga e il collare dopo  aver messo  al seduto il          cane;   lui  intuisce  che  si  lavora  e   uggiola  per  la          contentezza  e   l’impazienza  di  partire.   Parlo  con  il cacciatore diagnosticando  una possibile  ferita  alla zampa anteriore “recupero difficile sicuramente”. Con questo provo ad anticipare le critiche di un eventuale insuccesso.  Finalmente dò al cane  il comado di  cercare indicandogli il punto di impatto della pallottola dove  c’era qualche goccia di sangue.  Il cane  parte agitato nella  direzione  da dove proveniva il cinghiale, lo lasci sfogare qualche metro e poi lo correggo indirizzandolo nella direzione giusta.  Il cane si distrae un po,  ma è appassionato, poi scopro che nella  prima parte della traccia,  non c’era  una  goccia di sangue  e il terreno  era tutto smosso  dagli scarponi degli improvvisati ricercatori.

Il cane tira in discesa ed il terreno si  smuove facilmente, non  c’è traccia visibile  per mettere un  pezzetto di carta come primo segno  della  traccia.  Scende  fino  al  fosso e decisamente  sale  dall’altra  sponda  ripida   con  terreno smosso  da  qualche  animale.  Incomincio  a  dubitare della corretezza della traccia,  abbiamo  già percorso  circa 150 metri e non si vede una goccia  di  sangue. Salendo arriverò al sentiero  e   così  potrò  eventualmente  riprovare dalla partenza.

In un punto ripido che quasi il cane non riesce  a superare, vira  decisamente a destra  e si  immette in  un viottolo di passata,  dopo una ventina di metri il cane si eccita e tira sul guinzaglio; noto sulle foglie secche una piccola macchia di sangue.  “Che naso  ragazzi!”  esclamo  nella  mia mente, decisamente seguo il  cane  che mi fa incontrare  ogni tanto delle gocce di sangue.  Proseguendo sulla  traccia riesco ad intuire che l’animale appoggia malamente una zampa anteriore e  dai segni sugli arbusti  sembra  colpito  in  alto  e sul fianco sinistro.

La supposizione del colpo  sulla   zampa anteriore si fa più concreta,  il cane appare particolarmente  concentrato; ogni tanto perde la  traccia,  se  ne  accorge subito  e  da solo ritorna  indietro  per  riannodarla  e  riprenderla. Rimango stupefatto dalla concentrazione e capacità di “ragionare”.  Arriva ad una macchia di rovi,  entra deciso, ma io non sono alto 22  cm al garrese e quindi devo trattenere il cane alla lunga cercando di difendermi dalle spine,  e far  passare la lunga tra un rovo ed l’altro.  C’è un momento di panico, il cane  vuole  andare  nel  “trottoio”,  io  non  passo  tra  il groviglio  dei rovi.

Ad  un  tratto  il dolore è lancinante  perché‚  una spina si coficca  sotto  un’unghia   della  mano   che  trattiene  il guinzaglio,  mentre il cane tira come un forsennato; l’altra mano  tiene il  fucile.  Lascio il  guinzaglio prevedendo di fermarlo con lo scarpone,  ma inutile il cane  parte come un bolide.  Inutile richiamarlo, sarebbe interrompere un’azione entusiasmante;  la lunga si impiglierà in  qualche arbusto e cosi avviserà con l’abbaio ed andrò con calma a recuperarlo.  I minuti  trascorrono lenti,  intanto riesco  ad aggirare il macchione di rovi e trovare il punto da dove era uscito  il cane: mi fermo ad ascoltare, ma non sento nulla. Mi incammino a mezza costa,  a  caso,  sperando di  sentire prima o  poi  il cane abbaiare perché impigliato. Dieci - dodici minuti lunghissimi, poi  sento in lontananza un  abbaio rabbioso e  continuo. Mi tranquillizzo  perché‚  trovo   la  direzione,   la  tonalità dell’abbaio  mi  dice  che  è  di  fronte  all’animale forse “abbaia a fermo”.

Corro nel bosco per un  lungo tratto,  fermandomi ogni tanto per  identificare  la  direzione  da  prendere  secondo  la provenienza   dell’abbaio;   dietro   un   dosso   lo  sento improvvisamente vicino.

C’è una vallecola  con  alcune  piante  sradicate  dal vento ricoperte interamente dai rovi e da piante rampicanti.  Il cane  sembra veramente  arrabbiato con una  voce grossa e potente:  una emozione! Ma che fare? Il cane abbaia al di là dei rovi e io devo aggirarli, forse perderei tempo.  Mentre penso al da farsi mi accorgo  che la voce del  cane è continua  e diretta verso  la  mia  direzione,  intuisco che l’animale  è tra me  ed  il cane;  decido allora di rimanere fermo ed aspettare gli eventi.

All’improvviso  un  rumore  di  foglie   e   stecchi  secchi spazzati:  appare,  come un bolide,  il cinghiale. La povera bestia incrocia il mio sguardo sembra sbigottito e  cerca di scartare  verso  l’alto,  ma  batte  una  violenta “musata”.  Intuisco  che  è  l’animale  ferito  alla  zampa  anteriore.  Inverte la direzione scendendo fragorosamente verso il basso ma viene fermato da due spari in rapida  successione, che lo fanno rotolare rovinosamente per una ventina di metri.  Il cane continua ad abbaiare, ancora più arrabbiato di prima.  Lo  chiamo:  smette  un  attimo  e  poi  riprende  subito ad abbaiare.  

Aggiro la  macchia di  rovi  e vedo  il  cane bloccato dalla lunga, impigliata nella vegetazione, e tira per inseguire la preda appena fuggita.

Lo sgancio con fatica tanta è la foga e subito   dopo arriva sull’animale abbattuto, abbaiando continuamente al morto.  Al mio arrivo tenta di “difendere” mostrando i denti, ma poi si rende conto che io  sono  il  “capo  branco”,  ma  non il padrone dell’animale: quello è suo!.

Lo lascio sfogare e poi lo calmo;  giro l’animale per vedere il foro di entrata dei proiettil mortali (cal.  44 Rem. Mag.  della carabinetta Ruger) ed il punto del ferimento: il radio della zampa sinistra appare completamente asportato e l’ulna è a pezzi tenuto insieme dai legamenti e dalla pelle.  Prima di fermarsi ha percorso circa 1,2 km.  La fame è tanta e quindi convinco il cane ad  abbandonare la difesa dell’animale ponendo  un rametto di quercia  in bocca al  cinghiale (il bruch),  un’altro rametto  lo  sistemo sul collare del cane; è un segnale di fine lavoro che il cane ha imparato molto bene.

E’ importante ripetere la gestualità ed i “riti” durante una operazione  di  recupero,  il cane  memorizza  facilmente la situazione e risponde subito con un comportamento appreso.  Mi avvio in verticale per ritornare alla strada, costeggio i rovi,  all’mprovviso  il  cane  si  fa  attento  e  tira sul guinzaglio corto,  alzo gli occhi e intravvedo  un branco di cinghiali che si muove dentro  i rovi.  Metto il fucile istintivamente alla spalla e  miro un grosso  animale. Ma la cacciata  non  è  finita  e  potrebbe  continuare  su questi animali. Un colpo o due potrebbe mandarli fuori cacciata. Mi allontano  ordinando al  cane  il  “rispetto”,  e dopo molta salita raggiungo la squadra.

Li trovo gli amici cacciatori contenti e scherzosi ormai sazi di  …….bistecche, salsiccie alla bracie, e barzellette.

Al nostro  arrivo  mi  chiedono l’esito  del recupero; udito l’esito positivo,  immediatamente si forma un cappannello di persone  incuriosite dal rametto,  fermato  sul  collare del cane, che chiede dove sia il cinghiale recuperato.  Dopo le indicazioni sul cinghiale abbattuto  informo che c’è un  cacciatore  che mi aspetta  sul sentiero e  di andarlo a recuperare,  inoltre informo del branco di cinghiali fermi a qualche centinaio di metri. Seguono complimenti e carezze al cane,  ma  nemmeno il tempo  di riporre il fucile  e cercare qualche cosa da mangiare dalla bisaccia che già erano pronti per la battuta al “branco di cinghiali del dottore”.  La  caccia  continua,  ma  .…..  fermiamoci  qualche  volta a assaporare anche l’emozione:  sei cinghiali  forse erano più che sufficienti per tutti: ……….così è stato.

Un  recupero  difficile,  con qualche errore, brillantemente risolto  per alcuni  motivi: 

1-      i  cani  segugi  non hanno inseguito l’animale ferito; 

2-      il bosco era pulito  e solo poche macchie potevano difendere l’animale ferito;

3-      dentro la macchia c’era un branco di cinghiali,  e quindi il ferito si è subito imbrancato;

4-      il cane era ben addestrato a quel lavoro; 

5-      una buona dose di fortuna quando  il  cane si è impigliato nei rovi davanti al cinghiale. 

Ogni battuta ha  spesso  il  suo animale ferito:  un cane da traccia potrebbe  essere  un valido aiuto a  recuperare, ciò che un cacciatore potrebbe sciupare.

Schede di recupero degli animali feriti
a cura di Fausto Dr. Calovi

Capriolo Daino Cervo Cinghiale Camoscio Muflone

   

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