Cacce tradizionali:

La nostra passione, la nostra tradizione….
voglio dedicare questo grosso lavoro di "scopiazzamento" a coloro che all'alba guardano verso nord-est, a coloro che sentono un brivido correre lungo la spina dorsale quando il richiamo gonfia le piume,riempie i polmoni …e parte in un crescendo devastante che potremmo intonare con lui,che sappiamo a memoria, che fa parte di noi…..
Ma sopratutto lo dedico a coloro che denigrano perché ignorano, a coloro che non comprendono perché ignorano, e non accettano, perché invidiano….


L'uccellagione 
Un arte antichissima  


Da quando nel deserto di Sin il popolo d Israele, affamato e sfiduciato dopo sei giorni di marcia estenuante tra Elim e la montagna di Sinai, poté alfine satollarsi con la miracolosa pioggia di quaglie e di manna, da quel crepuscolo di millenni sorge questa attività umana,dopo che già gli istinti predatori dell' uomo sul mondo alato si erano variamente esercitati con le tagliole, costruite con ossa di orso e di renna,sugli enormi branchi di anteridi che popolavano le tundre dell'era neozoica.
Gli uccelli come provvidenziali alimenti posti insieme agli altri, i pesci, i mammiferi, le messi,le erbe ed i frutti arborei , dal Creatore ad uso e servizio dei propri figli, furono oggetto di occupazione per soddisfare agli essenziali bisogni di vita. Avis capere diranno poi i latini, e dalla parola cosi composta essi chiameranno aucupium la cattura, con ingannevoli ed insidiosi allettamenti, degli uccelli viventi allo stato di naturale libertà ,attività che si perfezionerà sempre più arricchendosi di precetti e di ammaestramenti che, affidati alla tradizione finirono col divenire vera e propria arte per assurgere,infine,ad una delle tante manifestazioni di fasto della romanità patrizia.
È noto specialmente nelle opere di Marrone, della "Historia naturalis" di Plinio e degli epigrammi di Marziale , da Orazio,Plutarco e Giovenale come i romani dell'impero prelibassero le aromatiche fragranze delle carni degli uccelli selvatici.
Nel suburbio le famiglie patrizie possedevano decine di iugeri di terra predisposti per l'aucupio dove numerosi schiavi vi tendevano lacci, panie,reti,ragne.
Nelle loro"villae" i ricchi quiriti disponevano di enormi uccelliere,dette con parola greca "hornitrones" dove tordi,beccafichi,ortolani,quaglie,pernici ed altri uccelli venivano custoditi dopo la cattura ed ivi ingrassati superalimentandoli con miglio e zibibbo inzuppati nel latte, con pastoni di fichi secchi e bacche di mirto e ginepro e tuorli d'uovo, per andar poi ad ornare i banchetti di questi ricchi epuloni.
Eliogabaldo adibiva oltre trecento schiavi alle proprie uccelliere.
Ma prima di questi fastigi uccellatori già gli Assiri e gli Egizi conoscevano da maestri l'arte di catturare Con le reti quaglie e pernici .I Cartaginesi si cibavano largamente, di uccelli e tutto il mondo antico reca tracce numerose ed evidenti di questa primordiale attività , che i romani seppero affinare e perfezionare nella massima espressione .
I barbari del settentrione, abitatori di territori prevalentemente selvosi, erano invece dediti alla caccia grossa che nel nord 'Europa, con l'abbondanza di grossa fauna, era assai più redditizia .
Non conoscendo essi l'agricoltura, che dissoda selve e paludi e causa la rarefazione delle grosse specie selvatiche, trascurarono sempre l'uccellagione e la piccola caccia agli uccelli. Non deve pertanto Stupire se ancor oggi i popoli di ceppo teutonico ed anglosassone mostrano di tenere in spregio l'uccellagione e la caccia alla minuta selvaggina canora. 
Nel medio evo e nel periodo delle Signorie l'uccellagione da noi fu consentita a tutti (è noto come la caccia alla selvaggina nobile fosse invece prerogativa assoluta della corona e della nobiltà)l'una e l'altra sempre di origine franca o normanna ) ed in molti statuti comunali fu lasciata al popolo minuto di esercitarla, talvolta, anche nell'interno delle stesse bandite feudali . Queste, infatti, avevano lo scopo preciso di tutelare le" ferae bestiae ") e non l'uccellame… ossia i cervi, i daini, i caprioli, i cinghiali ed altri capi di selvaggina che appartenevano al principe per diritto di regalia.
Cosi' si spiega come in molte regioni d'Italia l'arte del l'acupio,non avendo mai subito interruzioni, perdurass per secoli fino a pervenire ai giorni nostri come un retaggio storico prima connesso all'economia rurale ed attualmente ,com'e' accaduto anche per la caccia , -come un complesso di diletti che l'uomo si procura lecitamente al cospetto della libera natura.
In altre parole e per usare il linguaggio corrente, per i propri passatempi sportivi.
E' nei secoli XIV , XV e XVI che l'uccellagione si Perfeziona sino a divenire materia di pregevolissimi scritti didascalici che fino ai giorni nostri hanno interessato una larga pleiade di scrittori eminenti.
Basti per tutti Vincenzo Olina ,per dimostrare come quest'attività fosse assurta e vera e propria manifestazione di arte. E, l'aureo pontificato non la disdegno' se Papa Leone X al secolo Giovanni de medici fece costruire nei giardini vaticani roccoli,paretai e boschetti monumentali in un fasto del tutto degno del miglior rinascimento.. 
Ma già sulla fine del secolo XIII Dante Alighieri aveva cantato (Inferno canto III): " gittansi di quel lito ad una ad una per cenni,come angel per suo richiamo". Il chè altro non è che il movimento che che mostrano di se gli uccelli che "danno " al richiamo di un uccellanda .
Nel 1700 e nell'800 nel Veneto, nel Bresciano ,nel Bergamasco e giu' fino alle Romane, in Toscana,nelle Marche, nell'Umbria, durante gli ozi autunnali in coincidenza colla migrazione stagionale degli uccelli nelle ville patrizie lo svago uccellatorio tocco l'apogeo.
Da quell'epoca e sino a pochi decenni or sono, fiorirono i grandi impianti di roccoli,bressanelle, larghe,paretai,boschetti a cui erano legate tenaci e non ingloriose tradizioni gentilizie,nelle quali si gareggiava in bellezza, panoramica di apprestamenti oltrechè in orchestrale dovizia di richiami.
Accanto a queste uccellande principesche vivevano gli artigiani dell'uccellaggione che praticavano l'allevamento dei richiami, la fabbricazione delle reti, delle gabbie e degli utensili innumerevoli destinati a quest'arte, nonché l'esercizio di piccole uccellande con le panie,con le prodine,con le "paneraie" toscane (lacciaie), fonte di onesto guadagno per i meno abbienti.
Sino a poco tempo fa, prima delle grandi restrizioni arrecate dalla legge a questa attività per la protezione piu' o meno sensata di speci ornitiche che la bonifica, la cementificazione ed il disboscamento avevano ridotto sensibilmente sia da noi che nei paesi di nidificazione,i sistemi in uso erano:

 

  • la larga 
  • la prodina
  • la quagliara
  • il palmone o uccellagione fissa con le panie(limitatamente alla regione veneta e friulana).

 

by Corrado Tancredi
(Lombardia)     

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Il roccolo


È un vasto a forma di ferro di cavallo sito sulla sommità di un poggio montano esposto a nord. Tutto intorno circondato di alberelli educati ad arco,a guisa di pergolato, di essenze varie a taglio ceduo,adatti alle temperature di montagna,come bossi,carpini,ornelli. 
Sotto a queste arcate vengono distese le "ragne" che vengono, cosi', a formare una specie di cintura dell'altezza di circa quattro metri da terra.
Si dice " ragna" la rete sottile a tramaglio, dove gli uccelli,battendovi contro in volo, si ammagliano.
Attratti dal canto dei richiami, Le cui gabbie sono situate all'interno del roccolo o su alti pali ,"spie", gli uccelli si abbassano sopra l'area della cosi detta "tesa", anche attratti dai voletti degli zimbelli a terra, allorché gli uccelli sfiorano in volo il pergolato,talvolta posandosi anche sul recinto dell'"uccellanda" ,l'uccellatore dalle feritoie del capanno che è posto in alto a mo' di torretta si da dominare tutto il roccolo sottostante, lancia sopra agli uccelli le "racchette" emettendo un verso detto "sordina" (verso tipico degli uccelli alla vista del falco). Gli uccelli, spaventati come se lo sparviere incombesse su essi, si gettano tra le arcate del roccolo cercando scampo al rapace e restando irretiti nelle ragne.
Attorno al primo cerchio di arcate, ne esistono altri concentrici, ad una distanza di una decina di metri l'uno dall'altro e sono chiamati "passate", dove vanno ad incappare gli uccelli che non hanno "dato" al primo cerchio di reti.
tali passate pero' furono proibite gia alla fine degli anni 50 onde evitare la cattura completa dei branchi di migratori.


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La brescianella


Prende il nome dalla provincia ove era più frequentemente usata, è sul tipo del roccolo, più spesso disposta a forma di rettangolo, con i lati più ampi disposti a seconda della direzione
tenuta dagli uccelli nel dirigersi verso l'uccellanda. 
La brescianella solitamente era piazzata a quote meno elevate dei roccoli e tutt'intorno e nell'interno delle arcate è dotata di alberi posatoi dove gli uccelli, allettati dal canto e dagli zimbelli, si posano prima di calarsi nella " buttata " .
Nella parte centrale di questa è disposto un ampio spazio di prato incassato nel terreno e circondato da una cornice di mattonelle mimetizzate che impediscono agli uccelli presicci che vi saltellano sciolti con le remiganti di un'ala tagliate, di risalire sul piano di terreno dell'uccellanda. Questi zimbelli liberi si chiamano " passeggi " in Toscana e nelle Marche, e "stelloni " in 'Lombardia, essi hanno un grande potere attrattivo sui migratori che, attratti dai compagni che pascolano sul verde del prato, vi si posano anch'essi.
L'uccellatore allora , tira la fune che aziona un dispositivo detto "sfalco"che agita dei piccoli barattoli sovrastanti la "buttata",ovvero sommuove una pertica che abbassandosi dal capanno va ad abbattersi sopra alla "tesa" provocando cosi lo stesso effetto che le racchette determinano nel roccolo.
Nel roccolo e nella bressanella, si catturavano in prevalenza fringuelli ,peppole ,verdoni, frusoni,cardellini, lucarini, verzellini, zigoli ,passere mattugie,passere scopatole, tordi,sasselli,merli,cesene ed altri uccelli di ramo.

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