1.1 Discussione sulle motivazioni interiori
Per milioni di anni l’uomo ha cacciato con schegge di pietra affilate, surrogando artigli, mandibole possenti e canini. Il suo cervello si è evoluto grazie allo sforzo di trarre dalla natura gli elementi per sopravvivere, riavvicinarsi ad essi per riscoprirli oggi è una lezione preziosa.
L’arco è l’ultimo della progenie delle astuzie e degli inganni umani, migliaia di anni ci separano dal grande balzo che ha decretato la massima esaltazione del concetto dell’inganno totale, la caccia ed il colpire a distanza. Oggi cacciare con un’arma primitiva è un viaggio nel tempo per cacciare come gli antichi, ed un invito per riscoprire il rapporto essenziale con il sé “primitivo” .
La passione per la caccia con l’arco, le sue tradizioni, la cultura venatoria primitiva e il fascino della storia dell’uomo sono chiamate potenti. E come tali, per molti come me, irrinunciabili. Nell’excursus della mia carriera di arciere “moderno” e cacciatore ho sempre visto con interesse, a volte frammisto a timore reverenziale, tutto l’incredibile mondo di questa cultura che ha accompagnato le ere dell’uomo nella sua evoluzione. Ho sempre individuato come punto di arrivo, come meta finale, la caccia fatta integralmente con strumenti veramente primitivi, vedendo in ciò una sorta di purificazione totale, penalizzante oltremodo dal punto di vista della quantità del risultato, ma premiante da quello della qualità, ed estremamente avvincente e ridimensionante la figura umana del cacciatore, in ultima analisi dell’uomo.
Il cacciatore moderno pratica la sua attività per sport. Sport, nella sua etimologia originaria va inteso come impiego del tempo libero, ed evasione dal lavoro di tutti i giorni, non sempre gratificante ed a volte frustrante. E nello stesso tempo il “piacere” del poter disporre del proprio tempo libero viene espresso nell’uomo d’oggi da attività logicamente poco faticose, rilassanti e impegnative il meno possibile. Chi sono allora questi cacciatori che faticano, sudano, rischiano la vita per la loro passione, e che trovano gratificazione da tutto ciò?
Oggi sport è sinonimo di ben altro per certuni, significa competitività, significa paragonarsi con altri per dimostrare la propria superiorità, eccellere tra tutti per alimentare il proprio ego.
Questo non coincide con ciò che la caccia significa per me e per altri della mia tribù. Il paragonarsi con l’elemento selvatico e primitivo della popolazione dei boschi deve servire per ridimensionare il proprio ego abituato fin troppo a porsi in competizione per il successo, per evidenziare a forti tinte un rapporto perduto tra l’uomo e l’animale che con il progresso è andato via via indebolendosi fino a scomparire nella sostanza.
In definitiva, uno dei problemi più pressanti del nostro secolo è proprio il dramma della collocazione dell’umana esistenza e della sua razionalità presunta nell’ambito della collettività degli esseri viventi in Natura. L’uomo, parafrasando Ortega y Gasset, è un animale che ha perso quasi completamente il sistema dei suoi istinti, in cambio di una vita vuota e della facoltà di ragionare e di esserne consapevole. Nel trovarsi ad esistere conserva di questo sistema istintuale solo residui incompleti, incapaci di imporgli una linea di comportamento.
Si trova così davanti ad un vuoto pauroso che deve colmare.
La Caccia in questo problematico contesto si può porre come soluzione, a patto di penalizzare il beneficio della civiltà, della presunta superiorità intellettuale e strumentale acquisita con il progresso, e puntare verso una situazione di parità virtuale in cui l’uomo diventa apprendista dei suoi istinti sopiti.
In parole povere l’efficacia dell’uomo cacciatore, ridotta alla perfezione delle sue armi non ha nulla in comune con lo scopo di questa Caccia. Non c’entra niente .
Limitarsi significa soffrire nella ricerca, umiliarsi nei goffi tentativi di surrogare il predatore vero, rinunciare al carniere facile per tante piccole scoperte, emozioni, sensazioni perdute che nulla hanno a che vedere con la ragione. Limitare-limitarsi nella Caccia è imitare la Natura.
Questo tedioso preambolo per spiegare perché sempre più persone si dedicano alla Caccia Primitiva. Sempre più cacciatori rinunciano a freezer colmo in cambio di fatica, sudore ed “insuccessi venatori”, così come li potrebbe intendere l’uomo schiavo del consumismo.
Ma cosa è questa caccia primitiva? Fino a qualche anno addietro credevo che cacciare con l’arco fosse già di per sé stessa una scelta coraggiosa. Credevo che lo strumento in sé fosse sufficiente per identificare uno stile di vita, un filosofico modo di avvicinarsi alla Natura. In parte è così. Lo strumento di caccia non fa il monaco, e lo spirito giusto (come lo intendo) può emergere con qualsiasi arma. Però…c’è un però. Se l’arma è poco evoluta, confrontata all’arma da fuoco e i suoi cannocchiali, costringe al rapporto ravvicinato. Questa costrizione, di per sé, può essere annullata.
Avvicinarsi al daino ignaro è pura arte, avvistarlo nel bosco è già difficile di per sé stesso. La regola d’oro di ogni buon cacciatore responsabile è basata sulla totale sicurezza di poter mettere il colpo a segno nell’area vitale, viceversa si deve rinunciare al tiro.
Se da 200 metri si è ben nascosti (non si è penetrati nell’area d’allerta del selvatico) con un buon tiro lo si abbatte sul colpo. Ed il gioco è (quasi) fatto. Cento, centocinquanta, duecento metri sono l’ordine di grandezza “medio” di questo range di sicurezza per un cacciatore armato di carabina.
Ma strisciare per interminabili minuti avvicinandolo al limite del proprio range di certezza (o di sicurezza), quella distanza dalla quale non si sbaglia mai (!), per un arciere significa non solo penetrare l’area d’allerta dei sensi “fisici”, ma significa sfidare quegli imperscrutabili e misteriosi sensi d’allarme che si manifestano quando la preda usa l’istinto di conservazione come radar potentissimo nel rivelare l’aggressività del predatore. E non è più un gioco.
Chi lo ha provato sa che a dieci metri un daino può essere ingannato con una buona tecnica nei sensi (vista, udito, olfatto) ma se l’ingombrante volitività dell’uccidere del cacciatore è forte ed incontrollata, non c’è verso di farlo. Anticamente i guerrieri ben sapevano di queste percezioni, o istinti, e si addestravano nel percepirli (nella
difesa) o nel mascherarli (nell’attacco). Relegare l’Ego in un cantuccio, e la razionalità deterministica a casa cercando di farsi trascinare dagli eventi in un flusso “naturale” ed essenziale, pare sia l’unica e difficilissima ricetta. Chi meglio di un animale governato dall’istinto può applicare questa regola? Il selvatico questi istinti li conserva, noi dobbiamo addestrarci duramente. Ecco quel motivo in più che fa la differenza nella scelta dell’arma, differenza sostanziale (da cento metri a dieci) e che svela un capitolo difficile e stimolante per il quale il carniere, od il trofeo, soccombono di importanza. Vien da sé che anche nell’ambito della scelta dell’arco e della freccia sussistano differenze. Se un moderno compound tecnologico, dotato di tutti gli optional ultimo grido, associato ad una buona tecnica d’uso può definirsi sicuro mediamente fino a trenta metri, un arco tradizionale accorcia il tiro a venti. Ed un arco ed una freccia primitiva ancor di più, dieci metri a volte sono troppi. Il perché è presto detto. Se le frecce moderne e le punte d’acciaio possono essere mortali tanto quanto delle buone frecce in legno con punte di selce o ossidiana, è pur vero che costruire/costruirsi un buon arco efficace in ugual misura a quello moderno è impresa ardua, se non impossibile. Per avere velocità di freccia paragonabili a quelle d’oggi, bisognerebbe tendere archi in solo legno di “peso” tali da costringere un arciere moderno ad un allenamento “professionale” impossibile da conciliare con una vita non basata sulla lotta alla sopravvivenza pura. Con questo non voglio dire che potendo farlo ciò sarebbe male, semplicemente trovo assai difficile proporlo e realizzarlo con i nostri ritmi di vita, legati ad un ben altri concetti di “sopravvivenza”.
Insomma, ci vogliono cure (per l’attrezzatura), conoscenze, sensibilità, pazienza, umiltà, allenamento e fatica, doti decisamente controtendenza per l’uomo del ventesimo secolo. Chi scende in campo per accennare il cammino, ben presto scopre un altro modo di vedere la Caccia. Ritualizza e ridimensiona e fa del suo apprendistato un percorso ricchissimo di scoperte, semplici ma sbalorditive. Come ogni buon percorso, le sue tappe sono vincolate all’intensità di colui che le percorre. La strada non è uguale per tutti, il tempo non scorre nella stessa maniera per ognuno. Personalmente la mia caccia è questo, e l’appagamento giunge per gradi anche nelle piccole cose.
Piccole? ci mancherebbe altro. Cose piccole viste con il grandangolo diventano enormi con l’obbiettivo da ritratto, e gigantesche con l’obbiettivo macro. E’ una questione di ottica, quindi, ottica che permette l’indagine verso situazioni e realtà che normalmente sfuggono all’occhiata distratta e superficiale di chi è abituato agli effetti speciali. Ecco così che la ricerca delle tracce diventa di per sé una Caccia favolosa, che l’avvistamento e l’avvicinamento da per loro diventano Puri Piaceri; e che le mille volte che la nostra goffa e maldestra attitudine predatoria fa fiasco, facendo fuggire il selvatico spaventato da chi sa quale nostro errore, scatena i più contrastanti effetti emotivi.
Quella fuga è anch’essa uno straordinario piacere. Il piacere d’assistere ad una strabiliante, seppur ovvia, rivincita della Natura sulla nostra presunzione. E’ assaporare per un istante ciò che per i nostri progenitori era consueta “lotta” per la selezione.
1.2 La caccia con l’arco: dati preistorici e etnografici
1.2.1 La preistoria dell’arco
Ritengo sia molto importante, per ogni buon cacciatore con l’arco che si rispetti, conoscere l’evoluzione della sua arte venatoria fin dalle origini. Nella bibliografia troverete testi di riferimento completi, anche senza necessariamente doversi calare in dotte disquisizioni accademiche. È da poco che lo studio della paleoantropologia ha avvicinato in modo strumentale e funzionale l’arco e la sua caccia, svelando una fitta rete di connessioni che hanno permesso l’approfondimento delle conoscenze interdisciplinari riguardanti la socialità e l’economia dei nostri antenati. Come dire che tra l’arte, la filosofia e la religione e la caccia la dipendenza si è fatta più stretta. Un fenomeno quindi non isolato e strumentale, ma olistico in tutti sensi ed importantissimo.
Irrefutabili evidenze dell’uso dell’arco e delle frecce provengono dal paleolitico superiore e dal mesolitico europeo. Una di queste è basata sul ritrovamento di alcuni frammenti di freccia a Stellmoor (10.500 BP) e dal ritrovamento di alcuni frammenti di arco (8000 BP). Come accade anche per le altre armi, identificare le origini dell’arco e delle frecce risulta problematico. Molte punte del paleolitico superiore (Font-Robert, Gravette, el-Wad) potrebbero essere tranquillamente servite come punte di freccia, e il disegno sofisticato degli archi di legno del mesolitico europeo ritrovati suggerisce che la “tradizione” arcaia sia veramente antica, probabilmente risalente fin dalla metà del paleolitico superiore.
Le innumerevoli rappresentazioni artistico – magiche delle grotte del paleolitico superiore (Francia, Spagna) raffigurano tantissimi animali colpiti da armi da getto. Impossibile desumere se si tratta di lance, giavellotti o frecce. Sicuramente da 30.000 a 10.000 anni fa, l’evoluzione delle armi scagliate è comunque un dato incontrovertibile.
Riguardo al problema del “quando” una particolare arma abbia fatto il suo debutto nella preistoria, risulta inequivocabile come tra il pleistocene medio e il primo olocene l’uomo si appropriò delle tecnologie necessarie per creare ed utilizzare armi in grado di abbattere la selvaggina da distante (propulsore e arco) affiancate alle preesistenti lance da getto e da mano, bastoni appuntiti e pietre. Cosa significa ciò in termini di strategie globali di sussistenza, evoluzione delle tecniche di caccia, e evoluzione delle abilità cacciatrici umane? Per rispondere a queste domande è opportuno ritornare agli studi etnografici e etnostorici relativi agli uomini “primitivi” moderni, gli ultimi cacciatori – raccoglitori della nostra epoca che ancora usano (o hanno usato fino a poco tempo fa) armi da getto e da mano.
1.2.2 I dati etnografici
Nel generale contesto della ricerca paleoantropologia ed etnografica si analizzano due parametri principali Essi si riferiscono a: 1) tipologia del sistema-arma relativa alla metodologia di caccia e 2) tipologia del sistema-arma armi riferita alla grandezza delle prede.
La tipologia del sistema-arma è il tipo dell’arma in funzione della sua metodologia d’impiego (ad esempio la lancia scagliata è un altro sistema-arma rispetto alla lancia da mano).
Si desumono informazioni ricchissime prendendo in esame la attuali popolazioni che vivono ancora oggi di caccia e di raccolta. Tra queste, le metodologie, che come vedremo, sostanzialmente non si diversificano da quelle del moderno cacciatore con l’arco. Le armi preistoriche e quelle attualmente utilizzate da queste popolazioni sono:
· lance scagliate;
· lance da mano;
· propulsore e giavellotto ;
· arco e frecce non avvelenate .
Le tecniche di caccia esaminate sono:
· Svantaggio:
include qualsiasi tecnica che possa limitare la fuga della preda in modo da guadagnare tempo e vantaggio tattico per utilizzare al meglio le armi possedute dai cacciatori. La “battuta” (con i battitori che spingono la preda) è da considerare come tecnica di svantaggio, a condizione che l’obiettivo sia quello di spingere la preda in posizioni svantaggiose per utilizzare al meglio le armi. Un esempio può essere lo spingere la preda nell’acqua, nella neve profonda, e nelle paludi, come pure spingere con i cani un animale verso le poste dei cacciatori oppure condurre un attacco ad un animale in letargo all’interno della sua caverna. Nella caccia moderna la battuta è frequentemente associata all’uso dei cani (ad es. le tradizionali battute al cinghiale).
· Appostamento:
E’ la tecnica che prevede un cacciatore immobile, mimetizzato e nascosto che attenda la preda all’interno della distanza utile della sua arma da getto. Lo svantaggio diventa appostamento qualora la battuta preveda cacciatori nascosti e mimetizzati. Nella caccia con l’arco moderna, essa corrisponde a quella che viene qui descritta in seguito come caccia da Tree Stand.
· Avvicinamento
E’ la tecnica più complessa, che richiede la maggior abilità da parte del cacciatore. In questo manuale viene descritta utilizzando il suo nome americano, lo stalking. Significa avvistare la preda e avvicinarla fino alla distanza utile per la propria arma (e abilità) senza spaventarla. E’ un tipo di caccia solitaria.
· Inseguimento
E’ la tecnica che prevede l’avvicinamento e l’inseguimento (fino allo sfinimento) della preda. Può essere interpretato come una tecnica di svantaggio (la preda stancata dall’inseguimento può essere più facilmente raggiunta e abbattuta) L’inseguimento può essere coadiuvato da animali addomesticati (cani e cavalli) ma comunque il sistema-arma viene usato dal momento che la preda parte in fuga.
· Incontro
E’ il classico incontro fortuito del cacciatore durante quella che viene definita anche caccia vagante. Vagando nel bosco viene vista una preda (che non ha percepito il cacciatore) e la distanza viene accorciata fino al limite necessario per utilizzare l’arma da getto. Anche questa metodologia ha le sue maggiori possibilità di riuscita per un cacciatore solitario, oppure pochissimi ma molto affiatati, e comunque ha una sua utilità in ambiti ricchi di selvaggina..
L’arco e le frecce sono utilizzate con tutti i metodi di caccia qui riportati, e molte similitudini e sovrapposizioni le si riscontrano nei riguardi del propulsore – giavellotto. La media delle taglie della selvaggina cacciata denota differenze associabili alla tipologia, e eccetto per la caccia d’incontro, le differenze non appaiono statisticamente significative.
L’arco e le frecce possono definirsi quindi arma versatile e adattativa, non vincolata alla taglia della preda ma adattabile alle sua caratteristiche e habitat.
Con lo svantaggio, avvicinamento e inseguimento, l’arco diviene un’arma “chirurgica”, nel senso che permette tiri precisi nell’area vitale delle prede da una distanza sicura per causare emorragie mortali. Un utilizzo simile permette l’abbattimento di prede di grossa taglia, anche se il raggio d’azione medio (25,8 metri contro 39,6 del propulsore) si deve giocoforza ridurre.
1.2.3 Ishi e Otzi
La testimonianza più forte degli ultimi cacciatori con l’arco è quella di Ishi, l’ultimo sopravissuto della tribù Yana del nordamerica. Ishi rappresenta il “fossile vivente” ad espressione della tragedia dei nativi del nordamerica. Fuggito e braccato dal luogo dove era cresciuto, senza più alcun parente e membro della piccola tribù di cui faceva parte, venne imprigionato perché non conosceva l’inglese e nessuno mostrava di conoscerlo. Kroeber e T.T. Waterman, famosi e blasonati antropologi di Berkley, salvarono Ishi da una prigionia immeritata e lo condussero alla loro università, dove passò gli ultimi anni della sua vita (1911 – 1916). Qui fabbricò manufatti formidabili, venne osservato e studiato, anche se trascorse in amicizia e pace, rispettato da accademici e visitatori. Saxton Pope, studioso dell’arcieria nordamericana, utilizzò i suoi consigli e la sua esperienza per ricostruire e testare archi e frecce native, ma anche lui non approfittò a fondo della sua abilità di flinknapper per approfondirne lo studio. Nels. C. Nelson (1916) invece lo fece, come pure Cushing (1895), Holmes (1891) e McGuire (1896) che approfondirono lo studio della lavorazione della pietra scheggiata lavorando a contatto con popolazioni native e applicando queste conoscenze per interpretare i ritrovamenti preistorici.
Una delle scoperte archeologiche più importanti recenti è il ritrovamento dell’Uomo dei Ghiacci” di Similaun di 5000 anni fa. Su di lui se ne sono dette, fatte e sentite delle belle!
Il suo corredo comprende una meravigliosa serie di oggetti arcieristici in senso stretto, corde, tendini, cuspidi di ricambio, coltello, ascia e faretra, strumenti per il ritocco della selce, fibre vegetali e resina per le punte, insomma un’attrezzatura che fa invidia ad un cacciatore moderno di oggi. Oltre all’arco di tasso (non è ancora chiaro se si tratti di un abbozzo in fase di completamento) 14 frecce che lasciano poco spazio alla fantasia, alcune incomplete, ma tutte recanti inequivocabili conferme dell’altissima specializzazione dei nostri antenati. La cosa più emblematica…rimane la scoperta, avvenuta nel 2001, di una cuspide all’interno del corpo del cacciatore. Dopo 10 e più anni di esami, tomografie e analisi, una semplice ed ultima RX toracica ha sollevato un polverone incredibile sulle cause della sua morte. La freccia provocò una ferita non troppo seria sulla scapola sinistra, fermandosi a pochi millimetri dall’osso. La ferita più grossa, a parer mio, è l’assoluta leggerezza con cui questa mummia è stata studiata.




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