LA TEORIA DEL “GRANDE INGANNO”
ARCO E FRECCE NELL’ EVOLUZIONE DEL GENERE UMANO
Nella primavera di 5200 anni fa, l’improvviso suono di una freccia ha sferzato l’aria rarefatta della montagna ghiacciata ed un arciere assassino ha compiuto il suo gesto di guerra, totalmente inconsapevole degli importanti spunti di riflessione e dei risvolti scientifici che, nella nostra epoca, la sua drammatica azione avrebbe offerto all’attenzione di scienziati di tutto il mondo. Si deve a due coniugi austriaci, in gita sul ghiacciaio del Similaun nel 1991, la scoperta casuale dell’uomo dei ghiacci colpito da quel “proiettile preistorico” scagliato dall’arciere guerriero. Ötzi, così come è stato battezzato dal luogo del suo ritrovamento (l’Ötzaler – Alp), rappresenta una delle scoperte archeologiche più importanti degli ultimi secoli, considerato che la sua mummia molto ben conservata e il suo perfetto equipaggiamento – completo di arco, frecce e numerose cuspidi in selce – sono una immagine assolutamente unica di un passato remotissimo che ci appartiene.
La mummia dell’ uomo di Similaun è una vera e propria istantanea sulla nostra storia più antica, ripresa nel momento in cui il genere umano, per un assurdo gioco del destino, ha compiuto il suo “grande balzo” e la cultura del cacciatore-raccoglitore è stata sostituita da quella dell’uomo agricoltore, pastore e guerriero, antesignano della nostra modernità. Tutto ciò ha comportato un cambiamento radicale di atteggiamento tra uomo e natura e tra uomo e uomo, al punto che attrezzi come l’arco e le frecce hanno smesso di essere soltanto strumenti da caccia, per diventare vere e proprie armi da guerra utilizzate dall’uomo che doveva difendere la sua terra ed i suoi armenti o da colui che voleva impossessarsene.
Ötzi fu ucciso da una freccia scagliata da un arco di notevole potenza. Questa scoperta è avvenuta in Italia grazie all’equipe medico legale di Bolzano. Una semplice radiografia ha permesso a Egarter Vigl, patologo legale e a Paul Gostner, radiologo dell’ospedale civile di Bolzano, di rilevare un corpo estraneo conficcato all’interno del tronco (in corrispondenza della spalla sinistra). Una successiva Tac ha consentito una sua identificazione più precisa: una punta di freccia costituita da una cuspide silicea di 21 millimetri per 17 millimetri, peduncolata, che ha reciso probabilmente un’arteria o una vena, ha sfondato la scapola e si è arrestata a meno di due centimetri dal polmone sinistro.
Paradossalmente, fin dalla sua scoperta l’importanza arcieristica di questo emblematico personaggio emerse e fu enorme, grazie anche al rinvenimento della sua attrezzatura arcieristica assolutamente completa, anche se non del tutto pronta all’uso e di un insieme di accessori e strumenti per la manutenzione, degni del più organizzato arciere-cacciatore moderno, che dimostrano l’altissima specializzazione e la grande capacità di adattamento del nostro antenato a quella lontanissima epoca.
Anche molte altre tracce di attività umana, risalenti perfino a oltre 700.000 anni fa, assumono particolare importanza, in quanto rappresentano una delle testimonianze più antiche di attività venatoria che gli antenati dell’uomo effettuavano con l’ausilio di svariati oggetti da lancio (pietre affilate montate su lunghe aste di legno, frombole, schegge di selce e bifacciali utilizzati come bolas); ma l’invenzione dell’Arco – avvenuta forse fra i 15.000 e i 20.000 anni fa – ha certamente segnato un passaggio epocale nel divenire dell’uomo-cacciatore preistorico, che ha influito sull’evoluzione dell’intelligenza, del linguaggio e del comportamento umano in cui il “colpire a distanza”, secondo molti e autorevoli studi, rappresenterebbe un momento chiave. La teoria del “Grande inganno”, intesa come evoluzione dell’ominide conseguente all’attuazione dell’ inganno deliberato ai danni delle altre specie viventi (cosa c’è di più “ingannevole” del colpire a distanza la preda?) delinea uno scenario innovativo in cui il concetto di caccia per la sopravvivenza sfuma in quello di caccia come attività simbolica e rituale e nel concetto di “ruolo” nella collettività. Nell’esperto cacciatore dell’età della pietra, infatti, la destrezza nell’uso delle armi da caccia, unitamente al complesso delle sue doti venatorie, assumevano la valenza di “qualità” riconosciute dall’intera comunità, che gli permettevano di assurgere a superiore rango sociale in relazione alla sua capacità di procurare maggiore sostentamento e/o maggiore certezza di sopravvivenza per la sua donna, per i suoi figli e per la sua tribù.
Il complesso Arco/Frecce rappresenta l’invenzione che, per le sue intrinseche doti di precisione, velocità e potenza, ha permesso all’uomo di vincere definitivamente la competizione con tutti gli altri predatori, surrogando gli artigli possenti ed i canini della tigre dai denti a sciabola o il balzo improvviso della pantera che ghermisce la preda.
Per millenni, dunque, archi e frecce sono stati in mano a cacciatori e guerrieri, mentre solo nel corso degli ultimi 100 anni si è cominciato a parlare di Tiro con l’arco inteso come attività sportiva tout-court. Ciò definisce uno scenario non necessariamente negativo, ma sicuramente diverso dalle origini e dà vita a due cose differenti: da una parte un semplice “gioco”, uno sport come tanti altri o un gradevole passatempo che si effettua in ambiti naturali addomesticati, in cui si gioca o si gareggia con archi spesso superaccessoriati e che ci allontana, inevitabilmente, dal concetto di “essenzialità” ed “eredità” derivante dalla nostra storia; dall’altra parte si delinea un’altra forma di attività, che cerca di simulare una caccia più o meno primitiva, con difficoltà legate ad una abilità umana “diversa”, molto difficile da canonizzare e costringere in binari omologati, in cui, ancora oggi, conta e fa parte del gioco anche la casualità e la fortuna.
E’ la “Caccia con l’arco”, oggi vissuta come sistema di prelievo a basso impatto ambientale che ci permette di recuperare il nostro essere ancestrale e rivivere l’essenza di un Rito antichissimo e primordiale.
Mi è gradito, in questa sede, citare l’amico Giovanni Amatuccio, illustre medievalista salernitano che nei suoi studi sull’arcieria storica (L’Arciere mediterraneo – La Simbolicità di un gesto) scrive: < Tirare delle frecce con un arco (di qualsiasi materiale sia fatto) rappresenta un atto fortemente simbolico, sia concettualizzato che realizzato nella pratica. Immergersi nella natura, sognando, è un dovuto atto di sottomissione a qualcosa ben più grande di noi.)
Così, infine, è possibile affermare che ancora oggi la Caccia con l’arco può e deve rappresentare il collegamento primario con la nostra eredità perduta; una sorta di transfert dove l’elemento tecnico (arcieristico) è ben poco risolutivo, se non supportato da antiche qualità umane come la personalità, la conoscenza, la consapevolezza dei propri limiti e l’esperienza relative al contesto ambiente. Variabili di ben lunga più critiche ed “introspettive” del puro tecnicismo, con le quali anche l’antico arciere di Similaun avrà dovuto misurarsi, per sopravvivere alla storia.
Giovanni Maio.




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