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Editoriale: Quando la legge non basta

| 1 settembre 2015 | 1 Comment

cap_ago15Cultura, tecnica, emozioni, etica venatoria. Questi sono i punti cardinali di Cacciare a Palla, quelli che ogni mese, quando pensiamo ai contenuti della rivista e chiediamo ai nostri collaboratori di contribuire a queste pagine, teniamo a mente.
La società contemporanea ha saputo creare libertà un tempo impensabili ma, al tempo stesso, ha elaborato e continua a elaborare un sistema sofisticato per lederne altre. Noi, che ci confrontiamo ogni giorno con il pregiudizio e un’opposizione ai valori che ci ispirano, sappiamo quanto il tentativo di conculcare i nostri diritti sia subdolo. Non basta opporsi facendosi forza della legge e difendere lo status quo. Bisogna andare oltre gli articoli, i commi, i cavilli. Bisogna comportarsi in maniera corretta per testimoniare, con il nostro comportamento, il nostro valore. In questo senso si parla di etica venatoria.
L’etica, secondo definizione, è “dottrina o riflessione speculativa intorno al comportamento pratico dell’uomo, soprattutto in quanto intenda indicare quale sia il vero bene e quali i mezzi atti a conseguirlo, quali siano i doveri morali verso se stessi e verso gli altri e quali i criteri per giudicare sulla moralità delle azioni umane” (dizionario enciclopedico Treccani).
Etica è una parola che non amo particolarmente. Mi porta alla mente un laicismo inteso non come schema di valori differenti da quelli religiosi ma come un’alternativa a una visione spirituale della vita. Una visione meramente materialista che nulla ha a che vedere con un approccio profondo alle nostre passioni umane.
Definiamo brevemente i contenuti di una visione etica, i limiti che il cacciatore si impone al di là della legge, le regole che decide di fare proprie e incarnare con il suo comportamento. Sono regole che disciplinano la convivenza con la società, con la comunità dei cacciatori, con se stessi, con la selvaggina e l’ambiente. Insomma, è un quadro di valori che definisce l’onestà del cacciatore e la sua morale nel momento in cui porta il fucile a tracolla o preme il grilletto. O si occupa della conservazione del territorio e delle tradizioni venatorie. Si tratta di valori razionali, certo, ma anche spirituali.
La caccia di selezione è, a mio parere, la forma venatoria etica per eccellenza. Da attività predatoria e “rapace” trasforma il prelievo in gestione della fauna e del territorio, un’attività che gratifica il cacciatore ma di cui beneficia anche il più inconsapevole tra gli ambientalisti.
La caccia, secondo una tradizione mitteleuropea che condivido, non è sport né hobby ma un rito da celebrare nel bosco. Non è un vuoto contenitore di tradizioni pittoresche ma un cerimoniale che pretende il sacrificio della preda. C’è chi lo celebra con un saluto, chi rendendo onore alla spoglia, chi rendendo grazie per un dono ricevuto. Qualunque sia il trofeo, questo ha una storia da raccontare, quella del selvatico e la nostra, di cacciatori.
In questo numero parliamo in più occasioni di tiro a lunga distanza. È un argomento controverso che difficilmente metterà tutti d’accordo. Chi ha letto questa rivista con regolarità sa che ci siamo espressi in più occasioni contro tiri improbabili, da cecchinaggio, nei quali si perda la ragionevole certezza di un colpo letale. Ma chi decide quale distanza sia etica e quale no? Come scriviamo in altre pagine, lo stabilisce un insieme di condizioni estemporanee, che vanno dall’allenamento del cacciatore alle caratteristiche dell’arma e del calibro impiegato, dalle condizioni meteorologiche alla conoscenza del terreno di caccia. Condizioni soggettive. Di oggettivo c’è solo l’esigenza primaria di un abbattimento pulito che dia dignità a preda e cacciatore.

Matteo Brogi, editoriale Cacciare a Palla settembre 2015

 

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Category: Libri/Riviste

Comments (1)

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  1. Mario Bartoccini scrive:

    Egregio editorialista,
    mi comprime l’idea che la caccia di selezione sia attività venatoria di configurazione “nobile”.

    E penso subito alla beccaccia, alla starna, al rigogolo, alla lepre, al beccaccino, agli animali selvatici nel loro insieme, che pretendono anch’essi di far parte dello scudo gentilizio.

    Un po’ come quel cacciatore di fagiani, beccacce, lepri, colombacci, fringuelli e via cacciando, che di autentica signorilità ne esprime davvero tanta.

    In verità, penso al gran blasone di quel cacciatore che, sapendo bene di far buona cosa, centra in pieno una delle troppe volpi, sia con la palla di piombo, sia con i “piombini”.

    Vi prego, facciamolo entrare a pieno titolo nella “casta nobiliare”, sapendo bene che pratica uno sport di gran sostegno motorio e partigiano7!

    Cordialità.

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