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Sicilia: Che ognuno reciti “mea culpa”

| 25 agosto 2014 | 1 Comment

sicilia1Non c’è minuto che le Associazioni venatorie siciliane non critichino le inadempienze di quell’’Assessorato Regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea a cui in Sicilia viene ascritta la gran parte delle competenze in materia di caccia. Confesso di ritenere sostanzialmente parziale l’analisi critica condotta da tali Associazioni che, addossando la colpa dei disagi sofferti dai cacciatori siciliani alla Pubblica Amministrazione, tentano di nascondere le loro colpe.
Evito di entrare in specifici tecnicismi che riguardano la gestione faunistica del territorio e le questioni giuridiche sollevatesi da ultimo con il ricorso di Legambiente avverso il Calendario Venatorio 2014/15, per svolgere una disamina di carattere generale onde comprendere il perché in una Regione come la Sicilia, governata da una classe politica che da sempre e’ stata vicina alle istanze dei cacciatori, partendo, nel passato ormai remoto, da calendari venatori assolutamente soddisfacenti, si è arrivati alla nuova stagione con un calendario venatorio in più punti penalizzante, vuoi in termini di periodi di caccia, vuoi in termini di territorio cacciabile, vuoi in termini di specie cacciabili. Solo conoscendo tali motivi credo sia possibile tracciare un percorso di rinascita del settore. Quali sono ? Un intreccio di gravi responsabilità. Ve le elenco.

- La prima e più grave responsabilità ricade sui cacciatori. A differenza dei cacciatori di altre Regioni molto attivi nella faticosa opera di gestione del territorio, in noi siciliani e’ incorporata l’idea che pagando la polizza assicurativa comprensiva della quota associativa tutti i compiti e le responsabilità in tema di caccia finiscono con l’essere devolute alle Associazioni. Quando queste non ottengono i risultati sperati la frase che si sente pronunciare è sempre la stessa: “ci nteressunu sulu i tessiri” (alle Associazioni interessa solo fare le polizze). Altra formula che ogni anno ad agosto sento ripetere nelle armerie e anche questa sempre la stessa e’: “quannu si apri avannu a caccia ?” (quando si apre quest’anno la caccia ?). Sia chiaro che così continuando, non si va da nessuna parte. I rimedi, oltre ad un indispensabile attivismo personale, li espongo immediatamente: pretendere che le Associazioni non solo si dotino di statuti democratici, ma che li applichino attraverso regolari e trasparenti elezioni periodiche dei loro rappresentanti, svolte non solo formalmente ma anche sostanzialmente, condotte in tutte le sedi: comunali, provinciali, regionale.
Risulta, infatti, assolutamente contraddittorio che da un lato ci si lamenti dei risultati di tali Enti, e dall’altro non si faccia nulla per sostituirne quella classe dirigente che si ritiene incapace; pretendere di conoscere dettagliatamente e a ogni livello il bilancio della propria Associazione, comprensivo non solo delle spese e delle entrate derivanti dalle quote associative, ma anche degli eventuali contributi pubblici incamerati. Ciò non certo per mettere in dubbio l’onestà di detta classe dirigente, almeno fino a prova contraria, ma solo perché attraverso tale strumento sarà possibile chiedere spiegazioni e rendersi esattamente conto dell’attività dell’Ente.

- La seconda responsabilità ricade sulle Associazioni venatorie siciliane. A ben guardare di colpe le Associazioni ne hanno diverse, due in particolare. La prima, comune a tutte le Associazioni a livello nazionale, è stata l’incapacità di fondersi in un unico Ente, o quanto meno di unirsi in una grande Confederazione, isolando magari quei soggetti inclini solo a denunciare, criticare e denigrare l’operato altrui. Il peso politico sarebbe stato indubbiamente maggiore.
Come si spiega ciò ? Evidentemente ognuna di esse è divenuta portatrice di interessi ulteriori, e tra loro confliggenti, rispetto all’esclusivo interesse di tutela del cacciatore. L’altra colpa risiede nel maniacale protagonismo di molti vertici associativi nel colloquiare con le Istituzioni.
L’effetto è stato quello di trasformare persone rispettabilissime e certamente dotte nelle loro scienze, ma, a parte qualche eccezione, assolutamente incompetenti nelle tre fondamentali materie in cui si incardina oggi la caccia: diritto, biologia, agronomia. Ciò è stato devastante sol perché l’Amministrazione, in assenza di un professionale controllo delle Associazioni stesse, ha posto in essere, per decenni, macroscopici errori che solo da un anno incominciano ad essere denunciati (l’errato calcolo della superficie agro silvo pastorale destinata a protezione ne e’ solo un esempio).

- La terza responsabilità cade sull’Amministrazione. L’abrogazione del vecchio T.U. del 1939 e il passaggio alla L. 157/92 attraverso la L. 968/1977, l’assurgere della fauna selvatica da “res nullius” a “patrimonio indisponibile” dello Stato, il suo riconoscimento quale “bene ambientale” costituzionalmente tutelato, l’intervento di Accordi internazionali e Direttive comunitarie a volte mal introdotte nel nostro ordinamento, i continui aggiustamenti della Corte di Giustizia da un lato e della Corte costituzionale dall’altro, la parziale trasformazione del sistema sanzionatorio originariamente amministrativo in penale, l’intervento del T.U. sull’ambiente, le continue pronunce dei Tribunali amministrativi hanno fatto sì che svolgere funzioni all’interno dell’Amministrazione nella “materia caccia” richiedesse competenze a livello professionale di diritto comunitario, internazionale, costituzionale, amministrativo, penale, civile, processuale. Pretendere che tali funzioni potessero essere svolte da figure professionali che nulla hanno in comune con la materie appena citate, significa pretendere l’impossibile.
Altro grave errore dell’Amministrazione è stato, ed è, quello di non aver ancora costituito e reso funzionanti i Comitati di Gestione degli Ambiti Territoriali di Caccia. Ciò avrebbe avuto l’effetto di scrollarsi di dosso la responsabilità della gestione faunistica del territorio: gestione che, almeno con i mezzi di cui fin oggi è dotata, non può svolgere.
Quali le conseguenze di ciò ? La deresponsabilizzazione delle Associazioni innanzi ai loro iscritti, e l’abbandono del territorio a se stesso.

- infine la Politica. E’ indubbio che l’Assemblea Regionale Siciliana, a prescindere dalle diverse legislature che si sono succedute nel tempo, è sempre stata vicina al mondo di Diana. Che rimproveri muoverle ? Sicuramente tre: interventi di riparazione, anziché una organica revisione della L.R. 33/97 ormai obsoleta soprattutto per ciò che riguarda la regolamentazione delle competenze in seno ai procedimenti di Valutazione d’Incidenza e di Valutazione Ambientale Strategica dei Piani faunistici; non essersi resa conto della frattura che si e’ consumata tra quasi tutte le Associazioni venatorie ed i cacciatori, quindi della necessita’ di rivedere le regole di rappresentanza; non essersi resa conto che solo in presenza di un’Amministrazione retta in tutte le sue articolazioni da funzionari competenti l’iniziativa politica può trovare luce. Sul punto si noti che il cacciatore comune non distingue l’Amministrazione dalla Politica e, dunque, alla Politica imputata tutte le colpe dell’Amministrazione stessa.

L’analisi di cui sopra non vuole essere un’accusa nei confronti dei soggetti pubblici e privati coinvolti nelle problematiche inerenti l’attività venatoria, essa è una critica che nell’intenzione di chi scrive vuole essere positiva, nel senso che mira affinché tutti coloro i quali, per un motivo o l’altro, girano nell’orbita della materia “caccia” possano interrogarsi sui punti sopra trattati e assumere una posizione per arginare le criticità del “sistema”.

Viagrande, il 25 agosto 2014
Dott. Giovanni Di Giunta

P.s.. Si tratta di un articolo scritto tempo addietro e adattato alle problematiche odierne.

 

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Category: Sicilia

Comments (1)

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  1. Peter scrive:

    Tutto giusto, tutto vero, non fa una virgola; ma dico che con i chiari di luna attuali “campa cavallo”.

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