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Editoriale: dipende esclusivamente da noi

| 1 agosto 2014 | 0 Comments

I piaceri delle cacce collettive

SDC_AGO_2014I due fischi senza praticamente soluzione di continuità mi colgono quasi impreparato: ero perso nei miei pensieri, ammirando questa aurora dicembrina, con un’aria tersa e cristallina (non così comune in risaia); il doppio fischio vuole dire che Marco, che è in “baracca”, l’appostamento più grande, da dove dirige il gioco (volantini, colombi eccetera), ha visto qualcosa in aria. Immagino che anche Narciso (andiamo a caccia insieme da una decina d’anni solo agli acquatici e praticamente solo in questa nostra “tesa”, spersa negli immensi campi di riso del Vercellese) abbia capito e sia pronto, ma si tratta di un dubbio che non dovrebbe nemmeno sfiorarmi: in questa caccia è stato lui il mio maestro. Una folata di ali sulla mia testa: quattro germani quasi mi spettinano, ma, pur se i quattro vivi in acqua “stringono” come delle matte, i germani in aria non marcano per nulla il gioco. Potrei staccarne un paio, ma taglierei fuori i miei due amici e poi tirare nel sedere delle anatre non si fa. Ancora il fischio di Marco; gli uccelli entrano nella “pista di atterraggio del gioco”. Lui ne tira due, quelle al centro, e quelle ai lati girano ognuna dalla propria parte, passando una sopra di me e una sopra Narci. Due battute veloci sulla botta di culo e poi di nuovo zitti ad aspettare l’alba.
Quanti di questi aneddoti potrei raccontare, quante acerrime discussioni quando, per un motivo o per un altro, gli uccelli bianchi andavano via magari senza aver preso una fucilata, perché l’invitato di turno tirava a una gallinella buttando via magari un ciuffo di alzavole che stava entrando: ma non si trattava dell’ingordigia di ammazzarne di più, piuttosto del fare le cose per bene, rispettando le regole, i tempi, ma più che altro rispettandoci reciprocamente.
Poi arrivavano le allodole e la stoppia di riso dietro alla baracca veniva tagliata a zero con un decespugliatore per evitare di perdere uccelli abbattuti.
Ma il momento migliore corrispondevano ai primi freddi di novembre, quando le perturbazioni del Nord Europa portavano nelle rotte di migrazione tutte le mezzane (codoni, fischioni, canapiglie, qualche moriglione eccetera) e con esse i beccaccini. Dopo aver “fatto” l’alba (un po’ più lunga del solito), si partiva con un panino in tasca ad andare a “toccare” tutte le imboccature buone, i campi più bassi (vivaddio non esistevano ancora le rasature fatte al laser), che in qualche solco delle ruote della trebbia trattenevano l’acqua e con essa la speranza di uno “sgnep!!” beffardo, che scaricava nelle tue vene fiotti di adrenalina. Sette, otto ore di risaia tagliata e umida ti spezzano le gambe, ma allora rappresentavano solo una fantastica passione.
Se per caso si alzava una lepre o un fagiano lo si marcava bene e quando si andava a mangiare un boccone in paese si andava dall’amico lepraiolo o dal codaiolo incallito per dargli la marca. Ed era un piacere, nel pomeriggio, sentire la canizza provenire dalla direzione giusta e dopo un tempo più o meno lungo, la fucilata che concludeva il tutto.
Era ben difficile che, quando si arrivava alle auto, a buio, con i sacchi dei richiami e le cassette dei volantini, non ci fosse una bottiglia di rosso sul sedile di ogni macchina. Ragazzi, non sto raccontando un mondo antico!
L’ho vissuto io dagli anni Ottanta ai Novanta, poi… poi non sono in grado di capire cosa sia accaduto. Sempre più divisioni, sia politiche sia di differente passione venatoria, sotto la spinta delle associazioni venatorie interessate solo alle loro tessere (Divide et impera!). Non è difficile tornare indietro (certo, con gli agricoltori dalla nostra), non facciamoci prendere in giro! Cerchiamo, per la nostra stessa sopravvivenza, di mettere da parte gli egoismi, i settarismi, i “noi andando a caccia offriamo un servizio civile a costo zero… dovrebbero pagarci!” Non siamo obbligati a “guardare a nord, oltre confine” per riuscire, prima cosa, a mettere insieme una legge adatta ai tempi e al territorio (aggiungerei anche ai pregi e difetti della popolazione italica) e in secondo luogo a ritrovarci, ad andare a scambiare due parole con il cacciatore che troviamo nel bosco (anziché scappare via maledicendolo).
I cambiamenti importanti, quelli che riguardano modi, specie, numeri e calendari nascono certamente dalle leggi, ma il senso di appartenenza, il piacere di riconoscerci come uomini che hanno una passione devastante in comune e di conseguenza rispettarci non dipende certo dalle leggi: dipende esclusivamente da noi!

M.C. di Danilo Liboi & C., editoriale Sentieri di Caccia agosto 2014

 

 

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Category: Generale, Libri/Riviste

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