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Editoriale: Il dolce sapore della sfida

| 30 maggio 2014 | 0 Comments

CAP-2014-06Il dolce sapore della sfida

Qual è, in fondo, il motivo che ci fa alzare alle ore più impensate, a faticare arrancando al buio su sentieri che sono sempre terribilmente “dritti” per entrare nel mondo dei signori delle rocce, i mitici camosci; per quale motivo rimaniamo ore ed ore in attesa su un Hochsitz a farci massacrare dagli insetti ematofagi d’estate e a battere i denti nel periodo invernale, cos’è che ci irrora il sangue con fiotti di adrenalina quando avvistiamo l’animale giusto e il cervello corre ai mille all’ora per trovare i gesti approppriati da compiere per concludere con successo l’azione.
Tutte queste straordinarie sensazioni derivano ovviamente da una passione sfrenata, ma anche e soprattutto dal dolce sapore della sfida. Ma non confondiamoci: non la sfida con l’animale; seppur sia piacevole aver vinto la naturale diffidenza del selvatico che “gioca in casa”, la vera sfida che ogni volta ci attende è quella con noi stessi, con le nostre capacità o incapacità.
Essere in grado di riconoscere in un branco di camosci la capra giusta, così come tirare a un capriolo di classe zero femmina a febbraio (e la lista degli esempi potrebbe allungarsi all’infinito) è una sfida continua con le nostre conoscenze, derivanti certamente anche dalla bravura degli insegnanti che abbiamo trovato nei vari corsi, ma più che tutto dalla nostra sensibiltà, dal grado di integrazione cui siamo riusciti ad arrivare come predatori in una natura sicuramente alleata con gli animali che ospita.
Quelli che a volte io definisco codici di accesso, altro non vuol dire che attivare tutti i sensi e iniziare a guardare il bosco con occhi nuovi. La traccia di un capriolo o di un cinghiale, l’odore acre della passata di un maschio di cervo in calore e mille altri piccoli particolari devono, con l’esperienza, essere conosciuti e valutati, perché non c’è niente di più bello che muoversi nella natura come un vero predatore e non solo come un esecutore di animali incontrati per caso.
Per questo motivo avete iniziato a vedere su Cacciare a Palla alcuni articoli di caccia con l’arco e ne vedrete altri di caccia con armi ad avancarica. Entrambe le tipologie di caccia richiedono conoscenza assoluta del territorio in cui ci si muove, nonché l’abilità (nel mondo della caccia a palla appiattita dalla tecnologia) di arrivare o di farsi arrivare vicino, molto vicino, l’animale desiderato.
E stiamo parlando di ore di attesa, passate ad ascoltare il vento e i piccoli rumori del bosco, riuscendo così a farsi un quadro mentale di che animali abbiamo intorno e dove sono, naturalmente senza vederli… Intendiamoci, per me la caccia a palla vuole dire bolt action, zaino, scarponi e su a vedermela con le sorprese che la montagna ci regala a piene mani, ma riesco a comprendere perfettamente l’emozione che può derivare dall’avere l’animale giusto nei 20/25 metri e scoccare una freccia risolutiva.
Mi si potrà obiettare che anche nel campo dell’arcieria e in quello dei fucili ad avancarica la tecnologia ha fatto passi da gigante. Sicuramente è vero, tanto che negli States, dove l’apertura alla grossa selvaggina è differenziata: prima gli arcieri, quindi i cacciatori con armi a polvere nera e infine tutti gli altri, le armi ad avancarica accuratizzate hanno ormai la precisione e la gittata di una bolt, e il “giochino” viene attuato solo per iniziare prima la stagione…
Ma ognuno di noi deve fare i conti con se stesso… Una verità è quella che si racconta ai compagni di caccia o al bar, ben altra è quella che conosciamo perfettamente, perché l’abbiamo vista evolversi sotto i nostri occhi: ed è questa la vera sfida con le nostre capacità, in grado di riempirti la bocca di un dolce e particolare aroma, o di farti capire che devi ancora accumulare esperienza e di lavorare per la tua formazione prima di poter entrare nella lista dei predatori.

M.C. di Danilo Liboi & C., editoriale Cacciare a Palla giugno 2014

 

 

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Category: Libri/Riviste

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