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Editoriale: How old are you?

| 29 aprile 2014 | 0 Comments

CAP_05_2014Il branco di pronghorn sta pascolando all’inizio di una pianura infinita, un po’ troppo vicino a un agglomerato di rocce alto una decina di metri, dietro al quale, dopo una mezz’oretta di silenzioso avvicinamento, un cacciatore e il suo accompagnatore stanno valutando la composizione del branco. Lo spotting scope è puntato sul maschio dominante (siamo nel pieno del periodo degli amori), che continua a passare da una femmina all’altra per cercare nell’aria quel delizioso profumo di feromoni che confermerebbe la disponibilità sessuale della femmina. Il maschio è un ottimo esemplare: probabilmente 7-8 anni, con un trofeo non molto alto, ma molto spesso e ben aperto.
Cacciatore e accompagnatore parlottano sottovoce, sfruttando il vento che è totalmente a loro favore; decidono che il maschio è un animale prelevabile e il cacciatore, da tempo perfettamente piazzato, con un’emozione tangibile, ma non evidenziata da tremolii delle mani o da una perdita di lucidità, si prepara a tirare. Dal canto suo il buck non fa nulla, ma proprio nulla per rendere la vita facile al cacciatore.
Si sta giocando l’eterno rito della vita e della morte e pur non avendo intuito assolutamente nulla, il maschio è in continuo movimento: quasi sempre coperto da altri animali, le poche volte che si presenta pulito è sempre in rapido spostamento, nello sforzo di continuare a tenere unito il branco. L’accompagnatore consiglia giustamente al cacciatore di allentare la tensione di schiena e collo e di staccare l’occhio dalla lente della carabina: questa posizione mantenuta per troppo tempo potrebbe essere estremamente negativa al momento di concludere.
Passano i minuti, che diventano presto frazioni di ora, ma la situazione di stallo continua. Il problema è che fra poco il sole arriverà a lambire la zona e inevitabilmente il branco si allontanerà per coricarsi al centro della grande pianura, diventando irraggiungibile.
Finalmente la svolta: un altro maschio spunta dal crinale che chiude a sinistra la conca, fissando il gruppetto di femmine. È più vecchio e porta un trofeo decisamente migliore rispetto al padrone di branco; un lieve spostamento del cacciatore e ora il reticolo è puntato sul nuovo arrivato, che purtroppo è ancora troppo lontano (circa 400 yard).
L’accompagnatore tranquillizza il cacciatore: sicuramente si avvicinerà per misurarsi con il padrone di branco, entrando nel cerchio delle 250 yard, distanza ritenuta possibile dall’accompagnatore per le capacità di chi dovrà tirare (cacciatore che l’accompagnatore conosce benissimo, come fosse uno di famiglia…). La situazione precipita, il grosso pronghorn viene giù di corsa cercando baruffa, entra nel cerchio delle 250 e si ferma qualche frazione di secondo.
Lo scatto diretto della Remington calibro 243 Winchester non fa nessun rumore e un secondo dopo il maschio crolla sulla sua ombra, fulminato dalla monolitica da 100 grani.
Il cacciatore si alza dalla scomoda posizione, con le mani che tremano scaricando l’adrenalina accumulata si sistema un po’ i lunghi capelli biondi, poi si lancia al collo dell’accompagnatore, ringraziandolo con un lungo abbraccio e con un sonoro “Thank you daddy!”

Questa scena di caccia, perfetta sotto tutti gli aspetti, si è svolta in Montana e il cacciatore è la figlia dodicenne del rassicurante accompagnatore (suo padre). In Montana, così come in molti altri States, l’età minima per poter andare legalmente a caccia è a cavallo dei 12 (dodici…) anni, ovviamente accompagnati da un mentore.
Quando il “povero” Franco Orsi accennò, nella sua proposta di modifica della 157 (discutibile sotto diversi aspetti, ma non siamo qui per entrare nell’argomento), inserì la sacrosanta possibilità di ricominciare ad andare a caccia a 16 anni (accompagnati e senza la possibilità di portarsi a casa il fucile, che avrebbe dovuto essere consegnato da uno dei due mentori segnalati ufficialmente al cacciatore direttamente sul terreno di caccia), ci fu una levata di scudi inaspettata da parte dei “ben pensanti italiani”. “Che orrore armare i bambini!!!” La cosa strana (ma nemmeno poi tanto) è che anche molte associazioni venatorie hanno seguito quest’onda e, rinnegando la propria genesi, pur di stare “sull’onda” della popolarità, si dimostrarono persino indignate per questa proposta scandalosa.
Vero è che, se un ragazzino è cresciuto in un brodo venatorio-culturale di pessima qualità, avremo un probabile cacciatore scorretto in più, ma possiamo condannare le intenzioni? Penso proprio di no.
Portiamo fuori con noi i nostri ragazzi e se loro non dimostreranno nessun interesse alla caccia, portiamo il figlio dell’amico, della vicina di casa… insegnamoli le meraviglie di un’attività passionale che si perde nella notte dei tempi, gravida di emozioni e sensazioni uniche. Questa è una delle poche strade per avvicinare i giovani alla caccia: farli andare a caccia! In questo momento l’età media dei cacciatori supera di poco i sessant’anni.
Se non iniziamo, lavorando nel nostro piccolo con i ragazzi che conosciamo e se non collaboriamo alle ottime iniziative di entrare nelle scuole in punta di piedi, fra trent’anni è probabile che di caccia non se ne parlerà più.

M.D. di Danilo Liboi & C., editoriale Cacciare a Palla maggio 2014

 

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Category: Libri/Riviste

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