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Cinghiale: come suddividere il territorio tra le squadre

| 24 marzo 2014 | 1 Comment

Caccia al cinghiale: come suddividere il territorio tra le squadre
Mazzoni della Stella

C’è chi sostiene, e non sono pochi, che sia proprio l’assegnazione del territorio alle squadre la fonte di ogni guaio. Secondo questo punto di vista, la concorrenza tra le squadre per i territori di caccia sarebbe l’indispensabile strumento per realizzare un efficace controllo di questo selvatico. Le squadre, dovendo andare ogni giorno a conquistare un territorio dove mettere caccia, spinte a prelevare il maggior numero possibile di cinghiali per non lasciarli alle altre squadre che possono successivamente utilizzare lo stesso territorio, finirebbero per realizzare un effettivo controllo della specie.

SDC_2014_02Caccia “libera”
Ma è proprio vero? Proviamo a ragionare un po’. Innanzitutto, sgombriamo il campo da fraintendimenti gestionali. La tendenza del cinghiale ad alimentarsi a carico delle colture agricole non risiede nel fatto che questo animale gradisca più le colture agricole dei tradizionali componenti la sua dieta naturale, in primo luogo ghiande e castagne. Risiede, in realtà, nel fatto che c’è un periodo dell’anno nel quale la minore disponibilità di ghiande e castagne induce i cinghiali a rivolgersi ad altre fonti di alimentazione. Allora il problema sta esattamente nella minore o maggiore presenza di colture agricole all’interno o in prossimità del bosco. Detto in altre parole, è l’estensione del bosco che fa la differenza. Dove ci sono grandi superfici di bosco i cinghiali non possono fare alcun danno. Dove, viceversa, il bosco è frammezzato ai coltivi o a ridosso di questi, le probabilità che la specie possa arrecare danni alle colture agricole aumentano in modo esponenziale. Quindi, in ultima analisi, la differenza la fa il grado di vocazione del territorio nei confronti del cinghiale. Il problema non è il cinghiale, il problema sono coloro, istituzioni e cacciatori, che pretendono di mantenerne la presenza di questa specie dove essa non dovrebbe stare, perché ha un costo economico e sociale intollerabile. Come qualcuno ha già avuto modo di dire “non si possono mantenere i carnieri a spese dei granai”. Sgomberato il campo dall’equivoco sulla vocazione del territorio, parliamo del cinghiale nelle aree autenticamente vocate per questa specie, ovvero nei grandi boschi: laddove la caccia al cinghiale è una risorsa e non una calamità. Il problema non è dunque l’assenza di competizione tra le squadre, bensì l’incapacità di pianificare in modo razionale la presenza del cinghiale sul territorio.

Come ripartire il territorio vocato
La caccia al cinghiale, così come si è storicamente affermata a partire dalla cosiddetta “cacciarella maremmana”, ovvero la “braccata” (la caccia in battuta con l’impiego di cani da seguita), risulta particolarmente vantaggiosa se esercitata intorno a quelli che in gergo venatorio sono definiti “serbatoi”, cioè aree protette nelle quali i cinghiali possono trovare rifugio dalla caccia stessa. Questi “serbatoi” altro non sono che aree demaniali un tempo costituite in bandite di caccia e successivamente trasformate in parchi, riserve naturali, oasi ecc. Il termine boschi, poi, dal punto di vista della caccia al cinghiale, vuol dire poco: ci sono boschi e boschi. La qualità del bosco, sotto il profilo venatorio, è essenzialmente testimoniata dal numero di cinghiali in esso abbattuti nell’arco di molti anni. È questo, e non altri, il parametro più attendibile che può fornire una precisa indicazione circa la produttività venatoria di un determinato tipo di bosco. E allora, venendo alla domanda iniziale: come ripartire il territorio vocato al cinghiale tra i vari distretti di gestione e, all’interno di quest’ultimi, tra le diverse squadre di caccia? Come rendere uno stesso territorio di caccia più produttivo sotto il profilo venatorio? Come eliminare la conflittualità tra le squadre?

Catalogare le aree di battuta
Un buon metodo per ripartire il territorio tra le varie squadre, a suo tempo (tra la fine degli anni Ottanta e la metà dei successivi Novanta) positivamente sperimentato nell’Area a Regolamento Specifico di Monticiano (Siena), consiste nel catalogare tutte le aree di battuta a prescindere dalle loro caratteristiche e misurare su pianta 1:25000 o 1:10.000 la superficie di ciascuna. Una volta predisposto l’elenco completo delle aree di battuta e quindi conosciuta la loro superficie complessiva, è possibile passare alla loro classificazione qualitativa. Un parametro di fondamentale importanza è quello relativo alla lunghezza, in chilometri lineari, del confine tra le singole aree di battuta e l’area protetta, il “serbatoio”. È del tutto evidente che quanto più è estesa l’interfaccia tra area di caccia e l’area protetta, tanto maggiore sarà il punteggio qualitativo che dovremo assegnare alla medesima area di battuta. Questo per il semplice motivo che quanto più esteso è questo confine, tanto maggiore è la possibilità di rinvenirvi all’interno i cinghiali. Stesso parametro si può assegnare alla distanza lineare che separa la singola area di battuta dal confine dell’area protetta. In questo caso quanto minore è questa distanza, tanto maggiore sarà la possibilità di trovarvi i cinghiali, e viceversa. Infine, il parametro fondamentale sarà l’entità del carniere che storicamente si è realizzato mediamente in quell’area negli anni precedenti. Anche in questo caso a ciascuna area di caccia sarà dato un punteggio proporzionale al numero dei cinghiali in essa abbattuti negli anni precedenti.

Assegnazione dei territori alle squadre
Una volta calcolata la superficie totale delle aree di battuta e classificate secondo identici criteri di punteggio, potremo passare a un’equa ripartizione del territorio tra le varie squadre, tenendo altresì in conto la loro consistenza numerica. Questa ripartizione deve essere tale da assegnare alle diverse squadre, tenuto conto delle diverse consistenze numeriche, territori di proporzionate potenzialità venatorie, in modo tale che tutte, in via di principio, possano realizzare annualmente in proporzione alla loro forza carnieri di equivalente consistenza. Ugualmente dovrà essere posta la massima attenzione circa i tempi di rotazione tra le diverse aree di caccia, ovvero il tempo di riposo che ogni squadra potrà concedere a ciascuna area di battuta. Quanto maggiore sarà questo tempo di riposo tanto più consistente potrà essere il carniere che la squadra potrà realizzare in ciascuna battuta di caccia. L’assenza di disturbo venatorio, infatti, è un elemento di importanza strategica per consentire ai cinghiali di uscire dall’area protetta e portarsi nelle aree di caccia. Quindi meglio squadre numericamente consistenti con ampie aree di caccia, che piccole squadre con territori di caccia poco estesi.

Foraggiamento e parata
Una fonte di perenne conflitto tra le squadre è quella di farsi una spietata concorrenza nel cercare di attirare i cinghiali fuori delle aree protette e nel trattenerli nelle aree di battuta. In altre parole, si tratta di affrontare i non semplici problemi del foraggiamento e della cosiddetta parata. I cinghiali sanno per esperienza che nelle aree di caccia si muore e quindi sono restii ad abbandonare l’area protetta, così come, per lo stesso motivo, una volta portatisi nelle aree di caccia, cercano di rientrare nell’area protetta prima che abbia inizio la battuta di caccia. Il mais in grani, pur esercitando sui cinghiali un’attrazione inferiore a quella esercitata dalle ghiande e dalle castagne, ha pur sempre un forte potere attrattivo. Il foraggiamento dei cinghiali è generalmente vietato dalle pubbliche amministrazioni, in quanto ritenuto capace di indurre un aumento della produttività delle popolazioni di cinghiale. In realtà il foraggiamento condotto limitatamente alla stagione venatoria per attrarre i cinghiali fuori dalle aree protette e indirizzarli verso le aree di caccia, ha l’effetto di aumentare il prelievo venatorio e quindi di favorire il contenimento delle popolazioni di cinghiale, non certo quello di favorirne l’aumento. In generale, non c’è nessuna evidenza scientifica che il mais possa modificare la produttività di una popolazione di cinghiali, tantomeno quello somministrato durante la stagione venatoria.

Leggende rurali
La storia dei doppi parti in un anno da parte delle scrofe indotti dal foraggiamento, ad esempio, è semplicemente una leggenda rurale. In realtà l’avvistamento di piccoli in autunno e inverno non è il frutto di un doppio parto, bensì dello sfasamento dei parti dovuto al posticipato calore delle femmine giovani. Se dunque il foraggiamento durante la stagione di caccia consente un prelievo venatorio maggiore, che senso ha proibirlo per poi magari imporre gli abbattimenti in regime di autorizzazione in periodi di caccia chiusa? La pianificazione delle operazioni di foraggiamento dei cinghiali all’interno del distretto evita inoltre il conflitto tra le squadre nel tentativo di accaparrarsi disordinatamente ciascuna il maggior numero possibile di cinghiali e, ciò facendo, di contribuire paradossalmente a dissuadere i cinghiali dall’uscire dalle aree protette. Per lo stesso motivo, la proibizione della cosiddetta “parata” (condotta, sia chiaro, con mezzi leciti) è per gli stessi motivi altrettanto irrazionale. È senz’altro giustificato proibire l’impiego di sostanze chimiche inquinanti, strisce colorate, fuoco ecc., ma perché proibire anche la semplice presenza dei cacciatori nelle ore antecedenti la battuta di caccia per impedire il rientro dei cinghiali all’interno delle aree protette? Anche in questo caso è meglio consentire un incremento del prelievo venatorio durante la stagione venatoria piuttosto che ricorrere agli abbattimenti a caccia chiusa. La razionale divisione del territorio tra le squadre lascia spazio a possibili specifici accordi tra le squadre stesse per l’eventuale ricorso alla “parata”. Concludendo, la gestione del cinghiale impone di sbarazzarsi di insensati pregiudizi e guardare con realismo all’obiettivo da raggiungere, ovvero pianificare, per quanto ragionevolmente possibile, l’attività venatoria delle squadre allo scopo di incrementarne il prelievo venatorio durante la stagione di caccia per conseguire un efficace controllo delle popolazioni di cinghiale.

Mazzoni della Stella

L’articolo è stato pubblicato sul n° 2 – 2014 di Sentieri di Caccia

http://www.caffeditrice.com

 

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Category: .In Evidenza, Cinghiale, Libri/Riviste

Comments (1)

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  1. Springer scrive:

    Quanto buon senso in questo articolo…..   :wink:  

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