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I parchi del futuro

| 11 aprile 2012 | 5 Comments

L’introduzione di alcune modifiche alla legge 394/91 che regola la gestione delle aree protette ha creato una frattura nel mondo ambientalista e pareri discordi in quello venatorio: solo Legambiente saluta con favore la “ristrutturazione” della normativa.

“Nessuno immaginava un attacco dal mare!”, scherza un navigato parlamentare, commentando lo scompiglio provocato nelle file delle associazioni ambientaliste da alcune norme inserite nel ddl 1.820 che rivede e modifica la legge 394/91 sulle aree protette. In effetti, nel suo preambolo, il disegno di legge fa riferimento soprattutto alle necessità delle aree protette marine e costiere, nella cui tutela e gestione la legge del 1991 presentava non poche lacune. Tuttavia, trattandosi di una materia che raccoglie tutte le aree sottoposte a tutela, le modifiche relative alla gestione e all’introduzione di nuove figure e rinnovate linee-guida nella governance dei parchi vengono ad interessare tutto il Paese, dalle Alpi alle isole. Con immaginabili reazioni da parte delle categorie in causa.
Nella discussione sulle aree protette vi è una contrapposizione “storica” tra associazioni ambientaliste e mondo venatorio: la definizione dei confini delle zone di maggiore tutela, la creazione di aree contigue a protezione di queste ultime, la gestione della fauna invasiva direttamente o indirettamente legata ai parchi, la limitazione al semplice attraversamento in auto con attrezzi di caccia a bordo sono solo gli argomenti più ricorrenti di uno scontro durato un ventennio. Il ddl 1.820, in discussione in questi giorni al Senato, nasce nel 2009 e ha lo scopo dichiarato di aggiornare (Legambiente l’ha definita una “manutenzione” della legge!) e riempire le lacune della normativa precedente.
Nata più di 20 ani fa in un contesto politico, economico, ambientale e (va detto) emotivo assai differente, la legge 394/91 sui parchi è vista da larga parte del mondo ambientalista come un importante punto di riferimento e il corrispettivo, sul versante della tutela ambientale, della legge 157/92 sulla caccia. E, al pari di quanto avviene per la legge sulla caccia, l’inadeguatezza di alcune norme, il mutato quadro ambientale e faunistico, le lacune (e le “distrazioni”) di alcune disposizioni rendono indispensabile una rilettura critica e la riformulazione di alcune parti del dispositivo di legge.
In campo ambientalista, fatta eccezione per Legambiente, la presentazione del ddl di modifica della legge sui parchi ha sollevato reazioni furiose e scomposte, supportate soprattutto, e non a caso, dal Wwf, che tra queste associazioni è quella che più ha da perdere, abituata come è, da anni, a controllare direttamente o a influenzare significativamente la gestione di gran parte degli Enti parco. La possibilità che figure sociali presenti sul territorio, in primo luogo gli agricoltori, possano dire la loro in tema di gestione, limiti, interventi e, più in generale, vita all’interno del parco viene considerata un’inaccettabile forzatura e non il ristabilimento di una logica democratica rispetto a scelte gestionali puramente ideologiche. Da parte del mondo venatorio il termine più appropriato per descrivere le reazioni da parte della primaria associazione nazionale è freddezza, mentre sul versante delle associazioni minori si registrano persino decisi atteggiamenti di rifiuto generalizzato, tendente a considerare i parchi una reiterata truffa ai danni del mondo venatorio. Con la cautela del caso, la Fidc nazionale mostra di “seguire con attenzione” l’iter della legge sui parchi, ma molte delle sue rappresentative locali non lesinano critiche e attacchi espliciti al mondo ambientalista, accusato di penalizzare da 20 anni il mondo venatorio con gestioni arroganti e privatistiche in molti parchi.
In mezzo a questa tempesta di forze contrapposte, Legambiente lancia un invito alla concertazione e alla composizione in positivo delle critiche. Abbiamo ascoltato in merito Antonino Morabito, responsabile nazionale fauna di Legambiente, sostenitore convinto di una soluzione “concertata e il più possibile condivisa”: “Innanzitutto ricordiamo che l’asse principale delle modifiche in discussione riguarda le aree marine protette: dalla necessità di superare i ritardi per queste ultime si è arrivati ad affrontare possibili modifiche che riguardano anche le aree protette terrestri”.

Quali sono gli aspetti decisivi delle modifiche, quelli che costituiscono, di fatto, l’oggetto del contendere?
“Sono emerse negli anni alcune incongruenze da sanare nella normativa, che prevede medesimi criteri per la formazione degli Enti che hanno situazioni e vastità di territorio molto diverse tra loro e non include importanti stakeholder. Allo stesso modo l’iter per la nomina del presidente da parte del Ministero ha prodotto spesso inutili contrasti e paralisi, con dannosi commissariamenti, così come il fatto che i Consigli direttivi degli Enti parco non potessero selezionare e nominare direttamente il direttore ha causato lunghe attese e minore efficienza nei parchi per l’assenza del vertice gestionale. La proposta di modifica vorrebbe quindi migliorare e rafforzare l’efficacia della ‘governance’. Questo significa maggiore ruolo e responsabilità alle diversità rappresentate nel territorio, che si può tradurre, ad esempio, nella presenza del mondo agricolo all’interno dell’Ente parco. L’esperienza del mondo rurale è molto importante in termini culturali per la buona gestione dei parchi, e noi siamo disponibili a rinunciare ad una rappresentanza del mondo ambientalista (1 anziché 2, nda) a vantaggio di una degli agricoltori. Vi è quindi l’esigenza di una semplificazione della ‘architettura istituzionale’ dell’Ente in stretta relazione con le dimensioni territoriali e il numero di istituzioni locali coinvolte, rafforzando nel contempo le condizioni per impedire illegittime ingerenze tra indirizzo politico e responsabilità di gestione, come di recente denunciato con forza dalla Corte dei conti. Infine, ma non ultimo, urge trovare solide e stabili forme di finanziamento dei parchi, considerato che occorre prevedere efficaci compensazioni a sforzi e rinunce che sono necessarie per preservare in buono stato le risorse naturali di cui beneficia tutta la popolazione e non solo i residenti. Il mantenimento del territorio di un’area protetta comporta una gestione agro-forestale e, in generale, di utilizzo economico che deve saper rinunciare al massimo profitto immediato, e questa corretta esigenza va compensata. L’ambizione è quindi individuare come far funzionare meglio la legge, e perciò i suggerimenti di tutti sono importantissimi. Per questo abbiamo parlato di ‘manutenzione’, in quanto forte è l’apprezzamento per la legge vigente e per i principi che l’hanno ispirata. Si vogliono dare ad essa ancora maggiori opportunità di successo, con la partecipazione di altre componenti della società, come gli agricoltori. È una strada in salita, ma insieme possiamo costruire qualcosa di valore”.

Perché il Wwf si oppone alle modifiche alla legge attuale?
“Esistono diffidenze e preoccupazioni da parte del Wwf che meritano attenzione, al pari di quelle espresse da altre associazioni. Manca finora inoltre, e sarebbe sbagliato ritenerlo un paradosso, il contributo costruttivo della componente venatoria, con la Federcaccia che è “arenata” nella negazione delle politiche per le aree protette a causa del divieto di caccia e della spinta negativa di alcune associazioni venatorie che sono tout-court contro la legge 394/91 e la legge ‘sorella’, la 157/92 sulla caccia. Sbagliano quei dirigenti che fanno finta di non capire il valore della mediazione e soprattutto hanno timore nel far vedere che vi si impegnano. La società migliore ha dirigenti che, ponendo al centro interesse generale, conoscenza e legalità, sanno mediare, comporre e guidare le diverse istanze sociali. Comunque sono certo che, superato il momento di tensione, il Wwf, e non solo, tornerà a sedere al tavolo e a ragionare con noi: siamo sempre riusciti a trovare le basi per un positivo impegno comune”.

Ci sono i margini per arrivare all’approvazione del ddl entro il termine della legislatura?
“Lo spazio è abbastanza risicato: la discussione è in corso alla Commissione ambiente del Senato, poi dovrà passare in aula, quindi l’iter alla Camera ed il ritorno al Senato per l’approvazione finale. Sono possibili nuovi emendamenti, oltre a quelli già depositati. La necessità di trovare un punto d’accordo è importante: senza coesione non c’è buona gestione. La partecipazione all’indirizzo politico di altre categorie in veste di protagonisti è perciò fondamentale: quante più parti sociali condivideranno oneri ed onori, tanto più sarà possibile raggiungere un profilo alto e condiviso. Si tratta di una ‘manutenzione’ sulla linea delle migliori esperienze fatte fino ad oggi, evidenziando che l’alta qualità del contesto ambientale è un valore aggiunto per ogni attività che si svolge nelle aree protette. Dobbiamo lavorare per la buona gestione del territorio, migliorando la 394/91 alla luce delle migliori conoscenze acquisite in questi anni di vita della legge, forti della concertazione tra le parti interessate, per arrivare a scelte condivise e dare nuovo slancio ad un’efficace tutela del grande patrimonio naturale di cui l’Italia e gli italiani hanno l’onore e l’onere di essere fruitori e custodi”.
Se Legambiente rappresenta la volontà di portare a termine nella più ampia concertazione possibile le modifiche alla legge sui parchi, può essere utile citare alcuni punti chiave del decreto legge in cui si prevede che: l’ente gestore ogni 3 anni elabori uno studio per vedere se è il caso di rivedere i confini, le finalità e il regolamento; la gestione delle aree marine protette sia affidata ad un consorzio formato per il 70% da enti locali; il consorzio sia costituito da enti pubblici, istituzioni scientifiche, associazioni ambientaliste riconosciute; la sorveglianza dell’area (marina) sia di competenza della Capitaneria di porto, mentre può essere affidata alle polizie degli enti locali per il rispetto delle norme previste nel regolamento e nel decreto istitutivo; sia predisposto un piano triennale da parte del ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, dove si indicano priorità, attribuzioni economiche, obiettivi nazionali, termini di valutazione dei risultati della gestione; le risorse siano assegnate in base alle caratteristiche dimensionali dell’area protetta, ai fattori ambientali ed antropici, agli interessi socio-economici da tutelare; sia istituita una consulta all’interno di ogni ente gestore dove sono rappresentati tutti gli interessi socio-economici da parte di associazioni nazionali di categoria riconosciute; la consulta esprima un parere sul piano di gestione, sul bilancio, sul regolamento di organizzazione.
Da questi punti, nonché da una lettura attenta del ddl, si comprende come nella sostanza siamo di fronte ad un ridimensionamento della discrezionalità e della possibilità degli Enti parco di essere gli arbitri assoluti dei territori e dei denari a loro affidati. Questo, più di ogni assunto di natura ideologica, ci pare essere la vera ragione di reazioni nervose da parte di componenti del mondo ambientalista e alla base della difficoltà, espressa dal rappresentante di Legambiente, nel mettere alla stessa tavola le diverse rappresentanze.
L’esiguità dei tempi tecnici e la congiuntura sfavorevole, che relega le tematiche della gestione del territorio molto lontano dalla prima linea rappresentata dall’economia, non lasciano molto spazio all’ottimismo.

Alex Guzzi

Caccia e Tiro – Nr. 3

http://www.mondocaccia.it

 

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Category: Legambiente, WWF

Comments (5)

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  1. Giusti Giacomo scrive:

    Gli vogliono portare via il malloppo,e allora gli prendono le crisi isteriche.
    Sono troppo indulgenti con quella gente.
    Non gli va bene la riforma?
    Allora fuori dalle “00″ e avanti senza di loro.

  2. Giacomo scrive:

    Come cacciatore vorrei sapere innanzitutto : se i miei soldi delle varie tasse che pago vengono elargite in questi parchi, è bene che una volta per tutte si sappia. Come cittadino e come tutti gli altri cittadini Italiani, vorrei sapere quanto pago di tasca mia per gestire questi parchi. Una volta stabilito questo ammesso che per onestà venga alla luce e messo sul piatto della trasparenza, visto che le spese sono eccessive perche qualcuno ha parlato di 20 milioni per parco allora che si incominci a vedere quali sono i parchi istituiti per tale effettiva funzione. Quelli che sono stati fatti senza alcun criterio, che vengano riportati all’utilizzazione dei cittadini tutti per la loro esigenza di poterli praticare per ogni sport e per ogni passione, per cui si devono abolire, stabilendo che queste aree vengano interdette solo alle costruzioni cementifere e stradali ove questi danneggiano la naturalità del territorio I parchi Nazionali, ove prendono territorio a iosa che vengano ristretti e opportunamente tabellati !!! In base alla necessità effettiva, presa in considerazione scientificamente di proteggere fauna e flora per il loro mantenimento nei tempi che saranno, il resto idem con patate, renderlo libero e usufruibile a tutti. Per quanto riguarda la gestione dei parchi effettivi che resteranno si faccia in modo che ogni parco si gestisca per la maggior parte con i fondi propri che le varie amministrazioni dovranno far venire fuori spremendosi le meningi e non spremendo le tasche di chi ne ha già piene le scatole. In altre nazioni di parchi ce ne sono che si contano sulle dita di una mano !! Altrettanto si faccia in Italia. Salutiaaamo    
     
     

  3. renzo scrive:

    Gli sarò poco simpatico ma …. HA RAGIONE GIACOMO  . Bravo .  (up)

  4. andrea ciulli scrive:

    Caro Giacomo, in toscana paghiamo € 173,16 allo stato : di questi dal 2001 (governo d’alema) niente torna al territorio. poi € 75 alla regione : di questi,  mezzi rimangono alla regione e mezzi vengono mandati alla provincia che li spende in parte sul territorio. poi € 52 di atc dei quali il 35 % va per tecnici, segretarie e sede.

  5. Giannirm scrive:

    La maggiorparte dei parchi sono inseriti all’interno di zps, quindi i vincoli già esistono per tutte le attività al loro interno, non necessariamente quindi cè bisogno che un territorio sia istituito a parco per essere tutelato con tutti gli aggravi e le spese di gestione, questi soldi sarebbe meglio spenderli per il CFS e il suo potenziamente quindi il controllo e la gestione, piuttosto che al direttore e al presidente di un’ente parco o di un’associazione ambientalista.
    Il timore delle associazioni ambientaliste è che vengano meno tutti questi centri di potere chiamati parchi.

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