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Taccuino: Perche’ (non) farlo?

TACCUINO ITALIANO DELLA CACCIA, DELLA TERRA, DELL’AMBIENTE  E DELLE TRADIZIONI  -  “MOLESKINE”

In esclusiva www.ilcacciatore.com – “Il Corriere dell’Umbria” -Perugia(Italian Notebook Hunt, Earth, Environment and Nature – “Moleskine
”Exclusive “cacciatore.com the” – “The Courier of Umbria – Perugia)

N.114 del  3 Settembre 2010. Beato Ugolino da Gualdo Cattaneo (PG).

UNA POESIA DI TRILUSSA (Carlo Alberto Salustri) – ( Roma 26 Ottobre 1871 – Roma 21 Dicembre 1950).  Il taccuino “Moleskine” è  sinonimo di cultura,viaggi, memoria ed immaginazione e identità personale. La caccia si, ma anche altre cose, per noi e per tutti. Basta un solo nuovo lettore che non sia cacciatore, per poter dire: Grazie va bene così !

(A poem by Trilussa (Carlo Alberto Salustri) – Rome, October 26,1871 – December 21 1950. The Notebook “Moleskine” is synonymous with culture, travel, memory and imagination and personal identity.  The hunt, but other things for us and for one new all. Enough reader that not a hunter, to say : Thanks you o Kay! )

La Statistica

“Sai ched’è la statistica? E’ nà cosa

che serve pe fa conto in generale

de la gente che nasce, che sta male,

che more, che va in carcere e che sposa.

Ma pè me la statistica curiosa

È dove c’entra la percentuale,

pè via che, lì, la media è sempre uguale

puro co la persona bisognosa.

Me spiego: da li conti che se fanno

Seconno le statistiche d’adesso

risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra nelle spese tue,

t’entra ne la statistica lo stesso

perché  c’è un antro che ne magna due”

°°°°°°°°°

Offriamo alla lettura un  racconto che abbiamo scritto e  pubblicato sulla Rivista “Città Viva”, n.6 – Novembre- Dicembre 2000, per sfatare un luogo comune: Non è sempre vero che i cacciatori parlano e scrivono solo ed esclusivamente di caccia. Infatti questa sta morendo , perché nessuno dei responsabili riesce a capire che occorre uscire dal “recinto”,  per fare qualcosa di diverso e  per conquistare il consenso dei tanti cittadini non  cacciatori.

PERCHE’ (NON) FARLO ?
(Why’ (not)  do ?)  

Domenico è il simbolo di un’entità astratta, quasi sfuggente, etereo come se appartenesse al cielo. Non è più giovane, ma conserva ancora la fisionomia di un ragazzo. Le sue parole risuonano ogni giorno lente ed intermittenti, per lo più uguali le une alle altre. Sono periodi che si ripetono all’infinito. Una cantilena che si è armonizzata con il tempo e  con la vita delle persone. I suoi gesti, a volte, sembrano plasmarsi con le cose, che immobili, sulla piazza lo guardano. La panchina vicina alla bottega di Lamberto. La porta di legno marrone dell’antica Farmacia del povero dottor Zeno, o le vecchie scale di travertino bianco che servono per raggiungere il Municipio. Domenico cammina dondolando le spalle, e di tanto in tanto, quando ti guarda, spalanca i suoi grandi occhi, come se volesse aggiungere al suo sguardo, un qualche cosa, che assomiglia più ad una supplica che ad un ammonimento.

Dieci passi in avanti e dieci passi indietro. Le sue gambe disegnavano sempre, come in un moto perpetuo, cerchi, spirali, linee rette ed oblique. Una volta però gli capitò verso mezzogiorno, di restare da solo seduto sulla panchina. Nella piazza non c’era più un’anima e sembrò a Domenico, che anche l’orologio del Comune avesse cessato di battere. Rassicurato da tanto silenzio provò ad immaginare, per se stesso, una realtà virtuale, che gli altri fino a quel momento non gli avevano mai concesso. Sognò di cavalcare un cavallo bianco e salì con lui sopra alle nuvole.

Iniziò subito a parlare in quei luoghi con una persona, dapprima invisibile, ma che poi,di li a poco, si modellò nei suoi pensieri.

Era in realtà una donna : si chiamava Armida.

Era una donna  giovane e  lasciava trasparire con naturalezza i segni di una bellezza  dolce  ed accattivante. L’interlocutrice gli parlò dolcemente, e Domenico, lasciato il suo destriero si sedette accanto a lei. Il  cielo era azzurro e le nuvole, ammassate le une  all’altre, avevano formato una spessa coltre bianca dando la sensazione a Domenico, che chissà per quale sortilegio, lui non fosse più un’abitante di questa terra. Lassù il sogno più desiderato della sua vita, gli appariva a portata di mano. Infatti quella donna vestita di bianco, lo prese per mano e lo accompagnò in luoghi sino ad allora a lui sconosciuti. Tre posti del cielo: un teatro, un ippodromo e una grande sala da ballo. Il teatro non aveva ne un palcoscenico ne un pavimento, non vi erano poltrone ne palchi. Le sue proporzioni potevano essere, allo stesso tempo, ristrette od immense. Era l’immaginazione che aiutava a disegnare i confini e gli spazi. Domenico assistette con la sua accompagnatrice ad una rappresentazione teatrale, in cui ognuno, in ogni momento, poteva esserne protagonista. Armida interpretò la parte della signora Ponza nella Commedia “Così è (se vi pare)”, di Luigi Pirandello. Del resto non era proprio lei “nessuno”? O meglio:  “Io sono colei che mi si crede”?

Tra se e se Domenico pensò che anche lui, sulla terra, aveva provato più volte, senza riuscirci, di chiedere agli altri di “credere” che in fondo lui stesso poteva essere capace, seppure per un attimo di apparire diverso da quello che tutti credevano che fosse.

Poi andarono in un ippodromo. Non c’erano ne cavalli ne fantini, e nemmeno il pubblico elegante, Le piste erano di colore azzurro e gli alberi ai lati con le foglie rosse, sembravano proprio che volessero inchinarsi al loro passaggio.

Nella sala da ballo, Domenico, vestito con un abito elegante, danzò a lungo con la sua compagna. Lei quella sera aveva annodato i capelli biondi dietro alla nuca. Indossava un tailleur rosso scarlatto con i bottoni di madreperla e vi aveva racchiuso con forza le proprie ali. Calzava un paio di scarpe rosse con i tacchi alti e con delle guarnizioni azzurre. Portava sul collo tre catenine d’oro con due ciondoli ed una Croce. Era prorompente e pudica. Nel momento in cui Domenico ballava con Armida sentì il suo cuore ribollire di passione. Avrebbe voluto parlare a quella donna, raccontarle una storia o abbozzare per intero un periodo. Ma non poteva farlo, perché lei era qualcosa di astratto e di assoluto, un desiderio condizionato dai vincoli che si era liberamente procurata. Le aveva dato quasi tutto quello che aveva :  una girandola di sacrifici,  di affetti, di attenzioni e di premure.  Dentro di se provava una rabbia, ed un dolore, rispetto alle poche e rare attenzioni  che aveva ricevuto.

L’orologio del Comune riprese a battere ed il sogno di Domenico si dissolse in quell’afa di meta agosto.

Nei giorni e nei mesi che seguirono, Domenico tentò invano di salire ancora lassù, oltre le nuvole bianche. Si domandava perché non era per lui più possibile assaporare quel sogno. S’interrogava sconsolato per capire quale fosse l’ostacolo che impediva il ripetersi  di un’esperienza così sublime. Per tre o quattro anni si sedette di tanto in tanto, e sempre alla stessa ora sulla panchina di legno e di ferro.

Un giorno, come per un miracolo, ebbe la fortuna di sintonizzarsi dalla terra, di nuovo, con la mente di Armida. E si parlarono.

Con uno di quei piccoli velivoli dove l’uomo vola con le braccia aperte, come se fosse crocefisso, Domenico riuscì ancora una volta a salire sul cielo per parlarle. La supplicò con forza. Le raccontò della sua vita sbiadita e delle occasioni ormai perdute. Fu al tempo stesso, deciso e suadente, e non le fece mistero, che alla nascita di quel sentimento che si chiama “amore”, lei aveva contribuito in gran parte. E non era in alcun modo una sentimento “artificiale”.

Presto verrò sulla terra, disse Armida a Domenico. Scenderò giù con le mie “ali”.

La neve avvolse Domenico e il suo piccolo velivolo. Egli vagò per alcune ore senza una meta.

Nessuno sa, se lei l’ingannò o scese giù dalle nuvole.

Tanto tempo è trascorso da allora. Domenico non si accorge più di quanto gli accade intorno. Si avvicina ogni tanto davanti al bar, alle persone che parlano o giocano a carte. Rivolge loro un breve saluto, e subito si allontana disincantato e dondolante. Loda sempre una persona che non c’è, ed ogni mattina continua a racchiudere i suoi sogni nelle scatole di cartone. E’ proprio vero che  la sua bontà ed i ricordi hanno distrutto la sua mente.

ANTONIO PINOTTI

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12 Risposte to “Taccuino: Perche’ (non) farlo?”

  1. Pasquale (nato cacciatore)
    3 settembre 2010 at 20:59 #

    Buonasera maestro Pinotti CACCIATORE Antonio, allora lei me lo fa apposta, Armida, questo nome mi riporta alla mente il mio primo amore, di bambino pre-adolescenziale, per una donna più o meno 40enne, bellissima e leggiadra, e che restava li incantato a guardarla in religioso silenzio. Quando ripenso a quei momenti, (di tanto in tanto mi sorprendo a ricordarla) lo faccio con estremo pudore, e con affetto paterno, rivolto alll’innocenza di quel bimbo innamorato.

    Un affettuoso saluto
    Pasquale

  2. Lipari Forever
    3 settembre 2010 at 21:26 #

    Un saluto al nostro caro amico e maestro Antonio Pinotti da parte di tutti gli amici di Lipari (Isole Eolie), in particolare da: Angelo, Claudio, Gesuele, Francesco e Rita. Abbiamo impararato molto da Lei, grazie per averci aiutato, venga a trovarci presto nelle nostre meravigliose isole, l’aspettiamo.

  3. Giovanni59
    3 settembre 2010 at 23:18 #

    Perchè non farlo (più spesso) ci aggiungerei io, ma anche così tra una martellata e l’altra, fa piacere leggere questi racconti. Non so se il termine “racconto” sia esatto, cambiano i luoghi, cambiano i protagonisti ma la storia, solo “a volte” si ripete. Bisogna capitarci x caso e quando ci sei dentro puoi realmente volare, ma ahimè come il personaggio di cui sopra, e come queste vicende devono x loro stessa natura finire, è finita anche questa mia personale esperienza, Artemide è passata come una meteora, ma chiunque di noi(alzando x caso gli occhi al cielo) ha visto sfrecciare una cometa, questa visione resterà indelebile nel libro dei ricordi, quel libro non scritto che ognuno ha dentro di se.
    Grazie sig. Pinotti.

  4. Antonio Pinotti
    4 settembre 2010 at 08:05 #

    Buongiorno a tutti.

    Grazie infinite sig.Pasquale e sig.Giovanni 59.

    Armida? Il riferimento è per intero al personaggio della Gerusalemme Liberata, poema epico di Torquato Tasso. Armida e Rinaldo. Clorinda e Tancredi. Una maga (Armida) bellissima che si converte e risparmia dalla morte il suo amante (Rinaldo), una donna di sani principi (Clorinda) che muore per la mano inconsapevole di chi l’ama (Tancredi).

    Sono proprio vere le parole di Pirandello “Così è (se vi pare)”.

    Una buona giornata ai lettori.

  5. Roberto Traica
    4 settembre 2010 at 08:48 #

    Buongiorno Grande Antonio, sempre forte, e poi con il dialetto romano nun ce se pò sbaja. Buona giornata . :wink:

  6. francescorm
    4 settembre 2010 at 15:35 #

    Con i tuoi racconti,di tanto in tanto lontani dai terreni problemi della caccia,ci fai riassaporare quella serenità che questa passionaccia,a cui dedichiamo anima e corpo,troppo spesso ci fa tralasciare.Ognuno di noi,chi più chi meno sensibile,ha un Domenico nell’anima che sogna e spera per le cose che non ha avuto o gli sono sfuggite.Ognuno ha un’Armida con la quale avrebbe voluto condividere l’amore sublime e il sogno di una vita insieme.L’augurio che faccio a tutti è quello di trovare l’amore e i suoi frutti,come è capitato a me e tu ne sei testimone.Un saluto affettuoso, Francesco.

    • Pasquale (nato cacciatore)
      4 settembre 2010 at 16:25 #

      Ciao Francesco, approfitto del tuo post per un chiarimanto, ovemai occorresse, forse da come ho postato i miei ricordi può lasciar adito ad un equivoco, la donna di cui parlo e mi imbambolavo nel guardarla si chiamava proprio Armida.
      Ciao, buon fine settimana e in cocca al lupo per domani se esci.
      Pasquale

      • francescorm
        4 settembre 2010 at 21:33 #

        Hai avuto più fortuna.Io ed altri l’abbiamo solo sognata e concretizzata,ma con altro nome.Grazie,lo userò il 19, non ho mai voluto fare la preapertura, e contacambio.

  7. francescorm
    4 settembre 2010 at 15:38 #

    Scusa Antonio,ti ho scritto qualcosa sull’ articolo “FIDC e CNCN si rivolgono a Zavoli”.

  8. mauro andrea giuseppe
    4 settembre 2010 at 20:50 #

    A proposito di sani principi…

    Oggi con la mia famigliola mi sono recato a Carcoforo, un bellissimo e caratteristico paese incastonato tra le montagne della Val Sesia in provincia di Vercelli.
    Dopo una bella sfacchinata sino al rifugio Boffalora, siamo andati a visitare il paesino e….. sorpresa, nella piazzetta della Chiesa, abbiamo potuto vedere un bel monumento con la scritta “A ricordo delle nostre tradizioni” il cui soggetto era un vecchio CACCIATORE..è stato un bel momento.
    Se potete visitare questo paesino andateci, il prossimo week end tornerò armato di tenda e canna da pesca, contribuendo anche se modestamente alle casse del Comune e dei suoi abitanti…se lo meritano!

    Salut MAG

    • Pasquale (nato cacciatore)
      6 settembre 2010 at 09:14 #

      Buongiorno MAG, la prossima volta che ci andrai, perchè non fai qualche scatto e attravesso Daniale, magari pubblicarle sul sito?

  9. Antonio Pinotti
    4 settembre 2010 at 22:31 #

    Signor Mauro Andrea Giuseppe :Oggi con la mia famigliola ……..ecco l’Italia che ci piace. Che belle parole!

    Si cercheremo di andarci anche noi e scriverne. Scrivere di piccole cose, di persone e luoghi minori (che sono maggiori) come sempre abbiamo fatto in tanti tantissimi anni.

    Un munumento ad un vecchio cacciatore questa si è una notizia !

    Buona notte a Lei ed ai sui cari.

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