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Foraggiamento si / no ?

| 6 giugno 2009 | 20 Comments

cervo3.jpgForaggiamento artificiale degli ungulati selvatici. Pro o contro?
Nelle aree nazionali protette l’evoluzione naturale degli ambienti e della fauna è finalità fondamentale, da difendere e tutelare.
Per questa ragione, nella maggior parte dei parchi nazionali non è realizzato alcun intervento, ne di terapia ne di foraggiamento artificiale degli animali, se non in casi limitati a singoli soggetti in difficoltà, che poi raramente possono essere reinseriti nell’ambiente naturale.
Gli interventi di foraggiamento artificiale sono, tra l’altro, assai difficili da realizzare in ambiente alpino e, anche là dove destinati a produrre fauna a fini venatori (comparti alpini e riserve di caccia), spesso sono interventi sbagliati e controproducenti.
Le ragioni di quanto sopra si trovano sia nell’esperienza di oltre 80 anni di protezione del Parco Nazionale Gran Paradiso sia nella letteratura scientifica prodotta su questo tema, che di seguito è sintetizzata.
camoscio-appenninico.jpgNonostante che la pratica di foraggiamento artificiale degli ungulati selvatici (in particolare, ma non esclusivamente in inverni particolarmente rigidi) sia abbastanza diffusa nei distretti finalizzati alla caccia sia in Europa che in Nord-America, esiste una estesa letteratura scientifica che evidenzia come questa attività, oltre ad avere generalmente un effetto molto ridotto o nullo sulla sopravvivenza invernale (con un costo economico invece elevatissimo), possa invece avere degli impatti estremamente negativi per gli animali stessi.

Specifiche sintesi bibliografiche su questo argomento sono state recentemente pubblicate da Smith (2001), Dunkley & Cattet (2003), Putman & Staines (2004) e Brown & Cooper (2006). La totalità dell’esperienze di foraggiamento artificiale si riferiscono a cervidi, spesso in situazione di semi-cattività, mentre risultano pressoché assenti in letteratura resoconti di esperienze su caprini (Camosci e Stambecchi). Le motivazioni che stanno alla base della quasi totalità delle operazioni di foraggiamento artificiale, sia in Europa che in Nord-America, sono da ricercare nel mantenimento di popolazioni ad alta densità e con determinate caratteristiche corporee (in particolare per quanto riguarda le dimensioni del “trofeo”) a fini strettamente venatori. Il foraggiamento artificiale viene in certe situazioni anche utilizzato per fini ricreativi, al fine di rendere più visibili gli animali, come attrazione turistica (Orams, 2002). Per quanto riguarda gli ungulati, questa pratica è raramente usata con finalità di conservazione.

Le esperienze passate dimostrano chiaramente che, per essere minimamente efficace, l’alimentazione supplementare deve essere iniziata molto presto nella stagione invernale, prima che la situazione climatica risulti essere tanto critica da avere effetti sulla condizione corporea degli animali (Putman & Staines, 2004). Infatti il rumine e la sua microflora batterica necessitano di un certo tempo di adattamento alla digestione del foraggio artificiale, che è molto diverso dagli alimenti ricchi in fibra e poveri dal punto di vista nutritivo che si incontrano in natura d’inverno. Inoltre la fisiologia dell’utilizzo delle riserve di grasso e proteine in inverno da parte dei ruminanti è complessa. Gli animali sopravvivono all’inverno grazie all’ utilizzo dapprima dei depositi di grasso accumulati in estate, quindi, solo successivamente, a quello delle proteine corporee.

Un aumentato catabolismo di materiale proteico nel tardo inverno, quando ormai sono terminate le riserve di grasso, porta a una riduzione della glicogenesi con conseguente comparsa di ipoglicemia e dunque chetosi. Gli ungulati arrivano ad uno stadio di “starvation” (indebolimento per fame) irreversibile molto prima della morte (Bassano & Mussa 1998) e il foraggiamento artificiale in questo stadio non è in grado di salvarli (Denholm, 1979 in Putman & Staines 2004). Inoltre i ruminanti selvatici possono morire proprio a seguito della somministrazione di alimenti altamente digeribili e poveri in fibra, ai quali non sono abituati in inverno, per l’innescarsi di fenomeni di enterotossiemia ,causati da un crollo del equilibrio acido-base, delle difese corporee e dalla proliferazione di germi intestinali solitamente non patogeni, con conseguenze spesso fatali (Wobeser and Runge, 1975 in Dunkley & Cattet; 2003)

Casi di animali che muoiono di fame nonostante abbiano a disposizione abbondante alimento supplementare sono ben documentati in casi di foraggiamento invernale (Giles & McKinney, 1968; Pearson, 1968; Denholm, 1979 in Putman & Staines 2004). Inoltre, se il foraggio supplementare non copre il 100% del fabbisogno energetico, cosa che difficilmente avviene, gli animali possono perdere peso e condizione a seguito del foraggiamento supplementare, piuttosto che migliorarli. Questa è, per esempio, una situazione comune in Scozia, dove le femmine di cervo vanno a cercare alimenti in siti di foraggiamento realizzati principalmente per i maschi, abbandonando così i quartieri ottimali di svernamento: queste femmine, e i piccoli che le accompagnano, non potendo avere accesso all’alimento per ragioni di gerarchia, soffrono di una mortalità invernale paradossalmente più alta rispetto alla situazione naturale (Putman & Staines 2004).

Risulta infatti comune che nei siti di foraggiamento artificiale, pochi maschi dominanti monopolizzano le risorse alimentari messe a disposizione, per solito molto concentrate, con il risultato di un’intensificazione delle interazioni aggressive (energeticamente dispendiose) ed una limitazione dell’uso del foraggio solo ad alcune classi di età/sesso (Wiersema, 1974; Linn, 1986, 1987; Schmidt, 1992; Seivwright, 1996 in Putman & Staines 2004). Anche i resoconti delle limitate esperienze di foraggiamento artificiale di stambecchi in difficoltà effettuate negli anni ’60 e ’70 nel Parco Nazionale Gran Paradiso, con inverni particolarmente duri, mostrano chiaramente che gli unici soggetti che usufruivano del foraggio erano i maschi adulti dominanti, che tra l’altro, per la loro forza, forse sarebbero comunque sopravvissuti.

In pratica, anche nei casi in cui si è riusciti a coprire in modo artificiale buona parte delle esigenze energetiche invernali degli animali, le evidenze di un effetto sull’aumento del peso degli ungulati adulti sono molto limitate, mentre è chiaro l’effetto negativo sugli animali più giovani. Come risultato di tutto ciò, la sopravvivenza invernale degli animali non migliora in modo significativo e, in certe condizioni, può anche ridursi, soprattutto quando le operazioni di foraggiamento vengono iniziate in inverno inoltrato, nel momento in cui si evidenziano situazioni già critiche (Putman & Staines 2004; Smith, 2001).

Vi sono inoltre evidenze ampie e ben documentate che il foraggiamento artificiale, aggregando gli animali nei siti di concentrazione degli alimenti, aumenta in maniera significativa il rischio di trasmissione di malattie, che possono anche sfociare in situazioni epidemiche. Miller et al. (2003), per esempio, dopo un’approfondita analisi, dimostrano come nel cervo americano dalla coda bianca (Odocoileus virginianus) il foraggiamento artificiale è associato ad un aumento della prevalenza della tubercolosi bovina, tanto che gli autori suggeriscono l’abolizione del foraggiamento supplementare come un’efficace misura di controllo di questa malattia negli ungulati selvatici.

Altri esempi in cui si è dimostrato l’aumento del rischio di trasmissione di malattie in ungulati selvatici a seguito del foraggiamento artificiale riguardano la chronic wasting disease (CWD) nei cervi, la brucellosi bovina nei cervi e nei bisonti nel Parco Nazionale di Yellowstone, la rogna sarcoptica in cervi e mufloni americani (Ovis canadensis) Dunkley & Cattet, 2003). Anche la trasmissione e diffusione della cheratocongiuntivite infettiva (una malattia che si trasmette anche per contatto diretto), riscontrata oltre che nel Parco Nazionale Gran Paradiso in quasi tutte le Alpi, rischierebbero di aumentare notevolmente nel caso di aggregazione artificiale degli animali in siti di foraggiamento. D’altra parte, un aumento dell’incidenza di congiuntiviti da Micoplasmi è stata, per esempio, riscontrata in diverse specie di uccelli alimentati con l’uso di mangiatoie invernali (Fischer et al., 1997; Hartup et al., 1998 in Dunkley & Cattet, 2003).

Riassumendo, le evidenze scientifiche dimostrano chiaramente che, oltre a essere generalmente un operazione con ben poco effetto sulle condizioni corporee e sulla sopravvivenza invernale degli ungulati, a meno che l’operazione non venga effettuata su vastissima scala e iniziata molto prima della comparsa di situazioni corporee critiche, l’alimentazione artificiale invernale degli ungulati selvatici comporta notevoli rischi sanitari e, addirittura, potenziali effetti negativi sulla sopravvivenza invernale degli stessi.

Questo dato di fatto, scientificamente provato, ha portato inoltre recentemente diverse Agenzie federali americane e Società faunistiche a prendere una posizione ufficiale contro il foraggiamento artificiale di fauna selvatica (vedi per esempio la posizione officiale della Wildlife Society e quella della Pennsylvania Game Commision.

Bibliografia citata

  • Bassano B. & Mussa P.P (1998). Le syndrome de sous-nutrition chez les ruminants sauvages:
  • Une synthèse bibliographique. Gibier faune sauvage 15 (3): 189-209.
  • Brown R.D. & Cooper S.M. (2006). The nutritional, ecological, and ethical arguments against
  • baiting and feeding white-tailed deer. Wildlife Society Bulletin, 34, 519-524.
  • Dunkley L. & Cattet M.R.L. (2003). A Comprehensive Review of the Ecological and Human
  • Social Effects of Artificial Feeding and Baiting of Wildlife In: Newsletters & Publications (ed. Centre CCWH). University of Nebraska Lincoln.
  • Miller R., Kaneene J.B., Fitzgerald S.D. & Schmitt S.M. (2003). Evaluation of the influence of supplemental feeding of white-tailed deer (Odocoileus virginianus) on the prevalence of bovine tuberculosis in the Michigan wild deer population. Journal of Wildlife Diseases, 39, 84-95.
  • Orams M.B. (2002). Feeding wildlife as a tourism attraction: a review of issues and impacts.
  • Tourism Management, 23, 281-293.
  • Putman R.J. & Staines B.W. (2004). Supplementary winter feeding of wild red deer Cervus
  • elaphus in Europe and North America: justifications, feeding practice and effectiveness. Mammal Review, 34, 285-306.
  • Smith B.L. (2001). Winter feeding of elk in Western North America. Journal of Wildlife
  • Management, 65.

Fonte: Parco Nazionale del Gran Paradiso

http://www.100blog.it

Category: Cultura, Curiosità, Generale

Comments (20)

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  1. luigi scrive:

    Tenete in considerazine la natura: la neve, il freddo e tutte le variazioni climatiche fanno parte del creato; dunque sono fattori che fanno parte della cosiddetta selezione naturale e il più forte ( selavatico ) è destinato a sopravvivere, di conseguenza il foraggiamento sarebbe un elemento in più all’ecosistema il quale di per se dovrebbere essere sufficiente ad ospitare gli essere viventi. Senonchè l’uomo ha manomesso l’ecosistema invertendo quasi le caratteristiche naturali per cui in alcuni casi esso non è più autosufficiente. Ecco dunque l’intervento dell’uomo finalizzato a sostenere quelle specie le più a rischio, non capaci di superare le condizioni climatiche più avverse. Quindi se foraggiamento ci deve essere, esso è mirato non per sostenere la sovrappolazione di selvatici, ma viceversa al sostentamento di quelle a rischio di estinzione.

  2. massimo fedeli scrive:

    no al foraggiamento,da sempre è controproducente, gli animali più forti sopravvivono, i deboli sono destinati a i predatori.

  3. Alfio scrive:

    Il cane che si morde la coda, nell’imminente si ritornerà spesso a parlare di queste scelte che, comunque restano errate.
    - se si fraggiano è errato come letto.
    - se no si foraggiano è errato ceme letto.
    - ammesso che si riesca a foraggiare nel migliore dei modi tanto da mantenere in vita tutti gli animali, successivamente si avrebbe un danno alle colture, dagli studi letti si evince che, comunque si faccia si creano dei danni.
    Ciò dimostra che, il protezionismo è valido solo se pianificato in modo da evitare la scomparsa o l’eccessiva diminuzione di talune specie, diversamente solo il prelievo venatorio resta l’alternativa valida per evitare danni alle stesse specie, alle culture e/o alla vegetazione locale, questultima da non sottovalutare essendo necessaria non solo ai selvatici locali ma anche agli uccelli migratori che usufruiscono dell’alimentazioni dei semi o frutti dei vegetali per continuare a vivere e riprodursi.
    Saluti Alfio.

  4. Fiore scrive:

    Se la devono cavara da se!!!

    chi non ce la fà muore! selezione naturale della specie, solo i più forti furbie fortunati vanno avanti, perpetuando la specie!!
    NORMALE

  5. Fiore scrive:

    guardate l’uomo??

    medicine chirurgia sangue trapianti incubatrici ect ect

    Guarda che mostro che è venuto fuori!!!

    ps. parla uno che doveva morire appena nato!! quindi questo è l’esempio migliore!!!

  6. Giacomo scrive:

    Se non fosse stato per il nonno !!

  7. Gianni scrive:

    Relazione perfetta, scientificamente inoppugnabile. Hanno solo dimenticato una cosa e cioè che le carcasse degli animali morti in inverno (fame, incidenti, ecc,) al momento del disgelo rappresentano una fonte di cibo basilare per alcune specie di predatori/necrofagi. Quando la neve e il ghiaccio che li ricopre e mantiene svanisce, per esempio, l’orso bruno se ne alimenta grandemente ripristinando in primavera i grassi perduti e facendo pure opera da spazzino (idem per avvoltoi, ecc.). Nulla viene sprecato in natura. Il problema semmai è che in certe zone la piramide alimentare non è più completa, mancando per l’appunto, quasi ovunque, l’orso. In effetti, l’alimentazione artificiale è dannosa, anche se pare un gesto di bontà. La bontà in natura non esiste, esiste la selezione naturale.

  8. luigi scrive:

    E i cervi, i caprioli etc. che nell’inverno trascorso scesi a valle nella ricerca di cibo, dove li mettiamo? Dovevano soccombere tutti a causa della selezione naturale? E che dire poi d alcune specie che a causa dell’innalzamento della temperature si stanno ritirando sempre più su sulle alpi ( vedi pernici bianche, lepri alpine etc. ) a causa dello scioglimento dei ghiacciai e dunque delle nevi? Per non parlare poi di quello che è successo sulla media e alta collina che a causa dell’abbandono da parte dei contadini non trovano più le condizioni naturali per sopravvivere le starne e tutte quelle popolazioni di selvatici che si nutrono di granaglie? E i panda che non hanno più di che nutrirsi a causa del disboscamento dei finocchietti ( canne di bambu’ )? Quindi come ben si vede queste sono solo alcune delle cause che stanno trasformando gli habitat: allora si deve o non si deve intervenire per evitare l’olocausto della selvaggina, o l’uomo deve intervenire solo quando accadono maremoti, terremoti e tutte le varie catastrofi naturali per salvare se stesso? TUTTO QUELLO CHE ACCADE SUL NOSTRO PIANETA , A CAUSA DELLA NOSTRA CIVILTA’, IN PARTE E’ CONSEGUENZA DELLE NOSTRE INTERFERENZE, PER CUI SE ESSE DEVONO ESSERCI IN NEGATIVO ( VEDI PRELAZIONE ANCHE ATTRAVERSO LA CACCIA ), DEVONO STARCI ANCHE IN POSITIVO, ( VEDI FORAGGIAMENTO ) COSI’ COME D’ALTRONDE ACCADE CON I NOSTRI CONSIMILI, QUANDO ACCADONO FENOMENI SOVRANATURALI.

  9. Gianni scrive:

    Luigi, dici cose giustissime ma il selvatico deve cavarsela nel selvatico e così essere selezionato e più forte. L’uomo deve intervenire certamente se è stato lui la causa di questo (caccia eccessiva, inquinamento, disboscamento, ecc) ma nel caso di densità animali eccessive è meglio lasciare fare alla natura se la catena alimentare è completa, altrimenti procedere ad abbattimenti adeguati e selettivi nei periodi previsti. Certo, se nel Parco dello Stelvio ci fossero lupi (ce ne sono solo due al momento) e linci i cervi non sarebbero certo diventati 10.000 capi. Ma se non ci sono, abbattimenti a parte, rimangono solo la fame e le malattie per mantenere numeri ottimali. Oppure procedere a foraggiamenti, granaglie incluse, molto tempo prima di quanto si pensi – come dice giustamente l’articolo – e in modo dispersivo estremamente limitato quantitativamente (in ogni punto) ma capillare. Poco e ovunque. Chi lo fa e quanto costerebbe? Ci vorrebbe una flotta di elicotteri.

    P.S. Guarda che per il panda, sia maggiore che minore, non c’entra il disboscamento dei bambù o la deforestazione (il panda maggiore è iperprotetto ed è amato dalla popolazione, senza contare che c’è la pena di morte per chi ne uccide uno) e il problema è che la crescita di queste piante subisce uno stallo o fortissima diminuzione naturale in certi anni e pertanto i panda non trovano i germogli di bambù di cui si nutrono (comunque li si nutre con riso cotto e altre erbe miscelate, anche quelli selvatici).

  10. luigi scrive:

    Gianni: riso cotto e altre erbe miscelate, pena di morte per chi ne uccide uno: queste cosa sono? Non si tratta di foraggiamenti e protezioni? Certo, l’ho detto sopra, ad intervenire in senso protettivo lo si deve fare solo in caso di popolazioni a rischio e non certamente in caso di sovraffolamento; anzi in quest’ultino caso penso che l’uomo ( i cacciatori ) e non solo i lupi devono intervenire in questo caso andando ad equilibrare l’ordine naturale di una specie che è sovrapopolata: o solo il lupo fa parte della natura e quindi della catena alimentare? Dunque solo se si ammette questo postulato, si deve ammettere anche la caccia che di conseguenza non è più vista come l’atto del semplice predare così come è stata considerata per tutta la storia umana, ma come un atto di gestione come oggi si tende a dire. In ultima analisi o nell’uno o nell’altro caso essa ( la caccia ) deve esistere!!!

  11. x Fiore

    copio e incollo:

    ps. parla uno che doveva morire appena nato!! quindi questo è l’esempio migliore!!!

    ecco perche’ hai questa tendenza sinistroide sapevo che ci doveva essere un motivo ,adesso ti comprendo evitero’ di commentare i tuoi post comunistisinistroidi la prossima volta.

  12. Gianni scrive:

    Luigi, sono d’accordo con te e infatti l’avevo scritto:

    “nel caso di densità animali eccessive è meglio lasciare fare alla natura se la catena alimentare è completa, altrimenti procedere ad abbattimenti adeguati e selettivi nei periodi previsti”

    “Certo, se nel Parco dello Stelvio ci fossero lupi … Ma se non ci sono, abbattimenti a parte, rimangono solo la fame e le malattie per mantenere numeri ottimali”.

    Ciao.

  13. ilio scrive:

    Sul Tg di Rai 1 stanno parlando di uno che parla con i lupi della Marsica Ora sintonizzatevi

  14. luigi scrive:

    A volte la natura ( escluso l’uomo, come fai intedere tu sopra, Gianni ) non è sufficiente e allora deve intervenire il cacciatore, vedi gli storni ( chi sono i predatori? ) etc. Ciao.

  15. Fiore scrive:

    @ Luca Narancio,

    io sono sinistroso ma mica son cattivo, mi piace discutere, quello si, non privare me, dei tuoi commenti, ne sarei dispiaciuto.

  16. Gianni scrive:

    Fiore, sei senza dubbio un signore e intelligente (non sto sfottendo). Ciao.

  17. Fiore scrive:

    @ Gianni,

    Non posso che ringraziare e contraccambiare, credo che come nel bosco o nel mare ci sia bisogno di tutti gl’elementi che insieme d’hanno vita al tutt’uno anche se ci sono piante da frutto ed erbe velenose, alghe infestanti e molluschi filtratori.
    Le cose veramente pericolose sono l’alterazione degl’equilibri e il dilagante inquinamento.

  18. sergio63 scrive:

    Personalmente se vedessi morire di fame un branco di caprioli, cervi e anche cinghiali, non chiuderei un occhio e lascerei fare, come dite voi.
    Bella forza chiamarsi animalisti o cacciatori e poi starsene al calduccio davanti ad una tavola imbandita, mentre fuori qualche essere vivente muore. Bella forza dire lasciamo fare alla selezione naturale, quando poi ci si fa in quattro per salvare un gattino abbandonato.
    Andatelo a dire alla maggioranza delle persone che conoscete se sono d’accordo con voi. Io sono un cacciatore e queste cose, appunto per questo, non le condivido. Avete inventato i parchi, ma la verità è che non sapete gestirli, e ci si ostina a non ammetterlo. Nascondendoci dietro alla selezione naturale.
    Troppo comodo.

  19. luigi scrive:

    Allora si deve intervenire “al dilagante inquinamento con rottura dell’equilibrio”: non penso che la modifica della 157 così come prevista dalla popolar-Berlato sia priva di quelle regole che possono portare al disequilibrio: se esso c’è ( il disequilibrio ) così come penso che ci sia,non penso che sia dovuto ai cacciatori, oltretutto stiamo andando a caccia con questa legge scellerata che, essa si, sta provocando danni per il disequilibrio; per es. per il soprannumero nei confronti di determinate specie (vedi gli storni e i cinghiali, ma anche i predatori tipo gazze ladre, cornacchie, cormorani etc.) perchè non apportare modifiche alla 157 e dare la possibilità al cacciatore di portare il sistema in equilibrio? Quindi il concetto della caccia per periocdi e per specie va affermato e non contestato, così come deve essere affermato il concetto che aree immacolate, vedi i Parchi sono solo ipocrisia: non può essere lasciato solo agli altri esseri viventi la regolazione, perchè insufficiente: ecco dunque l’utilità dell’intervento uomano.

  20. traica roberto scrive:

    possibile che non si conosca il ciclo della vita .Niente foraggiamento sono o non sono animali selvatici che vivono allo stato brad.Allora ?

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