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Alfredo ed il suo Tugnin

| 18 maggio 2009 | 7 Comments

Anna aveva tra le mani il vassoio di legno, intagliato con figure incerte che riproducevano i suoi monti e le sue Cotorne. Con amore pose sul piano due tazze di caffelatte bollente e due panini vecchi di due giorni.
Mentre saliva le scale di quella vecchia casa in legno per recarsi al piano di sopra, in camera da letto, il suo pensiero era tutto per lui ed una lacrima gli rigò il volto dolce. Alfredo era già sveglio, immobile guardava quell’angolo di finestra ed intravedeva le cime dei suoi monti, gli parve persino di sentir il canto insistente delle sue pernici. Ne immaginava i colori che conosceva benissimo, avrebbe persino potuto dipingerne perfettamente tutte le piume sul petto, ad una ad una, punteggiando con il pennello piccolo quello che era da tempo solo abbozzato sulla tela.
Il cane; sì il cane, quel cane che tanto amava, che tanto gli faceva compagnia; quel cane che trattava come un figlio e da cui non si separava mai ,ora non stava più accanto al letto guardandolo negli occhi attento ad ogni sua mossa.
Quel cane che, già anziano e stanco, al solo vedere la cacciatora pesante riprendeva vigore come fosse un cucciolo scavezzacollo. Tugnin, sui chiamava, un nome che era tutto uno scherzo. Un nome strano, per un animale, strano. Un vezzeggiativo di Antonio, ma non si poteva chiamare Antonio un cane. Lo avrebbero deriso. Per cui già da cucciolo Alfredo lo chiamò come il figlio che non ebbe mai avuto, o come il Santo a cui era tanto devoto. Questo lo lasciava decidere agli altri.

Ora senza Tugnin, le sue gambe anziane non avevano più voglia di camminare a lungo. La sua mente viveva dei ricordi lasciati nei canaloni in ombra, delle corse sfrenate del suo compagno nei prati fioriti, delle ferme statuarie e delle rincorse a quei diavoli alati.
Ricordava benissimo anche la notte passata uno accanto all’altro, lassù nel rifugio, mentre fuori urlava la tempesta di neve improvvisa.
E mentre addentava il pane ammollato nel caffelatte , istintivamente la sua mano ne porgeva un pezzo al di fuori del letto, verso il tappeto vuoto, alla ricerca di colui che non era più, e pianse.

Anna , finita la sua colazione in silenzio uscì dalla stanza, socchiuse pian piano la porta, si tolse anche gli zoccoli per non far rumore nelle legnose scale e sentì distintamente che il pianto di Alfredo era diventato un singulto strozzato, quasi una disperazione.
Fuori il vento aveva pulito il cielo dalle poche nubi di Marzo, uscì dall’uscio e si sedette li di fuori, sola, cercando Tugnin con lo sguardo. Gli parve anche di vederlo correre come solo lui sapeva fare, saltellano sull’erba alta, ed ebbe un sussulto al cuore, ma era solo un gatto; un maledetto gattaccio nero.
Tutto accadde  un mese prima, una bellissima ma maledetta domenica .
Alfredo uscì di casa quando ancora era buio, ed il cane gli saltellava attorno, mordicchiandogli felice l’orlo della giaccona pesante, quella di fustagno robusto, vecchissima, ma sempre la preferita in assoluto da quel cacciatore con l’animo da fanciullo.
Alla sera tornò solo a casa, Alfredo, solo e distrutto . Sul volto la sofferenza di chi aveva perduto tutto, sulle mani il sangue sgorgato dai graffi di chi ha cercato di fare l’impossibile.

Tugnin, il grande Tugnin era caduto, una maledetta pietra lo aveva tradito cedendo sotto il suo poco peso facendolo cadere a basso, nell’orrido della montagna. Il cacciatore si era calato, in tutta fretta, rischiando la vita lui stesso,  strappando vesti e pelle per cercare di salvare il suo amico, ma lo trovò in fondo privo di respiro; il collo non poteva più reggere quella bella testa.

Ora Alfredo aveva smesso di piangere e , accompagnato sempre dalle belle immagini dei ricordi, usci ad abbracciare la sua Anna sedendosi sull’uscio accanto a lei. Stettero in silenzio per ore.

Luglio arrivò con una velocità impressionante; i lavori alla cascina erano tanti da fare, l’estate scaldava finalmente a dovere tutto il corpo. I primi gitanti ,con lo zaino sulle spalle, arrancavano per gli stessi sentieri che Alfredo conosceva come le tasche.
Ridevano di gusto, dietro le loro spalle, Anna e Alfredo quando sentivano soffiare come mantici le bocche di quelle persone con i loro immensi zaini colorati, pieni di chissà che cosa, e li vedevano arrancare faticosamente lungo il sentiero che passava davanti a casa; e loro sapevano che erano solo all’inizio del calvario.
A qualcuno offrivano volentieri di abbeverarsi alla loro fonte di acqua pura, cristallina.
Poi, una domenica di Luglio al ritorno dalla messa, passò davanti all’uscio un signore con una barba enorme, i vestiti non erano di un colore sgargiante, come quelli degli altri turisti,  ma fatti di una tela verde; di un verde color militare.
A suo fianco, ubbidiente e tranquilla camminava senza sorpassarlo mai una Setter bianca come il latte con la testa vistosamente macchiata di nero, intorno all’occhio sinistro. La macchia scendeva abbondantemente sul collo dell’animale.
Alfredo smise immediatamente di tagliare la sua legna e si immobilizzò ad ammirarne il portamento.
Il signore barbuto si fermò, guardò negli occhi Alfredo e con un sorriso che sapeva di buono, gli diede la possibilità di accarezzare il cane. Quando vide gli occhi arrossati di commozione del montanaro, ne chiese il motivo. E dopo che l’ebbe ascoltato, commosso, gli propose in regalo il figlio della sua Sally, l’unico maschio, l’unico nato con il mantello più scuro della notte.
Alfredo si sentì mancare, il destino forse, o qualcun altro di più grande lo stava aiutando, forse lo stesso Santo; lo ringraziò con il cuore, ma dalla sua gola non usciva nessun suono. Troppo strozzata dall’emozione.
Il signore barbuto capì, bevve una lunga sorsata d’acqua dalla fonte e lo stesso fece la cagna, poi  riprese salutando la sua strada. Senza scordare la promessa.

Due giorni dopo un cucciolone di otto mesi  quasi tutto nero ad eccezione di qualche macchia bianca ,rada, qua e là sulla schiena e sulle zampe,  stava mordicchiando l’orlo della cacciatora di Alfredo appesa al chiodo conficcato dietro la porta della camera. Quella stessa camera da dove si vedevano i monti delle sue Cotorne .
Lo chiamò naturalmente Tugnin. E ripresero a cacciare .
Anna e Alfredo ora potevano nuovamente sorridere seduti sull’uscio della loro casa, mentre il sole si addormentava dietro la sua montagna . Mentre Tugnin, saltando, correva felice nell’erba alta
Ora erano nuovamente felici

Di Renzo Stella

N.B.
Storia di persone realmente esistenti, ovviamente con nomi cambiati. Tranne quello del cane

Category: Racconti

Comments (7)

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  1. ANTONIO PINOTTI scrive:

    “Così andò per molti anni,tanti per due cani segugi. Vollero conservare la loro razza, e una primavera ALBA venne coperta da Franco. Partorì tre cuccioli e un mese dopo il parto morì di sua morte naturale. La seppellirono nell’orto, sotto il ciliegio, dove la sera il vecchio è uso fumar la pipa e di ascoltare il pigolio dei pettirossi. Un anno dopo se ne andò anche Franco. Era d’autunno tardi, poco prima della neve che già s’annusava nell’aria. Lo portarono a cacciare nei pascoli vicino alla malga. Franco trovò la pastura del lepre, abbaià stanco, corse quà e là barcollando e s’inoltro nel fitto. Non ritornò più “.

    Sig. Renzo il suo scritto mi ha ricordato uno dei tanti racconti di Mario Rigoni Stern,dal quale ho estratto alcune righe.

    Il Bosco degli Urogalli- “Alba e Franco” – pag.83.Editore EINAUDI.

    Se il cuore di un’uomo riesce come Lei ha fatto, a far emergere tali e tanti sentimenti, ancora ognuno di noi può legittimamente aspirare,a qualcosa di buono in questo mondo.

    L’uomo e il cane Sig. Renzo, un anello che lega
    i sentimenti del cacciatore, con un amico che mai ti tradirà.

    Ho un quaderno dove ho segnato i 58 cani da lepre che ho posseduto dal 1968 ad oggi.
    Alle volte lo sfoglio come un specchio, dove si riflettono i ricordi di tante emozioni.Lambina, Tripolino,Lilla, Reno, Carlotta ecc. Adesso :Lola, Turbogas, Stella,Mery per Sempre.

    SIG. RENZO, Lei riesce a trasmettere a tutti noi una sensazione particolare, un’aria fresca piena di buone parole.

    LA RINGRAZIO PER IL SUO RACCONTO, COME CREDO lo FARANNO TANTI ALTRI AMICI.

    LA SALUTO con molto piacere.

  2. luigi scrive:

    Io sono nato con questi racconti: mi ricordo mio nonno quando, da bambino, mi raccontava le sue storie di caccia, storie che per un bimbo di pochi anni ancora non erano di quel significato che poi all’età giusta si riesce a capire, ma che viceversa riuscivo a capire con quanta passione, con quanto fervore lui le raccontava: ecco come si cresceva tanti anni fa; ed oggi? Io ci rinuncio a raccontare le mie esperienze venatorie a mio figlio, anche perchè non è che ce ne siano tante!!! E poi come si fa a vivere quelle emozioni, per come sta messa oggi la caccia in Italia e soprattutto come si fa ad inculcare l’arte della caccia ad un bimbo oggi?

  3. Ezio scrive:

    La caccia fa parte di uno stile di vita, di un modo di essere.. Per chi è come me è una delle ragioni di vita….

    Per questo, temo, non riusciremo mai a far capire a chi ci odia, come siamo…

    In fondo nulla di male ma chiedere, anzi pretendere almeno RISPETTO sarà pretendere veramente troppo??

    Grazie Renzo. Un abbraccio. Ezio.

  4. Giusti Giacomo scrive:

    A leggere quelle meraviglie di vita,di natura e di caccia, mi prende lo sconforto,anzi, disperazione,pensando al mondo di oggi,e dove andra`a finire.

  5. Federighi Alessandro scrive:

    @Renzo:complimenti veramente,penso che ognuno di noi abbia un rapporto speciale con i propri cani. Ci servono senza chiedere tanto in cambio,vivono con noi momenti che possono essere capiti solo da chi li prova sulla propria pelle, e purtroppo poi arriva il momento in cui o per vecchiaia,o malattia,o un cinghiale, ti trovi senza …..ogni volta mi riprometto di non farmi prendere dal dolore, ma come è possibile???No non è possibile,solo il tempo e un altro compagno di avventure può smorzare tale dolore, ma fa parte del gioco! Di nuovo grazie Renzo! adieusu

  6. Giovanni A. scrive:

    Sempre prolisso in fatto di racconti Renzo, sei un grande davvero. Un abbraccio anche da parte mia cumpà. Ciaooooooooooooooooo ;)

  7. Patrizio Abboni scrive:

    Bravo Renzo. I tuoi racconti mi fanno rivivere una caccia che non c’è più!

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