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cinghiale intern.: considerazioni

| 15 dicembre 2008 | 4 Comments

Come riceviamo, dal sig. Luciano Grossi, e cosi’ pubblichiamo
http://www.ilcacciatore.com
***

Egr. Dott. Filippo Camperio
Direttore responsabile “Cinghiale International”
segreteria@caffeditrice.it
e, p.c. alle riviste del settore

Oggetto: Lettera sull’articolo ‘la gestione del cinghiale in provincia di Modena’ – dicembre-gennaio”

Egregio Direttore,
il mio nome è Luciano Grossi e sono il capodistretto del distretto ‘G’ dell’atcMO2. Sente il dovere di inviarLe alcune considerazioni sull’articolo a firma di Stefano Cioni, apparso sul numero di ‘cinghiale internetional’ attualmente in edicola. Questo perchè il contenuto dello stesso mi pare, francamente, lontano e poco veritiero rispetto alla realtà esistente in provincia di Modena. Il fatto che l’estensore dell’articolo sia il direttore del giornalino dell’atcmo3 e nello stesso territorio cacci cinghiali e caprioli, comprenderà essere già di per sé elemento ostativo ad una visione obiettiva dell’intera questione. Nel merito dell’articolo mi preme evidenziare che per il sig. Cioni la gestione della specie è il mantenimento della stessa ad un livello numerico tale da non superare la capacità portante di un territorio. Durante i corsi che ho seguito mi è stato insegnato che, in zone agricole, non è la capacità portante il risultato ultimo della gestione (ammesso che questa parola possa essere usata per le specie di fauna selvatica), ma bensì la densità agro forestale che prende in considerazione anche le necessità umane legate all’agricoltura e  alla forestazione e non unicamente alle necessità biologiche della specie; ovviamente la d.a.f. è più bassa della capacità portante.
Il sig. Cioni giustamente scrive che vi deve essere un equilibrato rapporto tra sessi e classi sociali e che, per ottenerlo, è necessaria una ‘azione di selezione’ che non si può avere in braccata o in girata. Successivamente, però,  analizza i dati del mo3, unico atc che non fa caccia di selezione, e sorprendentemente, evideenzia che i danni sono pressochè inesistenti. Evidentemente, braccata e girata non sono poi da buttare, ma, soprattutto, chi conosce il territorio sa che nel mo 3 c’è meno agricoltura, ci sono  colture meno pregiate, e, quindi, meno danni.
Forse, sarebbe stato più corretto analizzare i danni tra afv zrc e atc del mo2. Mi preme poi ricordare che il pfvp (pag 137) non mi sembra  conforti la tesi del sig. Cioni secondo la quale prevede che prima della gestione degli atc ci fosse proprio la pace sociale relativamente ai danni; basta guardare le annate precedenti al 2006 quando gli atc hanno preso la gestione dei controlli, per avere un quadro diverso della realtà
Il sig. Cioni, inoltre, suggerirebbe di differenziare i periodi di caccia di selezione al cinghiale e caccia collettiva, magari autorizzando la caccia di selezione al cinghiale assieme a quella dei cervidi. A tale proposito l’estensore dell’articolo dimostra di cacciare a Modena ma di non conoscere il calendario venatorio, nè quello regionale nè quello provinciale:
La LR 10, che regolamenta la materia, ha valenza triennale; quindi, i termini di apertura  e chiusura dell’attività venatoria non si toccano; è bene si sappia che la selezione al cinghiale a Modena ha inizio alla metà di luglio e termina alla fine di gennaio (perdiamo circa un mese e mezzo giugno e metà luglio rispetto il calendario regionale).
Inoltre le amministrazioni pubbliche non fanno i censimenti totali, ma solo di verifica; pertanto l’inefficienza semmai è degli atc. In ogni caso, non mi risulta che, a tutt’oggi, vi siano metodi di censimento che diano risultati affidabili sul cinghiale. Se il sig Cioni ne conosce qualcuno lo indichi e, ne sono certo, diverrà punto di riferimento a livello nazionale.
Per quanto attiene allo stato di salute dei cinghiali, nel 2007 i cacciatori modenesi hanno portato, su prescrizione delle ausl relativamente il piano di monitoraggio della trichina, 1700 campioni di diaframma (tutti negativi), svariati campioni di sangue; inoltre tutti i cinghiali uccisi in piani di controllo passano dal macello autorizzato ove avviene la visita ispettiva del veterinario ausl.
La Provincia  non ‘ha tolto la possibilità a chiunque ne fosse abilitato di poter accedere ai piani di controllo’ anzi, una specifica prescrizione del piano faunistico, totalmente contraria, obbliga tutti quelli che cacciano il cinghiale a gestire il proprio territorio, anche tramite i piani di controllo. Questo anche da altana, sebbene non siano selecontrollori, ma potendo vantare un’apposita  abilitazione, così come è previsto dalla dgr 1104. Per quanto riguarda le riserve private su suolo pubblico, non mi risulta esistano riserve pseudo private, dentro gli argini dei fiumi, visto che l’unico suolo pubblico in provincia di Modena è quello; comunque le linee di gestione del cinghiale dell’INFS indirizzano ad una presa di coscienza delle squadre ed ad una responsabilizzazione delle stesse, come sancito dal pfvp di Modena.
Sono certo che una maggiore obiettività avrebbe portato ad una descrizione maggiormente rispondente alla realtà in essere, evitando di ingenerare, in quanti non conoscono  il territorio modenese, opinioni forvianti. Anche per questa ragione ritengo doveroso fare pervenire questa mia lettera ad altre riviste del settore.
La ringrazio per l’attenzione e mi scuso per il tempo sottrattoLe.

Luciano Grossi
Capodistretto, Distretto ‘G’ ATCMO2

Category: Generale, Libri/Riviste

Comments (4)

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  1. maci scrive:

    il responsabile è sempre il direttore della rivista…che prima di pubblicare un aricolo…dovrebbe sforzarsi di leggerlo…almeno una volta…e … capire quello che c’è scritto…( io credo che non abbia letto l’articolo) ma questo purtroppo non avviene mai!
    saluti

  2. stefano scrive:

    Egregio Sig. Grossi
    Credo e senza voler far polemica che, prima di esternare qualsivoglia commento, su idee e scritti altrui sia necessario, prima di tutto, leggere e rileggere quello che sta realmente scritto, interpretandolo nel modo dovuto e non a proprio uso e consumo, fuorviando, di fatto, l’intenzione dell’autore. A sostegno di quanto da me testé asserito vorrei commentare, passaggio per passaggio, il suo vago excursus. Per prima cosa ci tengo a confermarle che sono, orgogliosamente, il direttore responsabile dell’organo di informazione (chiamarlo giornalino come lei imperiosamente fa, mi pare riduttivo, non fosse altro che per gli argomenti trattati e le persone che vi intervengono quali: presidenti, assessori, tecnici faunisti di chiara fama, ecc!) dell’ATC MO3, oltre che un collaboratore di lungo corso dell’editoriale CAFF Srl (Sentieri di Caccia, Cacciare a Palla, Cinghiale International, Armi Magazine, ecc.). Ma tutto questo non mi ha mai impedito di essere serio e obbiettivo nei miei scritti , che si sono sempre e solo basati su esperienze dirette e su dati inconfutabili. Perciò la pregherei di tenere per lei queste sue esternazioni relative alla mia parzialità di giudizio, dacché lei non sarebbe in nessun modo in grado di dimostrare la mia parzialità nell’esprimere opinioni. Purtroppo per noi cacciatori, di “ostativo” c’è solo la nostra mentalità, con particolare rilevanza se si tratta di cacciatori di cinghiale e le sue parole non fanno che confermare a me e a tutti lettori quanto sostenuto. Proseguo poi rinfrescandole l’interpretazione scientifica del concetto gestionale da me sostenuto di “CAPACITÀ PORTANTE DI UN TERRITORIO”. Le confermo che questo concetto è applicabile alla fauna selvatica, anche se detta locuzione è condivisa e condivisibile per più discipline. Nel nostro caso questo concetto è perlopiù destinato a spigare il dinamismo delle popolazioni. Come lei sicuramente saprà, una popolazione di selvatici che si insidia in un territorio avrà dapprima una crescita rapida, a cui di solito segue una fase di declino, causata, in principal modo, dal sovraffollamento del territorio o biospazio se lei preferisce. Alla riduzione del numero di individui contribuiscono in modo particolare i fattori limitanti, fattori che dovrebbero portare una popolazione all’equilibrio, cioè a quella densità che dovrebbe permettergli di mantenersi. Di conseguenza si dice che la capacità portante è l’indice sintetico della resistenza dell’ambiente all’aumento della pressione esercitata da una popolazione selvatica ( o componente biologica dell’ecosistema). La capacità portante di un territorio è dunque legata sia al “concetto di equilibrio” che a quello di “stabilità” , che ne rappresenta un’importante corollario. Come è intuibile la stabilità è quella capacità di resistere a imprevedibili impatti sulle popolazioni (es. epidemie, pressione venatoria troppo elevata, ecc.) garantendone la sopravvivenza. Egregio sig. Grossi ecco la ragione principale per cui ci tengo a parlare, “sempre”, di capacità portante, perché è questa e solo questa che garantisce alle popolazioni di selvatici di sopravvivere e superare anche i momenti più critici, status questo che con densità diverse, inclusa quella da lei caldeggiata come “fine ultimo della gestione”, non è assolutamente garantibile. Ma proseguo approfondendole ancora di più questo concetto, sperando di essere in grado di spiegarLe (non pretenderei mai di convincerla…ci mancherebbe altro!) il perché delle mie affermazioni. Come è noto nel mondo scientifico la sensibilità delle popolazioni ai fattori limitanti è caratterizzata da un paio di variabili:
    • La resilienza, che tiene conto della capacità di una popolazione a tornare agli assetti originari dopo un problema.
    • La resistenza che invece tiene conto della capacità di una popolazione di evitare variazioni di assetto di fronte ai cambiamenti o ai problemi.
    Sulla base di questi concetti si può asserire che la capacità portante di un territorio abitato da una popolazione resistente è più bassa e molto più prossima alla densità agroforestale, che come lei correttamente dice, vede una densità inferiore. Ecco che la capacità portante, nel caso del cinghiale, deve essere relativa ad una popolazione resistente, come a me piace pensare essere la nostra, perciò un numero di esemplari non eccessivo, ma capace di mantenersi costante nonostante tutte le angherie che gli vengono combinate, capacità che gli viene garantita da un territorio non sovraffollato e con buone disponibilità trofiche e di rifugio. In merito all’analisi dei dati relativi alla gestione dell’ATC MO3, lei si è dato la risposta da solo quando scrive che proprio per le caratteristiche di detto territorio i danni risultano bassissimi anche senza l’ausilio dei piani di controllo (da altane o in battuta), da qui si evince che anche se le popolazioni fossero destrutturate non si avrebbe quell’impatto che invece hanno in un territorio, ben più antropizzato, come quello dell’ATC MO2, ma sappia che in caso di necessità e di richieste detti interventi vengono effettuati anche nel territorio del MO3. Lei poi consiglierebbe di analizzare i dati relativi alle AFV-ZRC e all’ATC MO2. Mi creda che sarebbe stata mia ferma intenzione farlo, tant’è che a tal proposito ho avanzato, senza risultati, numerose richieste agli enti preposti perché mi venissero forniti, ma come ho chiaramente scritto sull’articolo, non ho ricevuto nessuna risposta in merito, la prego perciò se lei, come capo distretto “G”, ne fosse in possesso di fornirmeli, così da poterli commentare, magari assieme a lei.
    Venendo alla pag. 137 del nuovo PFVP, almeno in quello che la provincia mi ha fornito, trovo una foto di un cinghiale abbattuto, dotato di navetta auricolare e un grafico relativo ai danni, su base provinciale, negli anni passati, ma nulla che possa essere in qualche modo riconducibile ai rapporti di convivenza tra cacciatori, agricoltori e amministrazione pubblica, a cui io facevo chiaro riferimento nel mio scritto.
    Io caro Sig. Grossi, come lei giustamente riporta “suggerirei” , la parola “suggerire”, che per il dizionario della lingua italiana significa anche “proporre”, l’attuazione della caccia di selezione sul cinghiale, con un ipotetica differenziazione dei periodi di caccia rispetto alla caccia in braccata. Per di più, come rafforzativo di questa mia ipotesi utilizzo anche il condizionale, che sempre per la lingua italiana viene usato in situazioni ben precise, che non sto a spiegarle in quanto lei ha dimostrato di conoscere benissimo. Intrinsecamente questo sta a significare che conosco benissimo il calendario venatorio e gli organi che lo regolano (Provincia / Regione), ed è proprio per questo che mi permetto di rendere pubblico il mio modo di vedere le cose, condendolo con una mia proposta /suggerimento, come quella, appunto, di modifica delle forme di prelievo e del loro calendario, ma visto che lei ha letto attentamente il mio scritto avrà certamente letto che scrivo anche che ritengo queste proposte “piuttosto ardue se non di impossibile attuazione”. Spero di essere in grado, con queste elementari spiegazioni, di renderle più chiaro quello che ho asserito in apertura, dicendo che lei ha interpretato il mio lavoro in modo erroneo e del tutto personale, senza minimamente addentrarsi nei veri significati di quello che in realtà ho scritto. Ma proseguo precisandole alcuni aspetti relativi a quella che lei chiama caccia di selezione al cinghiale. Secondo quanto riportato dagli organi competenti, quella che lei chiama caccia di selezione al cinghiale (mi perdono la ripetizione), in realtà non ha nulla a che vedere con quella più conosciuta e applicata ai cervidi, con la quale gli unici punti in comune sono le altane da dove si effettuano gli abbattimenti e le fascette da apporre ai capi abbattuti. Mi corregga se sbaglio o se mi hanno fornito informazioni erronee, ma al contrario della caccia con metodi selettivi applicata al sul capriolo e sul daino, quella che lei vuole “intoccabile” e che lei asserisce effettuare sul cinghiale non è che una mera assegnazione di fascette da parte della Provincia, senza nessun riferimento scientifico (censimento/prelievo, regolazione della struttura di popolazione basata sulla piramide di Hoffman, ecc.), alle squadre di caccia al cinghiale, le quali godono della massima libertà “nell’assegnarle” a chi più gli aggrada. Se questa lei la chiama caccia con metodi selettivi, allora credo che ogni selecontrollore italiano sarà risentito e infastidito del fatto di aver dovuto studiare, presenziare ai corsi e investire tempo e danaro in attrezzature, quando sulle altane per abbattere i cinghiali “di selezione” ci possono andare tutti, come del resto è lei a riportare. E non mi venga a raccontare che chi a fatto il corso da cacciatore di cinghiali (e io sono tra quelli) ha le stesse competenze di chi ha fatto il corso da selecontrollore. Non sto poi neppure a commentare la sua presa per i fondelli dove mi chiede di suggerire un metodo infallibile di censimento al cinghiale, tenga solo presente, caro “capo distretto “G”, che nel mondo vi sono numerosi paesi, ben più civili di noi (venatoriamente parlando) che questo lo fanno (e i tecnici sanno come), gestendo popolazioni di cinghiali ben più numerose della nostra e in territori molto più coltivati dei nostri, cacciando sia con metodi selettivi che in battuta. Al suo passaggio relativo alla salute dei cinghiali, ho poi ritenuto che lei abbia commentato un altro articolo, in quanto, sia il sottoscritto che il dott. Picciati, quando parliamo di salute ci rivolgiamo allo stato di benessere e di salvaguardia e mantenimento delle intere popolazioni di suidi e non certo alla salute fisica di ognuno di loro, ma credo che come ha fatto piacere a me avrà anche fatto piacere agli altri lettori imparare che i nostri cinghiali si sottopongono a regolari esami del sangue e che non soffrono di trichinosi…adesso li mangeremo più tranquillamente! Sono invece molto felice di apprendere da un capo distretto, che dovrebbe conoscere le regole certamente meglio del sottoscritto, che la Provincia non ha tolto la possibilità a “chiunque” di accedere ai piani di controllo. Tengo a precisare una sola cosa prima di proseguire, che sempre sui dizionari della lingua italiana la parola “chiunque” è sinonimo di “tutti”, perciò lei mi dovrebbe spiegare come posso, io, Cioni Stefano, non iscritto a nessuna squadra di girata o braccata operante nell’ATC MO2, come e dove potrei andare per farmi rilasciare i permessi per andare, da metà Luglio a fine Gennaio (io sarei disposto a “perdere”, poi mi spiegherà cosa intende per “perdere”, un mese tra Giugno e Luglio), su di una altana, magari nel suo territorio, per abbattere i cinghiali. Da quello che mi risulta (a seguito di uno specifico regolamento dello stesso ATC MO2), ma magari mi sbaglio, anzi me lo auguro, per accedere a questa pseudo caccia di selezione, devi essere iscritto ad una squadra di girata o braccata di detto ATC, ma se io sono già iscritto ad una squadra dell’ATC MO3, non posso, per regolamento, essere iscritto anche ad una del MO2, perciò…..sic!! sic!!…..Guardi, la prego di dimostrarmi che mi sbaglio, perché il fatto che lei abbia scritto che “chiunque” può accedervi mi ha ridato nuove speranze, perciò attendo fiducioso istruzioni su come fare per venire a caccia sulle sue altane. Per concludere le spiego con parole diverse cosa intendo quando dico “riserva privata su suolo pubblico”. Questo nulla ha a che fare con la possibilità di costituire nuove AFV o AATV , ma quello che volevo dire è che questo modello gestionale applicato mette le squadre di cinghialai e solo loro (non chiunque come dice lei)in condizione di fare a casa loro tutto quanto più gli piace, (ovviamente sempre seguendo le regole e le direttive e guardi che io non ce l’ho certo con le squadre, anzi. Io ce l’ho con questo modello di gestione.)gestendo la specie cinghiale come una cosa di loro unica proprietà, senza che nessun altro ne possa beneficiare. Per congedarmi da lei le posso solo dire che sono “commosso” da quanto riportato dal nuovo PFVP, in merito alla responsabilizzazione delle squadre, ma c’è stato anche un famoso “SIGNORE”, ben più in vista dell’amministrazione provinciale che, su tavole di pietra, consegnate ad un altrettanto famoso personaggio sul monte Sinai, scrisse “non rubare”, “non uccidere”, “non desiderare la donna d’altri”, ma poi ………..com’è andata?

    Stefano Cioni

  3. Carlo Torre scrive:

    Egregio sig Luciano Grossi,
    il mio nome è Carlo Torre, coordinatore editoriale del bimestrale Cinghiale International.
    Ho letto con attenzione ed interesse la sua lettera apparsa sul sito http://www.ilcacciatore.com
    nel quale Lei cita un articolo apparso sulla nostra rivista e fa alcune osservazioni circa quanto detto dal nostro autore Stefano Cioni., per cui mi sento in dovere di risponderle.
    Ma prima di tutto vorrei fare una premessa.
    La nostra rivista ha passato da poco i due anni di vita, e nonostante la sua giovane età ha saputo conquistarsi una inaspettatamente vasta platea di lettori appassionati della caccia al cinghiale. In tale contesto, come è naturale, abbiamo ricevuto numerose segnalazioni relative al supposto fatto di aver assunto un profilo di testata smaccatamente “filo-squadre”. In altre parole, ci viene spesso rimarcato di trattare in maniera trabocchevole i temi della caccia collettiva, sposandone gli interessi ed esaltandone le emozioni, mentre veniamo tacciati di trascurare per contro la voce e le aspettative di chi pratica (o di chi vorrebbe praticare) la caccia di selezione al cinghiale a singolo, con il metodo dell’aspetto.
    Siccome il sottoscritto è quello che redige il timone di ogni numero, ovvero il palinsesto della rivista (cioè chi che esamina, inserisce e talvolta realizza i contenuti degli articoli), è chiaro che mi debba sentire in dovere di predisporre una “sceneggiatura” che sia la più corale possibile, arricchita quindi da un giusto equilibrio tra le voci dei cacciatori cosiddetti di altana e quelli facenti parte di una squadra di caccia al cinghiale.
    Nella fase di costruzione di ogni numero, cerchiamo quindi di fare ciò rispettando le proporzioni tra gli adepti del tiro meditato e quelli della braccata e gli altri temi, riservando nelle nostre 96 pagine i giusti spazi dedicati alla forma di caccia in girata, ai temi della gestione, alle problematiche veterinarie, agli argomenti pertinenti la cinegetica e via di seguito.
    Il fatto è che, mentre riceviamo molti contributi relativi alla caccia di squadra, ci mancano spesso i corrispondenti contributi dei selecontrollori (e mi conceda il termine, anche se molti potrebbero obiettare che lo stesso potrebbe non essere ben pertinente al caso del Sus Scrofa nostrano).
    Detto ciò, va da se che quando ci perviene un articolo che tratta del confronto tra l’una e l’altra forma di caccia citate, proprio perché rappresenta per noi un’occasione di completezza, cerchiamo in tutti i modi di prenderlo in considerazione.
    Venendo all’articolo di Stefano Cioni “La gestione del cinghiale nella provincia di Modena”, da coordinatore editoriale la mia unica osservazione è che i temi sollevati sono di interesse comune e risultano contribuire al fatto che le pagine di una rivista devono servire come tribuna per delle opinioni, siamo esse dentro o fuori dal coro.
    In questo caso si è trattato di una serie di opinioni messe su carta con lo stile classico dell’autore, forse un po’ troppo diretto e sanguigno, ma non per questo indegno di essere pubblicato.
    D’altro canto la Sua gradita nota a risposta, che qui di seguito pubblichiamo integralmente, ci dimostra che la tribuna può essere utile sia per chi batte la palla che per chi risponde al servizio.
    In questo caso lei ha risposto più che degnamente.
    Quello che non faremo, sia chiaro, sarà prestarci al gioco di trasformare una tribuna di opinioni in un palco per sterili polemiche personali.
    E questo vale sia per i nostri autori, Stefano Cioni compreso, che per chiunque altro.
    I nostri più cordiali saluti

    Carlo Torre
    coordinatore editoriale del bimestrale Cinghiale International

  4. Carlo Torre scrive:

    Egregio sig Grossi,
    egregio maci, che ha scritto il suo commento il 15 dicembre,

    a testimonianza della massima considerazione che personalmente nutro per il tema della gestione del cinghiale,
    preannuncio che la lettera di Luciano Grossi sarà pubblicata, unitamente alla mia risposta di cui al precedente mio commento, nel prossimo numero di Cinghiale International, in edicola dal 20 gennaio 2009.
    Profitto dello spazio per invitare tutti gli appassionati della caccia al cinghiale a scriverci le loro impressioni, commenti, proposte di articoli, storie di caccia eccetera.
    Mi preme sottolineare infatti che nell’intento del sottoscritto e degli editori, la nostra rivista è sempre stata e vuole essere acor più in futuro la tribuna dei veri appassionati della caccia al cinghiale, in qualsiasi sua forma e variante. teniamo particolarmente a testimoniare ciò che accade in Italia, dando la precedenza alle nostre esperienze nazionale e non francesi o altro, perchè riteniamo che in Italia abbiamo i cinghiali, i territori, le squadre e le tradizioni di caccia più belle e varie del mondo. Non avendo nulla a che invidiare a nessuno, vogliamo continuare sulla strada di essere il palco delle emozioni e delle riflessioni sulla nostra passione.
    Per cui ognuno che vorrà dare il suo contributo sarà il benvenuto

    Grazie a tutti voi frequentatori di questo sito e un grazie di cuore ai tantissimi lettori che stanno facendo diventare grande la nostra rivista.

    Carlo Torre

    carlo Torre

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