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Filosofia Wilderness

| 11 novembre 2008 | 13 Comments

Filosofia della Caccia
Filosofia Wilderness, una concreta risposta per l’ambiente

stambecco.jpgNoi amiamo la caccia perché amiamo la natura selvaggia e segreta. Siamo popoli pastorali e silvani. Siamo anche popoli pensosi, e come tali vaghi di solitudine e di silenzio. La caccia è il mezzo più idoneo per segregarci dalla folla, per comunicare con la natura e con Dio. (…) La caccia è un ritorno alla vita vergine e primordiale. (…) Sedetevi ai margini di una selva vuota e solinga, o sulla vetta di una montagna separato dall’umanità, col cane accucciato ai vostri piedi. Il carniere sia pur vuoto, l’arma intatta, voi, accarezzando il capo del vostro cane e meditando, riempirete del vostro spirito commosso da una divina felicità la vastità infinita“.

(Dal libro “Cacciatora di fustagno” di Eugenio Barisoni)

Ho scelto questo straordinario pensiero per introdurre il titolo dell’articolo. Impossibile per un cacciatore non riconoscersi nei versi poetici dello scrittore, versi che traducono in lettere le immagini e le sensazioni vissute da tutti noi e che spesse volte, molto difficilmente vengono assimilate con la giusta intensità da parte di chi non le vive direttamente. Nel mio tentativo di imprimere ragione a quella poesia ed ordine logico all’apparente illogicità delle emozioni espresse nei sentimenti di quelle parole, mi sono imbattuto ancora diverso tempo fa, nella filosofia Wilderness. In quest’ultimo periodo poi, ho avuto l’occasione di scambiare due veloci chiacchiere virtuali con Franco Zunino, segretario generale della Wilderness Italia che più di 20 anni fa ha avuto il merito di iniziare a diffondere tale filosofia anche nel nostro paese.
Io sono sempre stato convinto che una persona capace di provare le emozioni descritte nel prologo suindicato, tanto da arrivare ad esprimere la spiritualità che la natura rappresenta per l’uomo, non potesse che essere il miglior soggetto proteso alla vera e corretta salvaguardia e fruizione di quell’ambiente che abita e vive in prima persona. Lo stile di vita e l’ossatura di tutto il pensiero razionale che sorregge quella poesia e la trasforma in utile realtà, sono ben rappresentati dalla filosofia Wilderness. Ci vorrebbero pagine e pagine per riportare tutta la documentazione inviatami in questi giorni da Zunino, mi limiterò pertanto ad offrirvi qualche spunto affinché tutti i cacciatori/lettori che non hanno ancora avuto modo di approfondire gli aspetti di questa associazione ecologista, ne traggano le dovute conclusioni paragonandole poi con il vacuo ambientalismo cui siamo stati abituati in questi anni e alla sue sterili soluzioni. L’origine della Wilderness è americana e poggia il suo pensiero ecologista sulle tesi del filosofo Henry David Thoreau che nei primi decenni del 1800 si ritirò in una capanna per sperimentare una vita semplice, a contatto con la natura, limitandosi alla pura osservazione della stessa. Nasceva così un’idea diversa di relazione uomo/natura, contraria all’uso di massa dell’ambiente e basata sulla giusta  fruizione della stessa a scopo conservativo e soprattutto, a scopo ricreativo e spirituale dell’uomo. Questa forma di tutela ambientale fu in seguito sviluppata, fino a concretizzarsi con la prima area Wilderness, grazie ad Aldo Leopold, un naturalista di fama mondiale e convinto appassionato cacciatore. Nella sua idea di preservazione di quell’ambiente che egli viveva in prima persona e che quindi desiderava tener lontano dal progresso costituito dall’asfalto e dal cemento, Leopold immaginò la sua area come: “Una distesa ininterrotta di ambiente preservato nel suo stato naturale, aperta ad una caccia e ad una pesca legittime e lasciata priva di strade, sentieri modernizzati, strutture turistiche ed altre opere dell’uomo”.
Oggi, le Aree Wilderness ricoprono ormai milioni di ettari in tutto il mondo e lo spirito di conservazione è riferito all’intoccabilità delle aree stesse da parte del progresso distruttivo e consumistico ma aperte all’interazione naturale dell’uomo con l’ambiente che abita e che vive quotidianamente.
C’è una fondamentale differenza tra la parcomania dilagante degli ultimi anni e la costituzione di queste particolari zone di natura incontaminata. L’area Wilderness è la più alta forma di conservazione dell’ambiente che si possa immaginare ed offre all’uomo un concetto di relazione con la natura, ove egli risulti parte attiva nella conservazione e si rapporti con essa semplicemente vivendola.
I vincoli di conservazione di queste aree sono molto più ferrei di quelli esistenti per i parchi. In questi ultimi infatti è possibile prevedere nuova urbanizzazione, in particolare se in virtù di uno sviluppo turistico di massa. I parchi comprendono strade asfaltate, nuovi sentieri artificiali per i “turisti della domenica”; insomma, vengono spesse volte visti più come un business che come una vera e propria area da lasciare destinata esclusivamente alla natura e a quel rapporto spirituale che solo l’uomo che sa viverla direttamente riesce a sviluppare.
Un’area protetta tradizionale è quanto di più snaturato potrebbe creare l’uomo moderno. Egli ha imparato ad usare queste aree per fini consumistici o ricreativi di massa. In queste zone, qualsiasi attività di fruizione dei beni naturali è preclusa, lasciando ai soli turisti della domenica l’innaturale partecipazione ad un ambiente che richiede invece di essere semplicemente vissuto da tutte le sue creature, uomo compreso. L’area Wilderness invece, non è solamente un luogo di mera ricreazione fine a se stessa ma un monumento naturale ove l’uomo, con le attività che gli appartengono da sempre, possa ritrovare quell’equilibrio interiore, staccandosi da una società artificiale che l’ha voluto sempre più lontano da ciò che gli appartiene fin dallo spirito.
Credo che questa filosofia, comune nei principi in tutti coloro che vivono nella natura, ben rappresenti il pensiero iniziale di Barisoni con il quale ho voluto introdurre la “Wilderness”.
Con i vostri preziosi interventi possiamo ora approfondire il tema con lo spirito proteso ad una visione più ampia della nostra passione perché, in effetti, apparteniamo a questa filosofia in tutte le sue sfaccettature. Il cacciatore, solitamente non è solo un cacciatore ma risulta essere un più ampio fruitore di tutti i doni naturali che ci sono stati concessi ed il nostro dovere è proprio quello di mantenere la terra che ci ospita nella miglior condizione per godere poi dei migliori frutti. Siamo pescatori, raccoglitori d’erbe e di funghi, molti di noi si dilettano con la fotografia naturalistica, altri sono occupati nei censimenti degli animali e nella conservazione del loro habitat. Per noi, anche una semplice passeggiata estiva nella natura, assume significati e contorni differenti rispetto a chi ne fa un semplice momento di svago o peggio, un uso consumistico di massa. La caccia, come qualsiasi altra attività naturale che affonda le proprie radice sulla storia dell’uomo, abbraccia uno stile di vita ed un modo di essere che va valorizzato in tutte le sue forme e posto in antitesi a quello degli ambientalisti tradizionali e da salotto. L’associazione ecologista Wilderness si è sempre battuta a testa alta per difendere questa filosofia, scegliendo di non indietreggiare di un solo passo dalle sue posizioni. Io, purtroppo, da cacciatore, continuo invece ad assistere ai vani tentativi di accordo con quegli ambientalisti dallo stile di vita opposto al mio.
Se solo capissero, le nostre associazioni venatorie, che è giunto il momento di smetterla di parlarsi addosso e di gareggiare per le tessere; se tutti noi comprendessimo che non abbiamo alcun bisogno di ulteriori movimenti politici che difendano ciò che tra un po’ risulterà indifendibile se non riusciamo a valorizzare in tempo le enormi potenzialità che abbiamo e che sono rimaste assopite per anni da gestioni venatorie ormai obsolete, la caccia e tutte le altre attività naturali dell’uomo, potrebbero veramente diventare il punto di riferimento per un nuovo, sano, proficuo ecologismo da trasmettere quale valore di vita ai nostri figli.

Massimo Zaratin

Un sentito ringraziamento a  Franco Zunino, segretario generale Wilderness Italia per la disponibilità concessami.

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Filosofia della Caccia, Articoli precedenti:

Category: Filosofia della caccia

Comments (13)

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  1. ezio scrive:

    Ecco il VERO ambientalismo!!
    Da quando ho conosciuto Wilderness non ho potuto fare a meno almeno di …tesserarmi :-)
    Ben poca cosa dirà qualcuno….
    Sarà ma per me è stato almeno un gesto di solidarietà verso chi si pone nei confronti della natura nel modo meno ipocrita possibile.
    E poi qualcuno ne ha mai sentito parlare alla tele o sui giornali di Wilderness??!!
    Un motivo ci dovrà pur essere no?
    Ciao e grazie a Massimo.
    Ezio.

  2. arcierecacciatore scrive:

    Ciao, Massimo.
    Come ricorderai abbiamo già avuto modo di disquisire sul tema della Wilderness e, pertanto, sai bene quanto io sia in pieno accordo con quanto scrivi.
    Per la cronaca, la mia associazione di arcieri-cacciatori (UNARC) ha aperto da tempo le sue porte alla Wilderness Italia, individuando un percorso comune da esprimersi su base convenzionale e condividendo alcuni interessanti progetti già posti in essere nella provincia di Salerno.
    E questo è solo l’inizio!!

    Giovanni Maio
    http://www.unarc.it

  3. Pietro scrive:

    Splendido, complimenti vivissimi. Questo è l’esatto spirito che ci muove da sempre, è ciò che sentiamo nel profondo e che viviamo ogni volta che ci accostiamo o ci immergiamo in seno a ciò che ci circonda. Per molti la natura viene vista come solo motivo di svago dai contorni puramente consumistici, mentre per quelli come noi assume valori di infinita bellezza perchè siamo coscenti, come fruitori di essa, che questo grande patrimonio deve essere assolutamente mantenuto nelle migliori condizioni possibili. Lo pseudo-ecologismo nostrano mal si addice a questi valori, basta quardarsi intorno per rendersene conto.

  4. silvestro scrive:

    avevo sentito parlare della filosofia Wilderness…
    devo dire che ha dei buoni propositi in materia ambientale…
    grazie a questo articolo posso apprendere maggiori notizie in materia grazie al collega Massimo Z…
    ciao

    silvestro

  5. FIORE scrive:

    questo è quello che dovremmo fare, tutti,

    paradossalmente le famose ZPS dovrebbero essere aree dove siano permesse tutte le attività dalla pesca alla raccolta dei funghi, e vietata qualsiasi forma di urbanizzazione.

    il grosso problema è che siamo troppi e il territorio è diventato stretto, e cosa più preoccupante in un solo anno stiamo bruciando risorse che per rigenerarle ce ne vogliono 5, quindi siamo del gatto siamo nel non ritorno, ma tanto ha noi cosa cene importa ci penserà qualcun’altro più avanti.

  6. arcierecacciatore scrive:

    Ed ecco L’IDEA WILDERNESS secondo Franco Zunino:

    (Tratto da Documenti Wilderness Anno XVIII N. 2, aprile-giugno 2003)

    C’è un aspetto del termine “Wilderness” – un termine oggi sempre più usato sulle nostre riviste di natura proprio grazie all’idea che ebbi, ormai vent’anni or sono, di diffonderne la filosofia conservazionista in Italia -, che viene regolarmente ignorato quando lo si cita, ignorato a tal punto che l’uso del termine può considerarsi quasi sempre un totale travisamento del significato più vero in esso racchiuso. Bisogna infatti sapere che, se non fosse stato per questo significato, che da noi è ignorato, probabilmente il termine sarebbe rimasto una semplice espressione geografica, o ambientale, assai poco usata anche negli Stati Uniti d’America (non per nulla è poco noto nella stessa Inghilterra, dalla cui lingua gallese ebbe origine). Un’espressione geografica a cui lo stanno riducendo, per ignoranza, ma in qualche caso per vera e propria comodità “politica”, quegli ambientalisti e giornalisti che amano infarcirne i propri articoli, discorsi ed anche manifesti e depliant, per puro vezzo stilistico o come semplice slogan. Usato più spesso come sinonimo di “natura selvaggia” – quando non di semplice luogo naturale definito magari “Wilderness” solo in quanto abitato da grandi predatori! – anziché per indicare quel significato conservazionistico che il termine possiede e per il quale motivo se ne è diffuso l’uso nel mondo.

    Oggi, per molte riviste di natura, è “Wilderness” il Parco d’Abruzzo o la Majella, il Pollino o la Val Grande, ecc., tutti territori che pur racchiudendo dei luoghi possedenti dei “valori di Wilderness”, nessuna autorità ha mai provveduto a designarli come tali in forma ufficiale, impegnandosi a preservarli e, soprattutto, a gestirli coerentemente contro un uso turistico-ricreativo di massa come implicherebbe l’utilizzo di tale termine. Vedremo più avanti il caso più emblematico del Parco Nazionale della Val Grande, dove maggiormente si abusa e si disinforma il pubblico su questo significato, addirittura per finalità ad esso contrarie!
    Wilderness è quindi, prima di tutto e soprattutto, conservazione degli spazi selvaggi attraverso formali impegni di salvaguardia che siano il più duraturi possibile (codificati negli Stati Uniti d’America da una speciale legge del 1964: The Wilderness Act). Decidere di designare un territorio selvaggio italiano quale “Wilderness”, difatti, non significa solamente dare una definizione geografica al suo stato di integrità paesaggistica (non ambientale, in quanto in questo senso sarebbe implicita una sua “verginità”, cosa che non è per nessun luogo nel nostro Paese), bensì, soprattutto, essersi impegnati a preservarlo “per sempre” nel modo più assoluto ed a gestirlo per un uso razionale ed equilibrato: il che implica una politica in antitesi col connubio ambiente/parchi/turismo/economia/posti di lavoro così come inteso nel nostro Paese.
    Ecco perché, quando leggiamo di zone in stato di Wilderness, inteso nel senso di natura selvaggia, veniamo disinformati, diseducati, mentre la definizione italiana di “natura selvaggia”, appunto, sarebbe la più appropriata, e l’uso di “Wilderness” diviene mistificazione. E vengo all’esempio più eclatante, quello della Val Grande, dove ostinatamente le autorità del Parco Nazionale continuano ad utilizzare il termine “Wilderness” come slogan turistico per “vendere” la loro “merce Parco”, ben guardandosi dal designare al suo interno quell’immensa Area Wilderness che fin da prima che il Parco Nazionale nascesse venne richiesta, anche in sede internazionale, e che, sola, giustificherebbe l’uso di questo termine. Designare questa Area Wilderness a lungo proposta non significherebbe semplicemente riconoscere alla Val Grande il suo aspetto di integrità paesaggistica, bensì significherebbe impegnarsi “per sempre” affinché neppure un metro quadro del suo territorio venga mai più modificato dall’uomo e che l’uso turistico vi sia permesso solo in forma compatibile (ovverosia a numero limitato): probabilmente proprio quello che le autorità del Parco Nazionale non vogliono, perché la designazione significherebbe per loro una perdita di potere gestionale sulla stessa Area. Nulla di più e nulla di meno di quanto è avvenuto e ancora avviene negli Stati Uniti d’America, dove tra i maggiori oppositori alle Aree Wilderness nei Parchi Nazionali, sono stati (e sono tuttora!) proprio i dirigenti dei Parchi stessi: cambia il luogo, cambiano i tempi e le persone, ma non cambia la sostanza.
    E’ difatti per questo motivo che ancora oggi Parchi Nazionali americani pur famosi, ed ampiamente ricchi di wilderness, quali lo Yellowstone, il Grand Canyon, il Great Smocky Mountains, il Big Bend e tanti altri ancora, non hanno al loro interno delle Aree Wilderness ufficialmente designate; e sono le stesse motivazioni oggi espresse dai nostri dirigenti di Parchi, che vengono addotte per respingerne la demarcazione: che si tratta di un doppione di vincolo, che si tratta di una rigidità inutile e di cui non c’è affatto bisogno. Mistificazioni che nascondono il vero motivo dell’opposizione, ovverosia la perdita del loro potere personale sulla manipolazione dei territori naturali “protetti”. Purtroppo, come troppe volte avviene, la storia si ripete ed insegna, ma nessuno vuole imparare.

    Ma vediamo come si è sviluppato in Italia questo Concetto di conservazione.

    La mia esperienza di lavoro in almeno due Parchi Nazionali (Gran Paradiso ed Abruzzo) mi dimostrò come solo degli impegni di conservazione che sancissero un fermo perentorio alt all’avanzata delle strutture umane nell’ambiente naturale fosse il modo per poter garantire la preservazione di certi spazi naturali nello stato in cui si trovavano (o si trovano), perché se i vincoli imposti dalle leggi impedivano certe iniziative sulla carta, è vero che di fatto esse delegavano (e delegano) delle persone a decidere se, come, quando e dove, realizzare delle opere; e spesso la motivazione per autorizzarle è più forte dell’esigenza di lasciare inalterata la natura: così, ciò che viene proibito al privato viene magari più facilmente autorizzato al pubblico, ed ancora più facilmente se questo pubblico è lo stesso ente gestore dell’area protetta, per le cui finalità di gestione tutto può autorizzarsi: si tratta solo di trovare la giusta motivazione e tutto si può fare, prescindendo dalla protezione.

    E qui abbiamo il recente, anch’esso eclatante, esempio del WWF che, pur proprietario dei suoli dell’Oasi e Riserva Naturale del Monte Arcosu (acquistata allo scopo di preservare una delle più belle “zone selvagge” della Sardegna e di dare protezione al Cervo sardo) con la motivazione di doverla sorvegliare, di combattere il bracconaggio, di fare servizi antincendio ed educazione ambientale, ha realizzato nuove opere e riaperto piste abbandonate e, recentemente, aveva addirittura progettato di realizzare una strada che avrebbe spaccato in due una zona selvaggia oggi ininterrotta. Ciò proprio perché, pur avendo acquistato quella zona a scopo di conservazione, l’organo proprietario e gestore non si è però mai formalmente impegnato a preservarla “per sempre” nello stato in cui l’aveva trovata.

    Ecco quindi un esempio di cosa significhi, nel concreto, l’impegno di designare un’Area Wilderness nell’ambito di un territorio pur ufficialmente già “protetto”, e per quali ragioni questo impegno apparentemente facile da prendersi, viene poi di fatto così tanto osteggiato dai nostri ed altrui gestori delle aree protette.

    Designare un’Area Wilderness significa in effetti fare di principio una scelta rinunciataria di sviluppo. Ovvio che un tale impegno lo possa e lo debba prendere solo l’organismo proprietario dei suoli, o che abbia la gestione diretta degli stessi. Questo impegno è difatti un’altra caratteristica che differenzia le Aree Wilderness dalle altre aree protette, perché esse non sono un surrogato di queste, bensì una loro completezza.

    La preservazione di un’area selvaggia all’interno di un Parco può difatti garantirsi solamente mediante la sua designazione in Area Wilderness, perché solo in questa designazione sono impliciti tutti quei provvedimenti che ne permettono una sana gestione naturalistica e turistica con finalità primariamente volte al bene della natura: e queste Aree non vanno confuse con le Riserve Naturali Integrali (cosa che, invece, quasi sempre avviene da noi), le quali sono piccole zone poste sotto “campane di vetro” per scopi scientifici; né tanto meno con quelle “Zone A o di Riserva Integrale” dei nostri Parchi, dove in teoria tutto è protetto, e che, come vincolistica, altro non rappresentano che quello che in America vige nella totalità dei territori dei Parchi stessi (nei quali, difatti, nonostante ciò, è stato comunque necessario inserire delle Aree Wilderness per poterne preservare le caratteristiche di selvaggità).

    Le Aree Wilderness possono però anche essere autonome. Ed è il caso della gran parte di queste Aree designate negli Stati Uniti d’America su territori “federali”, ovverosia di proprietà della nazione. In questi casi la loro designazione non presuppone infatti che in seguito esse debbano essere istituite in Parchi od altre forme di aree protette; esse sono fini a se stesse, e si distinguono da quelle nei Parchi solo per il fatto che certa parte delle risorse naturali può essere utilizzata (seppure la tendenza sia quella di giungere quanto meno al blocco assoluto di quelle più economicamente redditizie quali l’intensivo uso dei pascoli e gli sfruttamenti minerari). Assoluto è, per intanto, il taglio delle foreste, mentre resta consentito tutto quanto è razionalmente utilizzato dall’uomo frequentatore: prelievi venatori compresi.

    Quando l’Associazione Italiana per la Wilderness, con la diffusione di questo concetto di conservazione diede inizio anche al tentativo di una sua messa in pratica nel nostro Paese, ovviamente dovette adattare il criterio americano alle diverse realtà italiane, e di stato fondiario in merito alle proprietà dei suoli, e per gli aspetti economici e sociali in genere; differenti realtà che sebbene potessero paragonarsi, occorreva farlo sulla base delle conflittualità esistenti là dove in America la conservazione della wilderness e degli ambienti naturali in genere viene ad interferire con la presenza di territori privati e di risorse naturali rinnovabili sottoposte a sfruttamento da popolazioni native o rurali o, se territori federali, comunque tradizionalmente utilizzati per antica consuetudine o legami epocali quali il pascolo del bestiame o/e il libero errabondare di chi vuole vivere le antiche esperienze pionieristiche o sperimentare tradizioni di vita all’aria aperta.

    Ovvio che in quest’ottica, se anche da noi diveniva imperativa la preservazione assoluta dell’integrità spaziale delle aree selvagge (no a strade, case ed opere antropiche in genere), restava altrettanto imperativa la preservazione degli antichi usi e delle tradizioni legate all’utilizzo e sfruttamento delle risorse naturali rinnovabili, dal taglio dei boschi, al pascolo, alla caccia. Usi dei quali solo le collettività locali possono deciderne l’abrogazione o la rinuncia, come nel caso dei tagli boschivi su suoli demaniali, che di solito viene caldeggiata nelle nostre proposte di Area Wilderness, e che quasi sempre viene accettata nei casi in cui tale scelta non comporti danni economici assolutamente irrinunciabili.

    Al contrario delle zone a Parco o a Riserva Naturale, dove questi usi consuetudinari sono di solito vietati o impositivamente sottoposti a rigida disciplina dalle autorità politiche superiori (Stato o Regioni), nelle Aree Wilderness, proprio perché designate dai diretti proprietari e/o fruitori delle risorse naturali rinnovabili, essi sono assicurati quale perpetuazione di antichi diritti, purché mantenuti a livelli equilibrati e con prelievi razionali e con metodi antichi come, appunto, da sempre le comunità locali hanno fatto – è bene qui ricordare che gli sfruttamenti intensivi di pascoli e boschi siano invece iniziative abbastanza recenti, che sono aumentate con il progredire della meccanizzazione (trattori, autocarri e motoseghe).

    Nella scelta su descritta, consequenziale alla situazione sociale e fondiaria italiana (ma potrebbe dirsi anche europea), si è di fatto intrapresa una strada verso un tipo di conservazione ambientale che, casualmente, ha trovato varie forme di sviluppo in altre parti del mondo, e specie negli USA ed in Sud Africa, attraverso le cosiddette “Conservancy”, ovverosia la scelta di latifondisti o comunque proprietari di suoli, che, singolarmente, od uniti in società, decidono di preservare le loro terre e le risorse naturali rinnovabili in maniera compatibile con un certo loro uso; un metodo democratico, che negli Stati Uniti è ritenuto l’unico praticabile per ottenere la conservazione di luoghi in proprietà privata senza doverli fare acquistare da apparati pubblici (che è poi il solo metodo con cui in quella nazione, rispettosa del diritto e delle libertà private, si conserva l’ambiente).

    Il successo ottenuto dall’Associazione Italiana per la Wilderness nell’applicare questa pratica di conduzione democratica alla conservazione ambientale, è la prova provata di come un tale metodo sia perfettamente trasferibile anche nel nostro Paese, dove la proprietà privata e la demanialità locale dei suoli pubblici è largamente maggioritaria nella situazione catastale.

    Si trattava, quindi, di partire da quel concetto base che solo il diretto proprietario dei suoli, sia esso lo Stato, un ente pubblico od un privato, poteva e può decidere di preservare o meno un luogo. Ma, nel caso della tutela del cosiddetto “valore Wilderness”, bisognava prima far sì che prendesse coscienza in chi questo valore possiede, l’importanza di preservarlo come unicità ambientale. La politica dell’Associazione Italiana per la Wilderness è stata proprio questa, favorita probabilmente dal metodo autoritario ed impositivo della politica nazionale e regionale con la quale si stavano e si stanno istituendo Parchi Nazionali e Regionali, spesso consentiti dalle autorità locali solo perché sotto “ricatto” o dietro promesse economiche (sono noti i pentimenti di molte amministrazioni comunali, allettate ad entrare nei Parchi con promesse di finanziamenti poi mai mantenuti o di sviluppi socio-economici mai verificatisi).

    Grazie a questa politica, ad oggi l’AIW ha ottenuto che ben 19 Comuni, 3 Aziende Regionali Forestali ed alcuni privati deliberassero, per loro spontanea scelta e senza promesse di alcun sostanziale ritorno economico, la preservazione di 30 Aree Wilderness per un totale di 25.429,30 ettari, nel cui ambito sono site 75 Zone di Tutela Ambientale particolarmente protette (impegno di salvaguardia esteso anche ai boschi) per un totale di 11.455,20 ettari; mentre altre 13 Zone di Tutela Ambientale sono state designate esternamente a queste Aree, e con esse 6 Monumenti Naturali, per un totale di 129,16 ettari (queste ultime due tipologie vengono utilizzate per zone estensione molto limitata o/e prive del “valore wilderness”).

    Una scelta basata sulla consapevolezza degli abitanti locali di possedere dei patrimoni ambientali e di volerli preservare per la posterità. Nessun apparato pubblico è stato creato per ottenere questa conservazione; nessun finanziamento pubblico è stato devoluto per la loro gestione o amministrazione.

    Nonostante questo, vista proprio la particolare situazione sociale italiana, l’Associazione Wilderness ritiene che un certo riconoscimento pubblico di queste Aree sia doveroso, così come doveroso dovrebbe essere una loro forma di finanziamento compensativo proprio per gli sforzi e la buona volontà autonomamente espressa con queste scelte. E a tale scopo è stata elaborata una proposta di legge regionale che dia un riconoscimento alle Aree Wilderness esistenti e che faciliti ulteriori loro designazioni – l’Associazione Italiana per la Wilderness sta già operando per farla presentare ad alcuni Consigli Regionali.

    Anche questa legge, così come le Aree Wilderness, segue la falsariga del noto Wilderness Act americano, per cui, mentre le Regioni possono direttamente designare Aree Wilderness sui suoli demaniali di loro pertinenza, esse si limitano a dare un riconoscimento a quelle decise dai Comuni o da privati, conferendo però loro una possibilità di accesso a fondi pubblici compensativi per le rinunce da essi fatte all’uso e sfruttamento dei territori, così protetti a fini sociali e culturali.

    Questa, in sintesi, è la via italiana alla preservazione della Wilderness, una via ardua, purtroppo, più per l’opposizione di tanti apparati che hanno in gestione una larga fetta del nostro patrimonio di Wilderness e che dovrebbero farla propria per le loro finalità istituzionali – si pensi ai Parchi e Riserve Naturali su suoli demaniali o con forte potestà urbanistica sugli stessi -, che non sempre per l’opposizione di chi i patrimoni di Wilderness realmente possiede.

  7. patrizia scrive:

    “Cacciammo in albe lontane, disperse nel tempo,
    cacciammo tra fronde selvaggie al pari di selvaggi animali
    cacciammo per coprirci il corpo e ripararci dal freddo
    cacciammo per continuare a vivere nutrndoci di ciò che la natura offriva
    cacciammo per rallegrare tavole imbantite a festa , e senza mai scordare di ringraziare Dio, che generoso e sommo mise ogni cosa al posto giusto.”
    C’è solo una cosa che materialmente mi lega alla Caccia, il mio fedele amico Jack, un setter inglese che ha accettato di rinunciare all’arte venatoria pur di stare con me che a caccia non vado.
    Resto incantata nel vedere lui, quando insegue una preda e assomiglia al vento. Mi commuovo (senza vergogna) quando cerco di immedesimarmi nelle sensazioni arcaiche di chi stacca per un attimo il collegamento con il futuro e si connette a quella forza eterna e senza limite che solo la natura selvaggia possiede.

  8. vico scrive:

    X PATRIZIA
    Abbiamo bisogno di donne come te a caccia !!!!
    Ne conosco una che per fare un regalo al suo ragazzo ha preso la licenza.Come lo invidio !!!

  9. Giovanni A. scrive:

    Dai Patrizia, prendi anche tu la licenza di caccia. Abbiamo bisogno di un tocco gentile, anche se tu l’hai dato con il post su questo sito. Grazie a te e al tuo amico Jack. Un mondo di auguri!!! :-)

  10. ilio scrive:

    Infiti ringraziamenti Patrizia per averci donato un attimo di gioia e, di commozione.Deliziaci ancora con i tuoi post. Auguroni

  11. patrizia scrive:

    …..e poi dicono che i cacciatori sono senza cuore! Sarò ben lieta di aspettarvi qui, al rientro dalle vostre battute di caccia in un caldo anche se virtuale abbraccio! Pat.

  12. arcierecacciatore scrive:

    Benvenuta, Patrizia.
    Il tuo intervento di Donna-non-cacciatrice è molto interessante, perchè sottintende la tua personale capacità di cogliere la Bellezza e l’Intensità insite nell’atteggiamento venatorio/predatorio del tuo setter, in connessione con quel forte richiamo ancestrale che, attraverso la Caccia, ci permette di riscoprire le nostre radici più antiche.
    Eredità perdute??
    Le tue parole e le tue “esperienze” dicono di no; e per questo è molto gradevole averti fra noi e leggere delle tue “sensibilità”.
    E’ un vero dono.
    Grazie Patrizia!!

    P.S.
    Nei mesi scorsi ho scritto un lungo articolo (poi pubblicato sulla rivista venatoria “La Caccia al Cinghiale”) intitolato “L’altra Metà del Cielo nella caccia al cinghiale”. Nell’articolo accennavo proprio a “certe” Sensibilità vissute al femminile…
    Forse parlavo anche della tua Anima!

    Giovanni Maio
    http://www.unarc.it

  13. massimo zaratin scrive:

    Io penso che questa sia la strada giusta!
    Mentre le associazioni venatorie si competono le poche teste rimaste e nuovi venti politici spirano ancora bassi nella speranza di salire in quota, qualcuno ha compreso che un modo d’essere può venire apprezzato solo attraverso la poesia e non con la “forza” perché, pur nel sua “drammaticità”, la caccia è in realtà quel componimento di versi che ben ci descrive la vita. Apparteniamo a quel richiamo ancestrale accennato da Giovanni Maio, un’eredità che non è stata perduta in quanto impressa da sempre nel nostro DNA. Finora ci sono stati solo timidi tentativi di svelare segreti che sono ancora custoditi nel cuore del cacciatore e che non possono uscire dallo scrigno fintantoché si seguiranno le orme della materialità delle tessere e della politica. Per accedervi è necessario percorrere una strada parallela che sulle ali dei sentimenti e delle emozioni ci conduca, e sappia condurre anche gli altri, verso quello scrigno aperto. Una strada che non sostituisca l’altra ma sia complementare e che viaggi su dimensioni diverse ma percorribili da chiunque. Patrizia, per esempio, l’ha percorsa, e non va a caccia! Fiore, caro e buono amico bastian contrario, anch’egli, questa volta, sulla nostra stessa identica strada. In passato ho avuto modo di disquisire molto con persone assolutamente estranee alla caccia e solo un lavoro più profondo per spiegare in maniera più ampia cosa significasse questo nostro stile di vita, ha fatto assumere posizioni ben diverse da quelle iniziali anche alle persone più restie.
    Nessuno può negare che tutte le Associazioni Venatorie abbraccino questi comuni sentimenti. Siamo tutti wilderness. Si litighi pure su come dev’essere modificata la 157 ma si bruci l’umano ego e si faccia umilmente un passo indietro per percorre assieme quell’altra strada che non prevede mai vinti o vincitori. Si abbracci la filosofia wilderness e si abbandonino le strade sterrate e tortuose di un ambientalismo che ha chiuso le porte a qualsiasi contatto diretto con la natura e che vorrebbe così, cancellare definitivamente dai geni dell’uomo la sua preziosa eredità.

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