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Il maschio selvatico

| 26 settembre 2008 | 3 Comments

Come riceviamo e cosi’ pubblichiamo
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Caccia: da dove nasce questa passione, così forte da indurre un adulto ad affrontare rischi e fatiche per trasformare in realtà sogni e pulsioni che forse lo appassionavano fin da bambino? Non è un caso se, negli anni in cui anche in Italia iniziava a diffondersi la Caccia con l’arco, sono usciti libri come “Per diventare uomini” (Mondadori), del poeta e psicologo americano Robert Bly, o “Il maschio selvatico” (Edizioni Red), di Claudio Risé, psicanalista italiano di formazione junghiana, per riflettere sul “disagio dell’attuale civiltà” che minaccia l’identità più profonda del maschio contemporaneo, costretto spesso a reprimere le componenti più vitali della sua istintualità e della sua eredità culturale.
In realtà, nella nostra storia il lato selvatico del maschio, quello più vicino al suo istinto incontaminato, non è stato colpito solo da un interdetto religioso. La società come si è venuta organizzando nel mondo occidentale, quella che il sociologo Norbert Elias ha definito “La società delle buone maniere”, ha richiesto con molta decisione, soprattutto dalla conclusione della crociata contro gli Albigesi in poi, la repressione della naturalezza maschile, come del resto di quella femminile. In questo caso le ragioni non sono morali ma politiche. Le ‘buone maniere’ degli stati nazionali sono state un modo per imbrigliare e reprimere la forza e la vitalità di popoli, feudatari e cavalieri all’interno dei disegni delle corti e dei sovrani.
Per l’uomo d’oggi è difficile affermare la “Naturalezza” contro quello che potremmo chiamare il ‘manierismo sociale’, il modo di esprimersi proposto dalla collettività, che di solito tende a privilegiare alcuni aspetti dell’esistenza (la salvaguardia delle ‘cose come stanno’, l’accettazione del potere così come si presenta) rispetto ad altre esigenze, più profonde, dell’individuo.
Secondo lo psicanalista C.A. Meier, allievo diretto di C.G. Jung e protagonista di molti incontri internazionali a favore della wilderness, la repressione della natura selvaggia ‘fuori’ da noi, all’esterno, ha in un certo senso gonfiato, inflazionato, quella interna. Sostiene Meier che l’uomo contemporaneo avrebbe aspetti wild, forse neppure ‘selvatici’ ma veramente ‘selvaggi’, di cui sarebbe del tutto inconscio. Il cittadino delle buone maniere teme tutto questo, perché si è abituato a sentirsi vittima e NON protagonista del suo mentale.
Nel caso della caccia con l’arco, modello venatorio a me particolarmente caro, vediamo come gli stessi interessati (arcieri-cacciatori) presentano la loro “filosofia”. Essa insiste su un concetto di base: la Caccia non è tanto uno sport o un hobby, quanto una disciplina dura e rigorosa che consiste nel misurarsi con il Selvatico e con il mondo che ci circonda, allo scopo di recuperare gli istinti che “abbiamo perso in cambio di una vita vuota e della facoltà di ragionare”, e di “ridimensionare il nostro Ego mettendolo a confronto con la Natura.
Idee analoghe ricorrono oggi in molti articoli specializzati nei quali convivono, a volte bizzarramente, scienza, tecnologia ed una sorta di aspirazione al “primitivismo”. A chi negli ultimi anni ha inteso definire il cacciatore solo come un inguaribile sognatore, che ha trovato il modo di realizzare le sue fantasie adolescenziali, io rispondo definendo la caccia come un Rito dal forte richiamo ancestrale, una pratica capace di ridimensionare la figura umana nei confronti dell’Ambiente naturale, una forma di antica cultura certamente fondata sul rispetto del Selvatico e della Natura. E quindi penso all’Uomo-cacciatore come l’unico, vero protagonista che può essere posto a salvaguardia dei delicati e segreti equilibri che appartengono al mondo della Natura selvaggia
Animalisti e ambientalisti respingerebbero con sdegno queste professioni di fede “ecologista”. Perché un cinghiale o un daino dovrebbe apprezzare il “privilegio” di essere abbattuto da un predatore Uomo? Simili quesiti hanno generato nel tempo il vero conflitto fra le correnti “falsamente pacifiste” dell’ iperpoliticizzato ambientalismo che si è diffuso in Italia nell’ultimo ventennio e le correnti venatorie più ecologiste ed equilibrate che per affrontare il discorso Natura  invitano ad accettare il volto (pure a volte spietato) delle relazioni naturali fra specie (ivi compresa la componente umana).
Oggi, finalmente, soprattutto grazie all’iniziativa Berlato/CONFAVI, nuovi progetti si affacciano sullo scenario del nostro travagliato mondo venatorio e già all’orizzonte si profilano cambiamenti epocali tesi, fra l’altro, a rilanciare la figura del cacciatore in chiave stilnovista ed in funzione di un nuovo ed importante momento culturale. Si ripropone, così, la Bellezza insita nella filosofia del “Maschio selvatico”, quale nuova linea di pensiero che qui intendo sottoporre alla Vostra cortese attenzione .

Un cordiale in bocca al lupo a tutti.

Giovanni Maio

Category: Generale

Comments (3)

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  1. andrea 85 scrive:

    Interessante articolo, complimenti; credo che il libro “il maschio selvatico” da Lei citato sarà uno dei prossimi candidati a subire mia lettura…..

  2. massimo zaratin scrive:

    Hai colto nel segno caro Giovanni.
    La maturità dell’uomo, ora, dovrebbe essere tale da permettergli il salto di qualità che, paradossalmente, dovrebbe riportarlo ad una specie di ritorno alle origini. Freud nelle sue teorie affermò che la nostra civiltà si è sviluppata in seguito alla repressione istintuale, sottomettendo il “principio del piacere” al “pincipio della realtà”. Indubbiamente un percorso dovuto affinchè la nostra società diventasse la civiltà che noi tutti conosciamo. Ora, forse, stiamo andando oltre la repressione degli istinti nel tentativo di annullare completamente gli impulsi naturali che ci appartengono biologicamente. A tal proposito Marcuse, eccellente pensatore usato speculativamente dai grandi movimenti del ’68, affermò che c’è un surplus di repressione, richiesta in particolare dalla specifica forma storica della civiltà occidentale. Questa repressione addizionale, sempre secondo Marcuse, è stata dettata da quella parte di società autoritaria e di classe. Sembrerebbe un discorso sinistroide :) , forse lo è, ma noi andiamo oltre e trascendendo idee politiche ci accorgiamo che questa repressione aggiuntiva va ben oltre le necessità di sopravvivenza della specie e, aggiungo io, provoca l’autodistruzione dell’uomo. Il “maschio selvatico” dovrebbe costituire l’alternativa per riavvicinare l’uomo a quel sano e moderato contatto con il “principio del piacere”.

  3. matteo pastore scrive:

    Sono d’accordo praticamente su tutto, ma aggiungerei qualcosa di piu’ esplicito. Oggi tutto fa paura e tutto è considerato pericoloso e nocivo. Tutti i comportamenti devono essere politically correct.Cio’ comporta che sovente ci dobbiamo violentare emotivamente e psicologicamente quando altri si permettono di insultarci solo perchè siamo cacciatori, altrimenti ci tacciano pure di essere violenti. Basta con queste falsità comportamentali. L’uomo è uomo e non checca! E come uomo si comporti da uomo! Vuole andare a caccia? Che sia! Tu non lo condividi? Ebbene io non condivido che tu non lo condivida. E allora? Devo smettere io di andare a caccia o devi smettere tu di interferire e di inveire? Pensala come vuoi, ma non mi insultare perchè non la penso come te, perchè in tal caso chi è il vero violento ed imtransigente?

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