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Il distacco dalla natura

| 23 settembre 2008 | 7 Comments

Filosofia della Caccia

C’è una frase che mi ha sempre fatto molto riflettere e che risulta, a mio avviso, emblematica del triste destino che l’uomo si sta segnando:

- Io sono un amante della natura!

foresta.jpgQuante volte abbiamo sentito proferire questa affermazione e quante altre volte invece l’abbiamo pronunciata noi?
Dichiararsi oggi “amanti della natura” assume una valenza sociale di elevato valore etico-morale in quanto l’argomento è sentito come determinante per la salvaguardia stessa della vita dell’uomo su questo pianeta e per tutte le creature che lo popolano.
Questa asserzione moderna, chiara e diretta, apparentemente inequivocabile, dovrebbe racchiudere in sè, attraverso l’esposizione di quelle poche parole, la testimonianza di un preciso stile di vita proteso alla salvaguardia del pianeta in senso ecologico.
Se io mi definisco un “amante della natura” significa che ritengo di appartenere a quella parte di uomini che attraverso l’uso della ragione, è più attenta alle problematiche ambientali; allo stesso tempo però, riservandomi d’appartenere ad una determinata categoria, cioè quella degli “amanti della natura”, sostengo possa esistere anche una categoria contraria, ovverosia quella degli uomini “non amanti della natura”. Già il ragionare attorno ad una categoria di persone che “non amano la natura” è un disquisire “non-sense” in quanto il terribile errore che sta alla base di tutti i ragionamenti che ruotano attorno alla “causa animale” è il concetto stesso di “natura” dal quale l’uomo sembra estraniarsi sempre di più.
Nella storia del pensiero dell’uomo si possono individuare quattro diversi concetti di “natura” che differiscono fra loro per le conclusioni speculative che se ne possono dedurre. Tuttavia in questi concetti non emerge mai chiaramente un netto antropocentrismo ovverosia un distacco così evidente tra l’uomo e la natura come invece parrebbe far intendere la frase attorno alla quale stiamo ragionando.
Per esporre velocemente i diversi concetti di natura, riassumo brevemente ciò che l’uomo è stato in grado di concludere finora, riflettendo circa il termine di “natura”:
La più antica e rispettabile definizione ci arriva da Aristotele il quale la definì come “la sostanza delle cose che hanno il principio del movimento in se stesse”. In tal senso, è il principio della vita e del movimento, e quindi della forma o della sostanza delle cose, in virtù della quale le cose si sviluppano e divengono esattamente ciò che sono. La seconda concezione è relativa alla natura intesa come ordine e necessità e connettendosi con il pensiero di “legge naturale” ha avuto una importanza grandissima nella morale e nel diritto. La natura di ordine metafisico invece, condivisa da tutte le spiritualità, integra perfettamente l’uomo con la natura accettando qualsiasi manifestazione di essa. Hegel, a tal proposito, arrivò a definire il male come qualcosa di infinitamente più alto che non i moti regolari degli astri e l’innocenza delle piante perché colui che così erra, diceva, è pur sempre spirito. L’ultima concezione di natura invece è di ordine scientifico e l’intende come “campo”  in cui si incontrano, o si scontrano, le tecniche percettive e di osservazione di cui l’uomo dispone.
Quanto sopra per dimostrare che nel concetto più profondo di natura non è mai esistito un distacco così netto tra uomo e natura in quanto egli ne è parte essenziale nonchè fondamentale collegamento affinché uomo e natura siano esattamente così come sono.
Più si afferma di essere “amanti della natura” e più si svela l’errore dell’uomo moderno che si sente ormai distaccato da ciò che in realtà è! Allontanandosi sempre più fisicamente dalla natura ed accettandosi sempre meno come animale, rinnegandone impulsi ed istinti, egli rifiuta se stesso e tutto ciò di cui più ampiamente è! Nella cultura animalista moderna viene proprio a mancare questo anello di congiunzione che permette l’unione della stessa sostanza. Così facendo la natura viene vista come una cosa a sè, distaccata dall’uomo.
Il naturismo ha riconosciuto questo errore e ritiene che la natura sia la guida infallibile per la salute fisica e mentale dell’uomo e che pertanto a tale guida l’uomo debba ritornare, nei suoi comportamenti e costumi, allontanandosi dalle creazioni artificiali della società. Lo stato di natura è ciò che di meglio l’uomo possa ritenere perfetto!
Ritroviamo questo “stato di natura” ad esempio nello stile di vita degli indiani nativi d’America.  Non esisteva per loro una specifica distinzione tra l’uomo e l’animale. Erano la stessa cosa e mai sarebbero arrivati a dire “io sono un amante della natura” perché non ne avrebbe avuto senso. Quando un indiano si nutriva dell’animale che cacciava si nutriva anche del suo spirito. Da questo traeva quindi l’energia vitale. Il bisonte ucciso continuava a vivere in lui, sia nella sua forma spirituale, sia nella sua forma materiale donando all’uomo la forza necessaria alla caccia successiva.
Non c’era una distinzione nemmeno tra uomo/animale e tutto ciò che lo circondava. Le montagne, i fiumi, le cascate, gli alberi e i loro frutti. Un continuo stato meditativo e cosciente  che faceva intuire in maniera sottile la presenza dell’energia vitale presente in qualsiasi cosa. Dalla dura roccia, al tenero fiore profumato, dall’agilità e l’imponenza dell’aquila allo spirito libero ed indipendente del cavallo selvaggio.
Ai tempi nostri un avvicinamento allo “stato di natura” avviene con chi la vive; proprio come i cacciatori, i pescatori, gli agricoltori tradizionali e tutti coloro che hanno un contatto diretto con essa e che proprio come i nativi d’america conoscono il “non-sense” nell’affermare “io sono un amante della natura” essendo, la natura, implicita in loro.
Fintantochè l’uomo si sentirà distaccato da ciò che considera attualmente “oggetto natura” non potrà mai agire per il suo bene in quanto egli verrà prima di qualsiasi altra cosa. Da una parte l’uomo, dall’altra tutto il resto. Solo ritrovando l”animalità” che ha perso in questo mondo di plastica, ove il desiderare ed il possedere l’hanno allontanato dal contatto con ciò che è, egli potrà comprendere l’importanza di un ritorno alla pura semplicità della sostanza. Il colpo di grazia, l’uomo, lo sta dando nel tentativo di allontanare sempre di più i suoi simili che mantengono ancora in parte questo contatto. Spetta a noi mantenere ben saldo ciò che altri hanno perso già da molto tempo…e lo insegneremo ai nostri figli.

Massimo Zaratin

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Filosofia della Caccia, articoli precedenti:

Category: Filosofia della caccia

Comments (7)

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  1. Antonio99 scrive:

    Per implementare quanto da te scritto sul rapporto natura-uomo vorrei ricordare che l’ipotesi scentifica più ragionevole sul perchè esiste l’universo (cioè la natura nel suo significato più esteso) è il cosiddetto “principio antropico” che dice che la natura esiste, ed è fatta così, perchè esista l’uomo. Mi è capitato di stupirmi molto quando ho letto le prove scentifiche a supporto di questa teoria, ad esempio ho letto che se la Luna fosse più piccola o più grande, più distante o più vicina o non esistesse non ci sarebbe vita (umana) sulla Terra e così via.

  2. renzo scrive:

    E poi ci accusano di essere grezzi ed ignoranti.. boh ! ?
    Ammetto di non conoscere i pensieri filosofici dei maestri Aristotele o Hegel, ma mi immedesimo quasi perfettamente con il pensiero dei Nativi Americani, purtroppo sono un ” uomo di plastica”; ma il DNA per mia fortuna è ancora sano. Non caccio per vivere,ora, ma perchè sono nato per farlo, sono un predatore e così mi comporto. Pur rispettando ogni forma del mio essere Natura.
    Bellissima lezione di filosofia/storia. grazie
    Renzo

  3. massimo zaratin scrive:

    Sei un cacciatore Renzo quindi non puoi far parte del “mondo di plastica” ;)

    Grazie

    Saluti

  4. Filippo Ubaldi scrive:

    E’ proprio per questo che gli stili di vita e il sistema di pensiero occidentale si stanno rivelando un completo fallimento. Il nostro vivere in nome di piaceri o obbiettivi autocostruiti ci ha portato lontano da quelli che sono i bisogni veri dell’uomo, dalla spiritualità, alla ricerca di se stessi, il godere di “cose” vere, e non di vite fatte per inseguire chimere fatte di accumulo di “roba”, che ci lasciano perennemente insoddisfatti(oltre a creare gli innumerevoli problemi, non solo ambientali, dati da economie basate sul consumo). Detto questo, e capito il perchè gli ambientalisti pur mossi da sentimenti nobili(ma in fondo sbagliati proprio perchè si estraneano dallo stato di natura) si sbagliano, come facciamo noi cacciatori, sparuto gruppo di un residuo di umanità che da piu parti tenta di essere cancellato insieme al sopracitato pensiero, da forze immense come il sistema economico, le abitudini consolidate, l’apatia data da un pensiero scevro di senso critico e stereotipato, come facciamo noi a risvegliare le coscienze?
    P.s. L’ho fatta lunga ma è un discorso complesso e ne ho solo accennato alcune parti, sarà la voglia che ho sempre avuto di esprimere certe cose.
    Un grazie immenso a Massimo Zaratin con l’invito di darci altri spunti di riflessione.

  5. FIORE scrive:

    Massimo, perchè non chiedi a tutti questi signori che si reputano cacciatoroni, qual’è il motivo che gli strappa dal letto caldo per andare fuori al freddo?

    forse tutti lo fanno per il tagliolo di ciccia ?

    oppure qualcuno lo fa per altri motivi?, a giudicare dalle variegate ma comunque sempre tendenti a allargare la fazione degli sparatutto.

    sono parecchio deluso non solo per la persona cacciatore ma proprio per la persona che talmente intrisa di veleno che sguazza sempre più nei “tre cattivi sentieri” di avidità collera e stupidita mi rincresce dirlo ma la maggioranza dei freguentatori dei vari siti che hanno come argomento la caccia hanno queste poco rassicuranti caratterestiche.

    saluti

  6. FIORE scrive:

    per chi ha voglia di leggere!!!

    Oggi, 23 settembre 2008, è l’ Earth Overshoot Day. Il giorno in cui l’umanità ha utilizzato tutte le risorse che la natura riesce a generare in un anno secondo il Global Footprint Network fondato da Mathis Wackernagel. Questo significa che ci occorre circa 1,4 volte la Terra per soddisfare le nostre necessità. Ci stiamo mangiando il pianeta. Il blog ha intervistato Wackernagel, l’inventore del concetto di impronta ecologica, un indice statistico che mette in relazione il consumo di risorse naturali con la capacità della Terra di rigenerarle.

    “I monaci italiani introdussero il concetto di contabilità per i soldi. L’impronta ecologica è qualcosa di simile applicato alle risorse: se pensiamo come contadini, invece che ai soldi pensiamo a quanto territorio abbiamo disponibile per i pascoli, le coltivazioni eccetera. Questo è ciò che abbiamo a disposizione e quello che usiamo per il cibo, l’energia, eccetera.
    Se guardiamo quante risorse consumiamo dal primo gennaio al 23 settembre, l’Overshoot Day, e facciamo un confronto con la produzione annua totale vediamo che dal primo gennaio al 23 settembre abbiamo consumato tutte le risorse che la Terra è in grado di rigenerare in un intero anno.
    Quando sono nato, nel 1962, l’umanità usava la metà delle risorse rigenerabili in un anno.Finora siamo riusciti, con la tecnologia, a spremere il pianeta. Alcune aree del mondo hanno sperimentato il collasso perché sono troppo povere per importare risorse extra rispetto a quelle che riescono a produrre in loco.
    La Svizzera, ad esempio, che è abbastanza ricca consuma tre volte le risorse che il suo ecosistema riesce a rigenerare. Finché avrà sufficienti risorse finanziarie, potrà comprare le risorse naturali. Le ultime stime per l’Italia sono per il 2003: 4,2 ettari di spazio ecologico produttivo rispetto a 1,8 disponibili nel mondo; un po’ meno di tre volte quello che è disponibile nel mondo. La biocapacità dell’Italia è di un ettaro per persona, un po’ di più della metà della media mondiale. Ci vogliono quindi 4 Italie per supportare il consumo degli italiani. Altri casi sono Haiti o il Darfur, che sono molto più limitati nella disponibilità di risorse in loco e finite queste non sono in grado di importare risorse extra da fuori e si trovano a fare i conti con gravi carenze di materie prime.
    Ci sono bellissimi esempi storici, belli anche perché lontani nel tempo. Quando l’impero romano era al suo apice, a Roma abitavano un milione di persone. Quando l’impero collassò, la città non riuscì più a trasportare le risorse dai posti più lontani. La città in pochissimo tempo, un anno o poco più, scese a 50.000 abitanti appunto perché poteva contare sulle risorse locali non riuscendo a trasportarne da fuori. Questo è il miglior esempio storico.
    Ci sono tre aree su cui ci dobbiamo concentrare: la prima è che, come per l’economia, dobbiamo essere coscienti di quanto spendiamo e quanto utilizziamo.Una buona contabilità non salva dalla bancarotta, ma aiuta a capire quanto ci siamo vicini.
    La seconda: se si guarda alle infrastrutture costruite oggi o nel passato… le infrastrutture rimangono per decenni. Pensate a come sono costruite le vostre città: questo determina come vivete in queste città, determina per decenni quanto le case consumano.
    La terza, è orientare l’innovazione nella giusta direzione. L’innovazione è il miglior strumento per risolvere i problemi, ma se non è concentrata sui problemi giusti questi non verranno risolti. Se abbiamo chiare le questioni da risolvere possiamo raggiungere gli obiettivi dell’innovazione più facilmente e iniziare a investire in questi obiettivi.
    Posso dirvi quale energia useremo, è abbastanza ovvio: oggi usiamo circa 15 terawatt di energia per alimentare l’economia mondiale. Il Sole fornisce 175.000 terawatt al nostro pianeta. Quindi di sicuro questa sarà la fonte utilizzata maggiormente, come abbiamo fatto nel passato, nei primi 500.000 anni della storia dell’uomo.
    Io spero che inizieremo a capire che i rifiuti non sono la fine del ciclo, ma l’inizio.I nostri rifiuti possono diventare una significativa risorsa per la nostra economia: la cosa peggiore che possiamo fare con i rifiuti è mescolare rifiuti diversi, è uno spreco.Separandoli hanno molto più valore: dalla carta si ricava carta, dal metallo il metallo, eccetera.L’organico può diventare concime tramite il compostaggio senza contaminare il resto dei rifiuti.Alcune parti possono avere un valore energetico che si può ricavare dalla combustione.I rifiuti dunque possono essere una grande opportunità e una risorsa per l’economia e non il problema che sono oggi.” M.Wackernagel

  7. arcierecacciatore scrive:

    Complimenti, Massimo.
    Condivido pienamente il tuo pensiero, convinto che questo è il modo migliore per richiamare l’attenzione sulla nostra “eredità perduta” che, anche attraverso la Caccia, può sottolineare l’importanza di recuperare il millenario collegamento che ha legato l’uomo alla Natura.
    E tanto per concedermi il lusso di fare un pò di filosofia e dire la mia, ecco ciò che penso del sistema Uomo-Caccia-Natura:

    Svago, divertimento, sport…??
    Che genere di attività è la caccia? Il nostro tempo considera la caccia una attività stupida, o peggio. Nella migliore delle ipotesi una attività “non seria”. È uno svago, un divertimento, e come tale non seriamente inquadrato nelle attività importanti della vita.
    Sorprendentemente, nel cosmo, c’è una creatura che ha bisogno di divertirsi.
    Di-vertirsi significa qui allontanarsi da ciò che siamo per prendere i connotati di un altro essere, cambiare la nostra personalità con un’altra apparentemente arbitraria, fuggire in altri contesti che non ci riguardano, con un’altra faccia ed un’altra anima.
    Da cosa deriva questa necessità? Il “problema” del divertimento ci conduce al fondo della condizione umana più direttamente di tutti i grandi temi filosofici. Divertimento, nella sua accezione comune, in realtà non spiega tutto. Divertirsi oggi significa manifestarsi comodamente, in forme di vita prive di sofferenza, senza rischi, che non richiedano sforzi fisici, né forti attenzioni.
    La caccia è esattamente il contrario di tutto ciò. È il dedicare parte della propria vita ad una attività faticosa e tutt’altro che passiva. Una attività densa di fare, e non fare semplicemente qualcosa, ma il dedicarsi a farla. Gli altri esseri viventi vivono – e basta. All’uomo non è consentito lasciarsi vivere, ma egli può e deve dedicarsi a vivere, cioè consegnare deliberatamente e responsabilmente la sua vita o parte di essa a determinate azioni e occupazioni.
    E poi… la caccia è atemporale.
    E’ storia di come in tutte le epoche uomini di ogni stato sociale si siano dedicati alla caccia; dagli Accadi ai Sumeri, dagli Assiri al primo regno d’Egitto, vi sono sempre stati uomini che hanno dedicato la loro vita o parte di essa a cacciare per piacere, per loro scelta o passione. Altro che attività “poco importante”. Il tema della caccia quindi si dilata, fino ad assumere ragguardevoli proporzioni.
    E, infine, dovremmo saper evitare che il nostro essere si risolva soltanto in un involucro vuoto della vita umana.
    La vita che ci cresce dentro ha i minuti contati; essa ci arriva vuota come un involucro che racchiude il nulla, e volenti o nolenti tocca a noi colmarla. La sostanza della vita di ognuno di noi risiede nel modo con cui riempiamo questo contenitore.
    All’animale non è stata solo donata la vita, ma anche il programma per svolgerla. La sua condotta è segnata dagli istinti, mentre l’uomo è un animale che ha perso o comunque confuso il sistema dei suoi istinti. Alcuni di questi istinti restano, ma sono incompleti e comunque incapaci di indirizzarlo verso una linea di condotta e di comportamento. Da qui l’angosciante vuoto da colmare. E, come se non bastasse, per colmare questo vuoto l’incessante scorrere del tempo rende tutto più difficile.

    Giovanni Maio

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